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Lasciare alle spalle ciò che non c’è più (II parte)

tazza

Lasciare significa: lasciare che per un po’ le cose seguano il loro corso, che si muovano liberamente senza il nostro intervento, finché la direzione del loro movimento non si mostri spontaneamente. Se rinunciamo a tentare di guidare le cose e quelle, muovendosi, si allontanano da noi, lasciamole andare. Molliamo la presa. Se le lasciamo andare per la loro strada, ci rendiamo liberi per qualcos’altro.
Bert Hellinger,

Se sono in grado di accettare tutto quello che comporta una perdita elaborandolo nel modo “giusto” per me “gli addi” non saranno altro che un arricchimento ed una crescita.

Immagina se mi aggrappassi a quegli splendidi momenti dell’infanzia (sempre che ce ne siano stati…) che mi fanno pensare a come era bello essere bambini , o se mi sentissi confortata la ricordo dell’immaginaria sicurezza dell’utero della mia mamma, pensando che quello sia lo stato ideale. Pensa se restassi ferma a un qualche tappa precedente della mia vita e decidessi dio non proseguire. Immagina se stabilissi che alcuni momenti del passato sono talmente belli, certi legami così gratificanti, alcune persone tanto importanti che non voglio perderli, e mi aggrappassi a loro come ad una corda salvatrice, a ciò che non sono più. ….

Nonostante ciò è stato doloroso abbandonare ognuno di questi luoghi, lasciare la mia infanzia, abbandonare l’utero, lasciarsi alle spalle l’adolescenza. Ciascuno di queste azioni ha implicato delle perdite da un lato, e profitti dall’altra ma è grazie a ciò che si diventa ciò che si è.

Non esiste un profitto importante che non implichi, in qualche modo, una rinuncia, un costo emotivo, una perdita, perché questa è la verità che si scopre alla fine: che il dolore è imprescindibile dal nostro processo di sviluppo personale, che le perdite sono necessarie per la nostra maturazione e che quest’ultima, a sua volta, ci aiuta a percorrere il nostro cammino.

Quanto più ci si sgancia, tanto maggiore sarà la crescita. Più si è maturi, minore sarà la disperazione di fronte a ciò che ho perso; meno ci si tormenta per ciò che è stato, meglio si potrà continuare a percorrere il cammino.

Se sai chi sei, sarai in grado anche di abbandonare volontariamente e dolorosamente qualcosa per far posto ai nuovi desideri.

Bisogna svuotarsi per potersi riempire. Una tazza serve solo quando è vuota. Una tazza piena non ha senso perché non la si può riempire con niente. Non può dare nulla perché prima dovrà imparare a svuotarsi.

Non si è solo ciò che si possiede ma anche e soprattutto ciò che si è in grado di dare. E per questo è necessario sperimentare la perdita, il distacco e una certa dose di dolore perché si perde qualcosa anche quando si decide di proprio iniziativa di dare ciò che è nostro.

Per poter rispondere alla domanda “Chi sono?” bisogna accettare anche il vuoto, lo spazio dove, per decisione, per caso o per natura, non c’è più quello che c’era prima.

Questa è la nostra vita: disfarsi del contenuto della tazza per poterla riempire di nuovo. La nostra vita si arricchisce ogni volta che la riempiamo, ma anche ogni volta che la svuotiamo perché, quando lo facciamo, ci stiamo aprendo alla possibilità di riempirla di nuovo.

Personalmente la storia del mio rapporto con la mia crescita e con il mondo è la storia di questo ciclo dell’esperienza: entrare e uscire, riempirsi e svuotarsi, prendere e lasciare. Anche se non sempre è un processo facile. Anche se non sempre è privo di danni ……

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Per saperne di più:

Judith Viorst – Distacchi – Ed. Sperling Paperback

Dal padre all’altro

ranocchie principi

“ L’uccisione dei vecchi genitori, il loro smembramento e la loro neutralizzazione sono la condizione necessaria per ogni nuovo inizio …” E.Neumann

Io penso che sia sempre possibile creare una relazione d’amore che contenga una sana autostima personale, la ricerca di Sé e una proiezione non nevrotica dell’ideale sul nostro fidanzato, se noi ci impegniamo in un lavoro personale di cura delle ferite della nostra infanzia.

