Tag: trasformazione

La metafora dell’Alchimia

alchimia 1

“Ogni cosa deve trasformarsi in qualcosa di migliore e acquisire un nuovo destino” scrive Paulo Coelho nel suo romanzo l’Alchimista.

Questo libro mi fu regalato da una cliente, alla fine del suo percorso, che mi disse: “questo libro mi ricorda il lavoro che abbiamo fatto insieme”. In effetti l’alchimia costituisce una buona metafora del processo di counseling.

Gli alchimisti, come racconta la leggenda, cercarono di usare una pietra magica, della “filosofale” per trasmutare il piombo in oro. In realtà questi due metalli erano metafore di stati interiori, poiché la disciplina dell’alchimista riguardava una trasformazione sia psicologica che spirituale.

Gli alchimisti si resero conto che il mistero che cercavano di risolvere non era nel mondo esterno ma nella psiche.

Alcune scuole alchemiche di indirizzo più filosofico paragonarono il nostro stato mentale ordinario ad un ammasso di carbone e la piena coscienza ad un diamante. Nel mondo materiale non sembravano esistere due materiali più diversi del carbone e del diamante, eppure entrambi non sono altro che combinazioni differenti di molecole identiche, quelle di carbonio.

Come il diamante non è altro che una trasformazione del carbone, la piena coscienza può avere origine dal nostro stato di confusione.

Quello che mi affascina nella metafora dell’alchimia non è tanto l’oro, un obiettivo grandioso, ma soprattutto l’importanza attribuita al processo di trasformazione. L’alchimia consiste nell’accettare tutto ciò che sta nel calderone, senza cercare di rifiutarlo o correggerlo, dopo essersi resi conto che anche ciò che è negativo fa parte del processo di apprendimento.

Avere piena consapevolezza significa vedere le cose come sono, senza giudizio . Lo scopo è eliminare le nostre reazioni alle emozioni inquietanti, facendo attenzione a non respingere l’emozione stessa. Sentire e accettare le nostre emozioni imparando a gestirle. La piena consapevolezza può cambiare il nostro modo di relazionarci con le nostre emozioni e di percepirle, senza eliminarle.

Sono convinta che, avendo a disposizione gli adeguati strumenti che conducono alla consapevolezza, tutti noi abbiamo le potenzialità per diventare alchimisti interiori, in grado di trasformare i nostri momenti di confusione in chiarezza di visione.

La fisica ci spiega cosa accade quando il vapore si addensa e le nuvole diventano così dense che inizialmente la luce del sole non riesce a filtrare per far evaporare l’umidità. Dapprima la luce rimbalza letteralmente contro le goccioline d’acqua, irradiandosi in tutte le direzione. Ma quando la presenza costante del sole le riscalda, le goccioline d’acqua iniziano lentamente ad evaporare. E così le nuvole si dissolvono.

Questo processo può essere paragonato all’alchimia emotiva, una trasformazione che ha origine da stati emotivi confusi e che conduce alla chiarezza e leggerezza dell’essere.

La piena consapevolezza in questa alchimia interiore rappresenta il fuoco. Tutto ciò non significa che la nebbia delle nostre menti si dissiperà ogni volta che ne saremo consapevoli e coscienti. Ciò che può mutare è il nostro modo di percepire i vari stati mentali in cui veniamo a trovarci e quello di relazionarci ad essi.

Abitualmente la nostra attenzione si sposta in maniera piuttosto incontrollabile, spinta in una direzione o in un’altra da pensieri casuali, ricordi vaghi, fantasie, frammenti di cose viste, sentite o percepite in qualche altro modo.

Invece la piena consapevolezza è un’attenzione prolungata e resistente alle distrazioni, focalizzata sui nostri pensieri e sensazioni lasciando andare tutto ciò che ci trascina fuori dal presente, dal qui e ora.

Utilizzando questo tipo di approccio, centrato sulla consapevolezza della nostra esperienza immediata, l’attenzione non si focalizzerà tanto sul problema, quanto su come giungere alla chiarezza di ciò che si sta vivendo. In questo modo il problema ci sembrerà meno complicato e diventerà per noi opportunità di apprendimento, anziché minaccia da evitare.

Ecco quindi, come dal calderone di pensieri,sensazioni ed emozioni informi e confuse con il calore della consapevolezza può avvenire la trasformazione alchemica. E ciò che era prima solo disagio esistenziale diventa momento di crescita ……

Accettare quello che è accaduto in passato

diamante graffiato

Un principe possedeva un enorme diamante di cui andava fierissimo. Questa pietra preziosa era costruita in una teca protetta.

Un giorno il principe chiese ad un suo servo di portargli il diamante, perché desidera ammirarlo più da vicino. Prendendolo tra le mani, quale non fu il suo stupore nello scoprire un enorme graffio sulla parte del diamante che di solito non vedeva!

Il principe divenne molto infelice; non riusciva a smettere di pensare a quella pietra preziosa e al difetto di cui non era stato consapevole. Decise di radunare il consiglio e di esporre il problema.

