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Sulla fiducia

animale tana 1

Ci saranno sempre dei sassi sul tuo cammino dipende da te se farne dei muri o dei ponti ….

La fiducia, argomento senza fine che apre la porta per riversare litri di inchiostro cercando di delinearne i contorni. Al suo opposto il tradimento ferita indelebile dell’anima da cui parte il doloroso cammino di risalita verso l’amore per se stessi. Amore indispensabile per trasformare quell’antica ferita che ha messo a dura prova il nostro sentirci degni, in fiducia in sé.

A questo proposito vorrei in questo post riportare una parte dell’introduzione del libro di Krishnananda-Amana “Fiducia e sfiducia” che delinea come la “sfiducia” e la paura di essere traditi e abbandonati può essere curata ri-connettendoci  con noi stessi e la nostra integrità, imparando ad ascoltare la voce profonda della nostra saggezza interiore.

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[…] sembra che nella vita non ci sia tema più grande della fiducia. Abbiamo ricevuto e continuiamo a ricevere lezioni sulla fiducia, ed è proprio la nostra fiducia ad essere messa alla prova quando attraversiamo un momento difficile.[…]

[…] La qualità della nostra fiducia è misurata dallo stato della nostra vita: dall’amore che abbiamo per noi stessi, dalla profondità dell’intimità delle nostre relazioni più importanti, dalla gioia con cui affrontiamo la vita. Sviluppare una fiducia matura è il tesoro al termine dell’arcobaleno del lavoro interiore. […]

[…] Molto spesso, quando veniamo feriti (o traditi – ndr), abbiamo la tendenza a chiudere con la persona che ci ha feriti, ma in questo modo ci chiudiamo anche a noi stessi. Questa chiusura è molto dolorosa, anche se a volte non ne sentiamo il dolore, ed è alla base di molti disturbi fisici e psicologici.

Quando ci chiudiamo, ci ritiriamo in uno spazio di profonda sfiducia e guardiamo al mondo e alla gente da questo spazio. Siamo come animali feriti che spiano il mondo con sospetto dalla loro tana. Da questo spazio è praticamente impossibile vedere con chiarezza gli altri, per questo così spesso reagiamo o li allontaniamo per non essere di nuovo feriti.

Quando ci troviamo in questo stato di animali feriti rintanati nella propria sfiducia tendiamo a riciclare in continuazione gli stessi pensieri e le stesse credenze, finendo magari per abituarci ad una vita di isolamento. Viviamo allora in una situazione dolorosa in cui speriamo di essere trattati in un modo che ci faccia sentire sicuri di poterci esporre, ma appena le nostre aspettative vengono deluse, cosa che accade inevitabilmente, ci ritiriamo nella nostra tana pienamente convinti della verità della nostra sfiducia. Ci rassegniamo alla solitudine inventandoci ogni genere di ragione per non incontrare gli altri.

Sentendoci soli e non nutriti nella nostra tana facciamo allora un nuovo tentativo per uscire, sperando che questa volta la vita e gli altri non saranno un pericolo.

Non solo ci basiamo su come veniamo trattati dall’esterno per rinnovare la nostra fiducia, ma ci abituiamo anche a credere che il nostro nutrimento nella vita dipenda da eventi esterni e da come gli altri si comportano verso di noi. Questo atteggiamento verso noi stessi e verso la vita crea rancore e rabbia e non ci aiuta ad imparare ad espandere la fiducia.

Abbiamo bisogno di una comprensione che ci aiuti a riconoscere il valore delle delusioni e degli abbandoni, così che ci possano dare forza, anziché indebolire o distruggere la nostra fiducia nella vita.

Se vediamo il significato emozionale dei nostri momenti difficili, allora possiamo contenere il dolore. Le delusioni e gli abbandoni ci sfidano a scoprire una fiducia reale. Altrimenti le nostre ferite possono diventare terribili e insopportabili.

Forse diamo per scontato che non è possibile avere fiducia o, se abbiamo esperienze di apertura e fiducia, succede poi qualcosa che ci fa chiudere. Magari alterniamo momenti di estatica fiducia in una persona, o nella vita in generale, a momenti in cui sentiamo separati e isolati.

Sembrerà strano, ma la caratteristica di una genuina fiducia è di non dipendere dagli altri, né da qualcosa di esterno. E’ una profonda esperienza interiore di connessione con il nostro essere e con l’esistenza. […]

[…] Non siano così impotenti come potrebbe sembrare quando arriva il momento di aprire il nostro cuore alla vita, agli altri, e in definitiva, a noi stessi. Perché, fondamentalmente, non è negli altri che dobbiamo imparare ad avere di nuovo fiducia, ma in noi stessi. […]

[…] Per lo più non viviamo nella fiducia in noi stessi, e se sperimentiamo un sentimento di fiducia è in realtà ciò che chiamiamo “fiducia fantasticata”, non una fiducia reale.

La fiducia fantasticata è costruita a partire dalle aspettative e opinioni su come l’esistenza (o Dio) e gli altri dovrebbero trattarci. Naturalmente, quando quelle esperienze non vengono soddisfatte entriamo nella sfiducia, provando collera, risentimento e rassegnazione. Inoltre, possiamo facilmente sentirci vittime di come gli altri o la vita ci trattano.

C’è una parte dentro di noi che vive nella fiducia fantasticata e forse vivrà sempre così. E’ uno spazio interiore infantile e ferito che ha bisogno della nostra comprensione e del nostro amore. […]

[…] C’è un altro aspetto della nostra coscienza più profondo e più saggio. Quest’altra parte ci può aiutare a passare gradualmente dalle aspettative, dalle accuse e dalla negatività ad una più profonda responsabilità. Ci può insegnare ad accogliere le delusioni e le frustrazioni come opportunità per andare più in profondità, per crescere e maturare. Può guidarci e mostrarci che la vita è in realtà amorevole e si prende cura di noi. In questo modo vedremo e sentiremo la bellezza reale nella vita e nelle persone che ci sono vicine, in coloro che amiamo, nei nostri amici e nei nostri genitori.