Infatti, fortunatamente, noi non siamo il nostro danno passato, lo abbiamo subito ma possiamo trasformare il danno in dono, per poter vivere al meglio ora la nostra esistenza.

Per sviluppare una sana capacità di amare è necessario, innanzi tutto, non metterci in una posizione emotiva rigida che ci costringe a scegliere tra dipendenza dell’altro o autonomia, dare o ricevere, ragione o sentimento, luce o ombra: nell’incontro amoroso bisogna sapersi aprire a un percorso trasformativo di noi stesse e dell’Altro, in cui tutti questi aspetti trovino un loro spazio comune.

Inoltre, possiamo maturare in noi stesse la possibilità di vivere una “buona” relazione d’amore se riconosciamo l’altro come un essere umano separato da noi , (ma con un interesse simile al nostro, per la costruzione di un rapporto autenticamente reciproco) e, nello stesso tempo, proviamo un’attenzione curiosa e autentica per la sua diversità.

Dobbiamo imparare a ricostruire, dentro di noi, un’immagine vera dell’altro: inizialmente noi creiamo un rapporto con l’altro idealizzandolo, e in seguito, attraverso l’esperienza diretta dell’incontro, possiamo riconoscere le nostre proiezioni su di lui e questo ci permette di stabilire un contatto più diretto e reale.

Allo stesso modo, è proprio il confronto vero con l’altro che ci permette di avanzare nel nostro percorso di crescita individuale: amando l’altro anche nei suoi aspetti Ombra, impariamo ad amare e ad accogliere noi stesse.

In un rapporto d’amore autentico anche noi dobbiamo essere pronte a giocarci, esprimendole, le nostre parti oscure avendo fiducia che l’altro possa accoglierle e integrarle nella relazione, in modo costruttivo. Vedere insieme all’altro la nostra Ombra ci permette di collocarla nel rapporto sentimentale in modo maturo, evitando che diventi un elemento distruttivo.

Così come l’altro, riacquista ai nostri occhi l’aspetto di principe, dopo che anche il suo lato Ombra è stato integrato dentro di noi, allo stesso modo ognuna può sentirsi principessa, anche con le sue parti oscure, e “sposare il suo principe”.

Saper amare in modo “sano” vuol dire passare da “essere come l’altro” ad “essere con l’altro” autenticamente, e questo ci aiuta nella realizzazione personale perché l’amore è crescita, piacere, gioia di vivere, complicità, senso di appartenenza.

L’esperienza dell’amore svolge la funzione di uno spazio interiore, il vaso degli alchimisti, dove la combinazione di elementi diversi dà origine all’oro, in cui si possono comporre le forze opposte del maschile e del femminile, per giungere alla realizzazione della totalità del Sé.

Credo quindi che valga la pena di riflettere e approfondire cosa determini le nostre scelte sentimentali, proprio perché ritengo che l’amore sia una straordinaria forza propulsiva che può aprire a noi stesse la via d’accesso al nostro Sé più profondo.

Ma per completare il nostro processo di crescita nella capacità di amare l’altro occorre, anche, che ognuna di noi torni al proprio padre idealizzato/perduto e gli permetta di morire in pace.

“Uccidere i vecchi genitori” vuol dire saper rinunciare per sempre al padre reale, a quel luogo magico di aspettative infantili: lasciar morire quel che deve morire, per permettere la nascita di un nuovo maschile interno, il nostro Animus, che ci guiderà nella scelta adeguata dei nostri partner …

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Liberamente tratto da:

M.Morganti – Figlie di padri scomodi – Ed.FrancoAngeli

Il potere della separazione

radici germogli

Nel processo di crescita, separarsi dalle proprie radici è forse il passo più potente e più degli altri capace di conferire potere, ma è anche quello più rischioso e che più spaventa, perché è connesso col profondo terrore di essere puniti, di essere scacciati dalla famiglia o esclusi dagli amici, e di non riuscire a trovare una nuova identità che sostituisca quella che si sta cercando di dissolvere.

Al tempo stesso dentro di noi sappiamo quanto sia vitale attraversare questo processo di separazione e ritrovamento di Sé.