Alcuni consiglieri volevano avviare una grande indagine per trovare i colpevoli, quelli che avevano rigato il diamante. Altri intendevano creare una commissione scientifica per cercare di capire cosa potesse essere più duro del diamante e graffiarlo. Altri ancora suggerivano di rimettere il diamante nella teca e cercare di dimenticare che avesse un lato imperfetto.

Il consigliere più anziano e più saggio prese la parola: “Vostra maestà, credo che la soluzione migliore consista nell’utilizzare questo difetto nel diamante per farne qualcosa che ne aumenti il valore”.

Tutti i consiglieri si misero a ridere di questa proposta, che giudicavano stramba. Il principe fece loro segno di tacere e si rivolse all’anziano: “E come pensi si possa fare?”.

“Vostra maestà, conosco un orafo incredibilmente dotato che abita nei dintorni. Potremmo farlo venire”. “E sia – disse il principe – lo si vada a chiamare”.

Si vide allora arrivare un artigiano vestito con semplicità, dallo sguardo caloroso e dal  sicuro. Quando gli fu presentato il problema, rispose che poteva fare qualcosa. Il principe non si sentiva molto rassicurato, ma ripose fiducia nell’orafo.

Tre giorni dopo, l’artigiano andò dal principe reggendo su un vassoio coperto di velluto il diamante, che scintillava di mille luci. Dal graffio l’uomo aveva ricavato lo stelo di una splendida rosa che aveva inciso nel diamante; era riuscito a creare il fiore in modo tale da aumentare la bellezza e lo splendore del diamante.

Il principe era meravigliato. Ricompensò l’orefice e ordinò di riporre nuovamente il diamante nella teca, con il lato inciso in evidenza, per poterlo ammirare. Non c’era più nulla da nascondere, il graffio “della vergogna” era diventato il supporto di una splendida rosa…

_________________________________________________

Questa metafora riassume bene quanto può succedere quando accettiamo quello che è stato in passato.

Alcuni, come i consiglieri del principe, vogliono trovare i colpevoli, smascherarli, punirli … farlo tuttavia non cambia ciò che è.

Altri vogliono capire il perché, perché io, da dove deriva? Si arriva a risalire nel tempo, magari per trovare l’origine del problema alcune generazioni prima. Questo non cambia ciò che è.

Infine, come i consiglieri del principe, un gran numero di persone preferisce “dimenticare”: è passato, è finito, non parliamone più. Neanche questo cambia ciò che è. Tutte queste strategie seguitano ad alimentare una sofferenza non accettata.

L’unica via che permette di andare verso la serenità consiste nel confrontarsi con il proprio dolore, i rimpianti, il rancore, l’odio, la paura, accettarne l’esistenza e il fatto che spesso abbiano buoni motivi per esistere,

E’ poi necessario esprimerli, parlandone a qualcuno (un percorso di Counseling può aiutarti a fare questo), mettendoli per iscritto, disegnandoli, dipingendoli, scolpendoli, interpretandoli, cantandoli … insomma, dando loro una forma al di fuori di noi.

Occorre poi guardarli in faccia, considerarli come materiale da costruzione e cercare di capire cosa farne.

Una volta trovato il modo di procedere a questa sublime alchimia che consiste nel trasformare la sofferenza in compassione, il dolore del passato può essere accettato pienamente e la nostra vita essere finalmente vissuta per intero ….

I sogni son desideri …..

SOGNI 3

Ognuno di noi racchiude dentro di sé la persona che è, che è orgogliosa di essere, consapevole delle proprie capacità ma. Soprattutto, dei propri limiti.

La sfida quotidiana è essere ciò che siamo senza vergognarsi di non sapere, di non potere o di non volere. Detto così sembrerebbe il compito di un supereroe ma non lo è.

L’”essere o non essere” di ciascuno consiste nel riuscire a rispondere, a se stessi e agli altri, su quanto fatto con i nostri sogni.

La nostra vita è piena di sogni, sogni propri, presi in prestito, umili, di grandezza, imposti, dimenticati, terribili o incantevoli. Ma una cosa è sognare e un’altra rendersi conto di ciò che facciamo con i nostri sogni.

I sogni sono la visione di qualche cosa che non esiste ancora, che ci sembra invitante e che ci chiede di farla diventare realtà. Se mi lascio affascinare dal sogno e comincio a pensare “come sarebbe bello …”, tutto questo potrebbe trasformarsi in una fantasia, ovvero in un sogno ad occhi aperti del quale sono cosciente, che posso evocare, pensare e persino condividere.

Poter affermare “come sarebbe bello …” significa che il sogno è diventato qualcosa di più vicino.

Se poi mi provo questa fantasia, se la indosso come se fosse una giacca e vedo che mi sta bene, allora si può trasformare in un’illusione. A questo punto, dopo averla provata e aver fatto mia l’immagine sognata, non solo la penso in termini di “come sarebbe bello ..”, ma anche “come mi piacerebbe …”. Illudersi significa proprio questo: impadronirsi di una fantasia.