 

Krishnananda – Amana “Fiducia e sfiducia” Ed. Economica Feltrinelli

Dare fiducia

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Mi riporta una cliente: “Fidarsi? Già non ho abbastanza fiducia in me … sono troppo fragile per dare fiducia agli altri … Mi sento incapace di protestare quando mi sfruttano. Incapace di ribellarmi se mi tradiscono. Molte volte, nella mia vita, sono stata l’ultima a capire che venivo ingannata. Dal momento che dubito di me, fornisco sempre agli altri delle buone ragioni, suppongo che i miei dubbi non siano infondati, che i miei sospetti siano ingiustificati. Il mio segnale d’allarme di fronte agli abusi si è anestetizzato. Quindi oggi evito di dare fiducia per rifuggire dalla delusione e dal tradimento. Mi rendo conto che è un fatto che mi isola e mi priva di molte cose. Ma preferisco essere sola e diffidente che accettata ma tratta in inganno…”

La fiducia? E’ una intuizione, a volte una decisione, e una speranza. E’ una forma di ottimismo, centrata sui rapporti sociali: al pari dell’ottimismo, non è un modo di essere ciechi di fronte alle difficoltà, ma una tranquillità di fronte all’assenza di un problema manifesto. Mentre l’ottimismo non modifica necessariamente le situazioni materiali, la fiducia può farlo: dare fiducia a qualcuno può incitarlo a migliorare.

Le radici della capacità di dare fiducia risiedono con ogni evidenza nel nostro passato: avere avuto genitori affidabili, non aver vissuto tradimenti dolorosi dopo aver investito o rivelato molto possono essere i due fattori principali. Ma esistono anche molti fattori più legati al presente, che costituiscono un insieme più complesso.

In primo luogo, i motivi per dare fiducia possono essere opposti: possiamo dare fiducia per fragilità personale, perché tendiamo ad idealizzare gli altri, o a metterci in una posizione di fragilità o di dipendenza nei loro confronti.

Possiamo anche dare fiducia perché ci sentiamo abbastanza forti da poter sopportare o riparare un eventuale tradimento”gli do una possibilità ..”. Poter accordare la propria fiducia agli altri dipende chiaramente dalla fiducia che abbiamo in noi stessi: potremo essere portati ad accordarla o rifiutarla in modo inadeguato, in funzione delle nostre attese di rassicurazione o di ammirazione più che dalla calma valutazione dei nostri interlocutori o della situazione.

Possono inoltre entrare in gioco ulteriori elementi; ad esempio di natura psicologica. La fiducia è molto influenzata dalla vita emozionale; logicamente è facilitata dalle emozioni positive e ostacolata da quelle negative. Provare spesso tristezza, rabbia, inquietudine, può indurre una diffidenza sistematica verso gli altri basata sulla paura ( è il caso di persone che soffrono di fobie sociali), il pessimismo ( è il caso dei depressi), o la proiezione dei propri cattivi pensieri e delle proprie visioni negative dell ‘umanità (è il caso degli scorbutici e dei collerici, sempre in preda al risentimento).

In certi casi, l’incapacità di dare fiducia dipende da una patologia psichiatrica: l’esempio più calzante è fornito dai paranoici, convinti che nessuno, nemmeno le persone a loro più vicine, meriti fiducia. Per loro c’è chi ha tradito, chi si appresta a tradire o lo sta facendo, e quelli che prima o poi tradiranno ….. Infine ci sono anche i sinistrati dei rapporti umani, sempre delusi dagli altri. E quelli che hanno sofferto di tradimenti o di carenze, quelli che sono stati cresciuti dai loro genitori nel culto della diffidenza.

Dare fiducia agli altri: non è rischioso?

Certo, ma vi sono anche molti rischi nel non dare fiducia. I rischi della diffidenza sono forse meno visibili, meno immediati di quelli della fiducia, ma sono altrettanto reali.

Evitare di dare fiducia significa dedicare molte energie a diffidare, osservare, sorvegliare, verificare, temporeggiare. Significa vivere in una tensione fisica e in una visione negativa del mondo, allo stesso modo estenuante e nociva. Significa fare fatica ad abbassare la guardia quando potremmo farlo. Certo, ciò consente di evitare determinati raggiri o determinate delusioni. Ma a quale prezzo?

La fiducia ovviamente presuppone che si accetti un rischio sociale relativo, quello dell’inganno e della doppiezza dei nostri interlocutori, in cambio di un beneficio tangibile, che è quello della qualità della vita.

Ma allora sarebbe meglio dare fiducia a priori?

Se quello che ci prefiggiamo è la qualità della vita, la risposta è sì. D’altro canto è però inutile esporsi in modo gratuito alla delusione e allo sfruttamento. Come sempre, la soluzione sta nella flessibilità: dipende da noi essere capaci di regolare il grado di fiducia concessa agli altri, non in funzione delle nostre fragilità (dubbi, angosce, paura di non essere capaci di difenderci) ma in funzione del contesto o della natura dei nostri interlocutori. Questo richiede anche lo sforzo di capire che, in certi casi, il fatto di essere venuti meno alla fiducia che avevamo concesso può anche essere dovuto alla goffaggine o all’incompensione, anziché alla malevolenza e al cinismo.

Il risultato è lo stesso? Forse lo è dal punto di vista materiale ed emozionale (sul momento), ma non per quello che è la nostra visione dell’umanità.

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