E’ come se in noi ci fossero due parti che si muovono in opposte direzioni: una ci spinge a separarci per trovare noi stessi, l’altra vuole conservare la comodità e la sicurezza di ciò che è noto e familiare. L’interessante è che finchè non ci separiamo consapevolmente dalle nostre radici, continuiamo a mettere in atto il processo di separazione con le persone significative della nostra vita attuale, il che può essere estremamente dannoso per la nostra vita relazionale.

La separazione può cominciare con l’allontanamento fisico dalla famiglia di origine. O, ancora prima, con atti di ribellione. O può cominciare semplicemente con il percepire che qualcosa ci sta chiamando ….  Ma questi primi movimenti di allontanamento dalle nostre radici sono solo l’inizio del processo di separazione.

Perché la separazione diventi integrata e profonda, dobbiamo scoprire chi siamo e riappacificarci con il passato.

Anche se siamo fisicamente separati dai genitori e dalla famiglia, il legame – sottile e potente – ci influenza fortemente, soprattutto se non abbiamo ancora scoperto i nostri propri valori. Finchè continuiamo a vivere così come siamo stati condizionati a vivere e crediamo nei valori, nelle norme e nelle regole che ci sono stati insegnati, facciamo compromessi e non siamo nemmeno consapevoli di quanto influenzino la nostra vita.

Il passo più potente che possiamo fare per separarci dalle limitazioni del nostro condizionamento è prenderci dei rischi. Più precisamente, ciò significa assumersi il rischio di fare qualcosa che il nostro cuore amerebbe fare, ma che il nostro condizionamento ci dice che è sbagliato. O il rischio di fare qualcosa che ci è stato detto che non siamo capaci di fare, o che non sappiamo fare bene. Questi rischi apportano una forte acquisizione di potere. Liberano grandi quantità di energia intrappolata nel nostro sistema ed espandono la nostra visione e il senso del sé.

Il momento in cui la nostra autostima smette di dipendere dall’amore e dall’approvazione di coloro che ci hanno cresciuti costituisce una pietra miliare nella nostra vita.

La nostra parte ferita forse non cesserà mai di volere l’amore e il rispetto che non ricevemmo, ma ad un certo punto possiamo realizzare che coloro cui ci siamo rivolti per ottenere quel nutrimento non possono darcelo nel modo in cui ci è necessario, e scoprire che possiamo trovare l’autostima indipendentemente da loro.

Finchè ci aspettiamo qualcosa da coloro che ci hanno cresciuti, continueremo ad andare da loro come bambini, finendo nella stessa trappola. Ne verremo fuori con un sentimento di vergogna, stanchi, depressi, senza amore per noi stessi e, ancora una volta, avremo rafforzato un’immagine di noi pieni di vergogna.

Se ci avviciniamo alle persone che ci hanno cresciuti come individui che non si aspettano niente da loro, allora il nostro cuore potrà aprirsi. Potremmo allora vedere i nostri genitori per ciò che sono, con tutte le loro limitazioni e i loro difetti, semplicemente come esseri umani che fanno il meglio che possono.

Non è un ruggito da leone che può far ritrovare il rispetto di sé e la fiducia. La ribellione è come una carica esplosiva che ci dà la forza di spezzare una situazione. Ma una reale acquisizione di potere è possibile solo se , oltre che separarci dalle nostre radici, onoriamo ciò che abbiamo imparato e ciò che abbiamo ricevuto da esse.

E’ necessario separarci per crescere. E’ necessario separarci per non sentirci separati.

Uscendo dalla fase di ribellione cominciamo a provare gratitudine per coloro che sono venuti prima di noi e li vediamo per ciò che sono. In molte maniere, inconsce e consce, le nostre vite, e le nostre personalità sono state profondamente modellate dai nostri genitori. Che ci piaccia o no, che ne siamo consapevoli o meno, in molti modi continuiamo a portare il vessillo.

Riconnettersi con la nostra eredità significa lasciare alle spalle il dolore preparando terra nuova perché i semi della nuova consapevolezza di sé possano germogliare.

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Liberamente tratto da:

Krishnananda – Amana  “Fiducia e sfiducia” Ed. Feltrinelli

La fine di una relazione: sconfitta od opportunità di crescita?

coppia scoppia

Oggi, sempre più coppie si costituiscono e si costruiscono sui … pezzi di una coppia precedente.

Ciascuno dei partner annientato o deluso, scottato o entusiasta, tenta una nuova alleanza, con un desiderio di riuscire secondo le delusioni o le scoperte precedenti.

E’ interessante il fatto che, per potersi legare, ci si sciolga da un attaccamento non soltanto ad una persona, ma anche ad un sistema relazionale. E’ indispensabile essere vigili nei confronti del rischio di ripetizioni o di illusioni che portiamo con noi.

Dalla maggior parte delle persone, un divorzio, una separazione, una rottura sono vissuti per lo più come una sconfitta dolorosa. Inscrivono profondamente il dubbio sul nostro valore, sulla nostra capacità di essere amati, feriscono a volte irrimediabilmente le nostre speranze di impegnarci in una nuova relazione sentimentale.

E questo non soltanto da chi si sente l’oggetto del rifiuto o dell’abbandono, ma anche da parte di chi lascia.

Una verità su cui porre l’attenzione è che non sono i sentimenti che tengono unite due persone, bensì la qualità della relazione che esse si possono reciprocamente offrire.

Al di là dell’incontro basato sull’attrazione, su sentimenti ed emozioni riconosciute o su scelte inconsce, costruire una relazione che duri si dimostra un compito superiore alle possibilità di molti. Perché siamo  troppo spesso degli infermi della relazione.

Bisogna dirlo e a maggior ragione soprattutto in questo periodo urlarlo: a volte esiste un tale terrorismo relazionale, una vera e propria violenza endemica in certe relazioni amorose e di coppia , da indurre (purtroppo ancora troppo spesso non si trova il coraggio …) l’uno o l’altro dei partner a “salvarsi la pelle”, a rinunciare o a fuggire una relazione che lo distrugge o lo divora.

Mi racconta una cliente: “non ne potevo più, diventavo pazza a sopportare tutti i giorni le sue critiche, le sue osservazioni e le sue accuse. Nulla di quello che facevo gli andava bene. Mi aggrappavo alle mie convinzioni, speravo in un miracolo. Ricevevo il più piccolo regalo di non aggressione come un regalo, una carezza, ma quasi subito arrivava la doccia fredda … Era tempo che mi rispettassi ..”

E un’altra: “Non ridevo più, mi sentivo vecchia e logorata, soprattutto logorata. Non si riusciva a trovare un accordo su nulla, desideri, bisogni, progetti, tutto sembrava in opposizione. Avevo la sensazione di passare accanto alla vita. I miei obiettivi erano modesti, non cercavo la felicità, ma soltanto di potermi guardare al mattino senza disperazione …”

Se la decisione è stata presa e non esiste speranza di un possibile accordo, chi chiede la separazione e si mobilita a questo scopo dovrà definirsi chiaramente, impedire all’altro di aprlare su di lui/lei e confermare la sua scelta di fronte ai tentativi di colpevolizzare, di aggredire moralmente, di screditare … da parte dell’altro.

La separazione, le perdite, gli abbandoni, se non si inscrivono nel risentimento, nel rancore o nell’accusa contro l’altro o nella disistima di se stessi, possono permettere ad un uomo e ad una donna di accedere ad un nuovo modo di vita, di essere uomo o donna in modo diverso.

Vedersi di nuovo individui interi. Rinnovare il contatto con la parte migliore di sé. Trovare nuove risorse e una maggiore capacità di stare meglio con se stessi.

Ogni separazione contiene il rischio di una ferita narcisistica, che rovina o distrugge l’immagine che uno ha di se stesso.

Ma possiamo anche comprendere che l’altro ci lasci, la maggior parte delle volte, per se stesso. Chi chiude una relazione lo fa in funzione di quello che è, di quello che è diventato, anche se si dà l’alibi che tutto è successo “a causa dell’altro”.

Possiamo liberarci dall’immaginazione onnipotente (di origine infantile) per cui tutti i comportamenti, i sentimenti o le decisioni di una persona, anche vicina, dipendano da noi.

Ciò che concorre poi a trasformare quella che appare in un primo tempo come una sconfitta, è la capacità che abbiamo o non abbiamo di “prenderci cura” di due elementi, l’uno affettivo, l’altro relazionale, che ci legano alla persona che se ne va.

Prenderci cura dei sentimenti , talvolta profondi, che proviamo ancora per la persona che ci lascia o che noi lasciamo. La relazione in ciò che ha avuto di buono, di stimolante, di vivo prima che si rovinasse.

Dobbiamo riconoscere, in effetti, che siamo incredibilmente abili nel maltrattare e sminuire i sentimenti che continuano ad esistere in noi anche quando non corrispondono più a quelli dell’altro.

Trasformare quello che appare a prima vista una sconfitta in esperienza di vita, è un segno di tenerezza nei confrontii di noi stessi.

Facendo questo, il terreno è a volte sufficientemente libero, lavorato e seminato per accogliere la possibilità di un nuovo incontro, per tentare l’avventura di una coppia, non più soltanto da sognare, ma da costruire in due.

Il triangolo madre-figlia-padre

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Andy Warhol – Madre e figlia: Tina e Lisa Bilotti – 1981

www.museocarlobilotti.it

 Ogni incontro amoroso è, in parte, frutto della continua riedizione del nostro passato emotivo in relazione alle figure dei genitori: nasce dalla ricerca di soddisfazione di un desiderio infantile frustrato.

Infatti alla base delle nostre scelte di amore, come ho più volte ripetuto in precedenti post, c’è il primitivo rapporto che abbiamo avuto con nostra madre, che segna la nostra capacità di essere più o meno intime con l’altro. Mentre il apporto con il padre determina la nostra scelta, inconscia, di un certo “modello” d’uomo come quello più adatto a noi.

Con il termine “bonding” si  intende quell’importante legame che si crea tra madre e figlia fin dalla nascita: lo sviluppo psicologico di ogni bambina dipende dal fatto che lei si senta contenuta dalla madre, sia quando fisicamente la tiene in braccio e gli fa da seconda pelle offrendole il seno, sia perché mentalmente la tiene nella sua testa pensando al posto suo, fino a quando la bambina non sarà in grado di farlo da sola.

Dall’affetto che la madre prova per la figlia e che esprime con lo sguardo, le carezze e con ogni gesto, dipenderà l’amore che la bambina proverà per se stessa, la sua capacità di volersi bene.

Ogni bambina è in fusione con la madre fin dal momento del concepimento e prima della nascita la simbiosi è completa: si trova nel corpo della madre e vive attraverso i suoi organi. La nascita segna la fine, solo parziale, del legame perché lei deve continuare a nutrirsi dal corpo della madre, con il suo latte.

Il comportamento che nostra madre ha messo in atto con noi, nel primo anno di vita, influenza le nostre successive modalità affettive: se è stata attenta ai nostri segnali di sofferenza, pronta nella risposta e disponibile alle nostre richieste e a soddisfare i bisogni di cura e di protezione, allora noi siamo diventate bambine “sane” perché abbiamo avuto una base sicura a cui tornare in caso di pericolo e da cui partire per l’esplorazione del mondo circostante.

Abbiamo, in altre parole, sviluppato la convinzione interna di essere degne di amore e d’aiuto e, perciò, siamo anche in grado di instaurare con i nostri partner rapporti affettivi basati sulla fiducia e sull’accettazione dell’altro.

Ma se nostra madre rifiutava il contatto fisico con noi, non accoglieva le nostre richieste di aiuto e di conforto, era evitante, allora siamo cresciute pensando di essere donne non amabili, che possono fidarsi solo di se stesse in un mondo di persone ostili da cui bisogna difendersi.

Tendiamo così a sviluppare comportamenti di falsa autonomia, non diamo importanza ai legami affettivi e instauriamo rapporti di coppia basati sulla distanza emotiva e fisica per poi, paradossalmente finire spesso con il fidarci, ciecamente e irrazionalmente proprio degli uomini che non ci amano.

Quando invece nostra madre è stata imprevedibile nelle sue risposte ai nostri bisogni infantili, noi diventiamo adulte vulnerabili e incapaci, a volte amabili e a volte no e vediamo anche gli altri come inaffidabili e pericolosi.

Sviluppiamo così relazioni amorose basate sull’ossessività, sul controllo ossessivo del partner e sulla gelosia perché siamo, fondamentalmente insicure e ansiose.

E’ proprio questo legame simbiotico, con la sua centralità nella vita di ognuna di noi, che fa della presenza della madre nei  primi anni di vita un caposaldo dell’esistenza personale, ma, allo stesso tempo, è proprio l’enorme significato di questo legame ciò che rende indispensabile la sua rottura e decisivi i modi e i tempi in cui questo deve avvenire.

Fortunatamente questi processi psicologici infantili non determinano la nostra vita in modo rigidamente meccanico e il ruolo che nostro padre gioca con noi, nell’infanzia e nell’adolescenza, può notevolmente mitigare i “danni” di una relazione non buona con nostra madre, così come può purtroppo anche aggiungere una nuova ferita.

Perché la bambina cresca e diventi un’adulta matura, parte integrante della società, occorre, infatti, che si liberi dall’abbraccio materno e questo compito spetta al padre che educa, detta norme, corregge. Il padre, quindi, svolge innanzi tutto la funzione di contenimento dell’ansia legata alla separazione della coppia madre-figlia: la madre “sufficientemente buona” ha la capacità di soccorrere e di essere empatica, è tenera e giocosa, mentre il padre trasmette gli ideali di responsabilità, l’assunzione di decisioni, l’oggettività, l’ordine, il senso del valore personale.

Stimola nella figlia la capacità autonoma di ricerca dell’oggetto che soddisfa i suoi bisogni personali, diversi  da quelli della madre.

In questo triangolo madre-figlia-padre c’è però anche il rischio per la bambina di essere stritolata nella silenziosa battaglia che i  genitori giocano spesso tra loro. A volte la figlia diventa, per il padre, la complice, l’alleata contro la moglie nemica.

Oppure la figlia è amata come moglie, per compensare le frustrazioni di un matrimonio che non funziona, è idealizzata dal padre come un’amante ideale, come una moglie alternativa in un gioco di seduzione che, pur non essendo sessuale, può compromettere i nostri successivi rapporti sentimentali.

Oppure, al contrario, è la madre che chiede un patto di lealtà alla figlia contro il padre colpevole, per esempio, di non amare più la moglie.

In tutti questi casi il padre non ha saputo assolvere al compito di rompere il legame simbolico madre-figlia. E’ lui che conduce alla rottura, ci inizia al senso del dolore, e proprio grazie a questo distacco la fa crescere; senza questa triangolazione paterna, la madre e la figlia resterebbero legate in un rapporto chiuso, circolare di reciproca idealizzazione.

Un sano sviluppo dell’identità personale presuppone che ognuna di noi abbia potuto superare le ferite, inevitabilmente collegate alle prime separazioni nell’infanzia e abbia saputo trasformare positivamente queste esperienze verso un senso maturo della propria autonomia personale.

Se invece l’esserci sentite dipendenti nell’infanzia è legato ad un dolore devastante, per una precoce mancata vicinanza ai nostri genitori, che ha minacciato il nostro senso di sopravvivenza, da adulte tenderemo a negare il nostro bisogno dell’altro, riattivando la fantasia infantile di non desiderare nessun altro, per non soffrire nuovamente.

Neghiamo in altre parole, questo bisogno/desiderio dell’altro perché temiamo di trovarci di nuovo, in quella situazione di dipendenza che è stata per noi fonte di sofferenza nell’infanzia, quando non siamo state accolte dai nostri genitori.

Così facendo però rimaniamo bloccate dentro i confini stretti del nostro Io, impedendo all’amore di svolgere la sua funzione attiva e creatrice.

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Liberamente tratto da:

M.Morganti – Figlie di padri scomodi – Ed.FrancoAngeli

L’anima gemella …..

androgino platone

 “Per duemila anni, ho camminato verso di te

Per entrare in questa stanza, e restare vicino a te”

Sainko Namtchylak

Vorrei proseguire in questa terra dell’amore postando qualche altra riflessione ….

L’incontro con l’altro porta con sé un’indicibile nostalgia di qualcosa che non si conosce. Uno struggimento, dolcissimo, di ciò che nemmeno si sa. L’altro ci mancava già prima, ancora di conoscerlo. Questa sensazione sottile appartiene intimamente all’innamoramento.

Di solito, infatti, si sente proprio quello, un nitido, preciso senso di appartenenza profonda che va oltre la ragionevolezza della situazione. Qualcosa che trascende il momento reale, che si avvicina all’idea di un destino, di una chiamata inevitabile, di una necessità: un appuntamento.

Dovevamo incontrarci. Dovevamo incontrarci perché era scritto, perché prima eravamo uniti e poi ci hanno divisi e adesso finalmente ci siamo ritrovati.

E voilà, ci siamo, ecco il buon vecchio mito platonico dell’androgino, quello che sta alla base di tutta la storia , romantica e struggente, dell’anima gemella.

Il mito è noto. Platone, nel Simposio, lo racconta più o meno così.

All’inizio non c’era distinzione tra i sessi. Eravamo Uno, l’androgino perfetto. Bruttarello in verità. Con quattro braccia, quattro gambe, due volti su un’unica testa e due organi genitali. Poi un giorno l’androgino, per superbia e ambizione, si ribella agli dei e tenta addirittura di dare l’assalto al cielo. Zeus lo punisce duramente: lo divide a metà, costringendo da quel momento gli uomini – nati da questo taglio – a vagare perennemente in cerca della propria metà perduta. Il desiderio sta esattamente lì nella separazione. E’ perché siamo separati che ci cerchiamo e ci cerchiamo continuamente.

Bisogna ammetterlo, la storia dell’anima gemella è una bella fregatura. Perché pone almeno un paio di problemini. Primo: se è uno, e solo uno, il nostro perfetto corrispettivo, che facciamo se putacaso non riusciamo a trovarlo? Che ne facciamo, eventualmente, di tutti i surrogati che ci si parano davanti? Secondo: posto che l’abbiamo trovato, il nostro corrispettivo originario, dove andiamo a sbattere la testa se per caso – ed è un caso quanto mai probabile – lo dovessimo perdere?

I più pragmatici diranno che se l’abbiamo perduta, allora non era davvero la nostra metà, perché altrimenti saremmo rimasti uniti, come una cosa sola. Si sa, però, che queste considerazioni razionali a poco valgono: la sensazione di aver perduto l’Unico amore è qualcosa di davvero sconvolgente, uno strazio che non ha uguali.

Il mito dell’anima gemella è una trappola romantica di prima grandezza. E’ una trappola infida perché succede proprio così: di fronte ad un certo paio di occhi, un certo giorno, con quella certa luce, in quel certo posto non possiamo eludere l’idea fantastica che proprio quegli occhi abbiano a che fare, in modo misterioso ed inspiegabile, con noi. Che ci sia qualcosa che ci riguarda, lì dentro. E che vogliamo andare a vedere a tutti i costi cosa è.

Freud, è noto, dice che in amore noi amiamo un oggetto perduto. Che nell’amore adulto ricerchiamo, inconsciamente, l’oggetto d’amore dell’infanzia. La madre.

Anche per i neuroscienziati la memoria richiamata dall’altro è memoria dei primi mesi di vita. Le emozioni impresse durante la primissima infanzia dal rapporto con le persone che si sono prese cura di noi sono così potenti da influenzare tutta la nostra vita emotiva successiva, le nostre reazioni e le nostre scelte.

Gli occhi dell’altro,allora, ci parlano forse lo stesso linguaggio senza parole che abbiamo usato da neonati, nella culla, scambiando segnali con gli occhi di nostra madre.

L’altro arriva e riattiva il fantasma del nostro passato: il ruolo della memoria nell’attrazione è fondamentale. C’è effettivamente un “prima e altrove” e sta nella nostra infanzia.

“Nasciamo da una separazione da cui non ci riprendiamo più, e da allora facciamo di tutto, disponiamo ogni cosa, pensiamo, respiriamo, immaginiamo, corriamo dei rischi, amiamo, portandoci sempre dietro l’assurdità di essere nati e di essere soli, di essere stati due e di essere uno solo” (A.Dufourmantelle)

Non ce la ricordiamo più, l’abbiamo rimossa, ma è questa separazione originaria, una specie di perdita iniziale che va ben oltre la madre, a produrre forse la realtà più intima del desiderio e dell’amore.

Amiamo, inseguiamo qualcosa che è sempre stato perduto, ed sempre stato desiderato come tale. Bellissimo. Struggente ….

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