Ma l’illusione è come un seme. Se l’innaffio, la curo e la faccio crescere, è probabile diventi un desiderio. E’ così che il “come sarebbe bello…” diventa “voglio”.

I nostri sogni sono dunque in grado di evolversi dall’incoscienza iniziale, fino alla pretesa di trasformarsi in desiderio cosciente, senza perdere il contenuto con il quale sono nati.

Fortunatamente la storia non finisce qui; al contrario, è proprio dal desiderio che comincia la parte migliore. Questi ultimi infatti non fanno altro che accumulare l’energia necessaria per intraprendere l’azione.

Cosa ci succederebbe se i desideri non si trasformassero mai in un comportamento concreto? Fondamentalmente due cose; accumuleremmo sempre più energia che, senza via d’uscita, finirebbe prima o poi, per esplodere in una qualche azione sostitutiva o bloccheremmo i nostri interessi e i nostri bisogni per non continuare a sovraccaricare il sistema intimo di armonia psichica. Tutto questo potrebbe spiegare perché se un sogno rimane nascosto e represso può finire per diventare un desiderio che ci fa ammalare, trasformandosi in un sintomo.

Il desiderio altro non è se non la batteria, il nutrimento, il combustibile di ognuno dei miei comportamenti, e acquista senso solamente quando riesco a trasformarlo in azione.

Il desiderio da solo svolge una funzione effettiva se incanala il mio comportamento verso l’azione che lo soddisfa e, per questo, la nostra mente adulta lavora (o sarebbe meglio che lavorasse) in modo costante per trasformare ogni desiderio in azione.

Per essere più incisivi: ogni cosa che faccio e ogni azione che decido di fare è motivata da un desiderio sia che io riesca a identificarli o meno.

Essere più consapevoli di questo processo è uno degli obiettivi di un percorso di Counseling. Costruire azioni coerenti con questi sogni convertiti in desideri, ne è un altro.

Essere capace di scegliere consapevolmente e responsabilmente fra due desideri contraddittori, è l’ultimo e spesso il più difficile.

Molti disagi della nostra vita nascono proprio da desideri repressi e insoddisfatti; sciogliere il nodo , ri-trovare il bandolo della matassa, senza vergognarsi di chiedere aiuto, può farci trovare il cammino che i nostri sogni ci avevano promesso…….

Come un disegno sulla sabbia

DISEGNARE SULLA SABBIA

Per capire in che modo si forma la nostra personalità dobbiamo guardare nel nostro passato e considerare come certi processi mentali uniti alle risposte che abbiamo ricevuto dall’ambiente e a fattori costituzionali innati l’abbiano via via forgiata. Finchè continueremo tuttavia a pensare che, siccome siamo adulti, la nostra personalità sia già del tutto definita, sarà veramente difficile riuscire a cambiarne certi aspetti.

È più giusto considerare la nostra personalità, e in particolare la parte che afferisce alla nostra identità, ossia alla concezione che ho di me stesso, non come una struttura rigida e definita, ma come un processo dinamico.

Se l’identità, quindi, è un processo dinamico, devono ovviamente esserci delle forze che via via sono in grado di costruirla, che le danno stabilità e che possono anche alterarla. Se vogliamo intraprendere un processo di cambiamento personale, è importante capire questo gioco di forze.

Per focalizzare meglio l’origine della nostra identità, cerchiamo nella memoria della nostra infanzia il ricordo di un’estate trascorsa al mare. Più di una volta ci sarà capitato di avvicinarci alla riva per fare un disegno sulla sabbia. Vi ricordate il dispiacere che provavamo quando un’onda più forte del previsto cancellava in un attimo la figura che avevamo disegnato ?

Qualcosa di simile accade nella costruzione della nostra identità , o, per meglio dire, nel modo in cui ci definiamo a descriviamo a noi stessi.

 Con il tempo creiamo qualcosa di simile alla figura disegnata sulla sabbia, che in questo caso sarebbe il nostro autoritratto. Ogni volta che diciamo ” io sono così” e ” io non sono così” aggiungiamo nuove sfumature al quadro, a quella figura fatta di sabbia. È facile quindi dedurre che tutti i nostri comportamenti e tutte le nostre azioni saranno in stretta relazione con il modo in cui vediamo noi stessi.

Per definire noi stessi prendiamo informazioni da fuori, e ovviamente dalle persone che ci stanno intorno,. Ogni volta che qualcuno usa nei nostri confronti il verbo “essere”, ci fornisce una parte dell’informazione che utilizzeremo per costruire il nostro autoritratto.

Ad esempio se qualcuno che per noi rappresenta una grande autorità dice:” perché ci provi se non ne sei capace!” il suo commento può modificare l’immagine di noi stessi che via via ci stiamo costruendo.

In realtà nessuno è veramente consapevole di quanto sia importante cosa mettiamo dopo il verbo “essere”,visto che è proprio a partire da questo verbo che costruiamo gran parte di quello che modella la nostra identità.

La cosa più logica sarebbe capire che il nostro autoritratto non è altroché una rappresentazione che ci siamo fatti di noi stessi, ma che noi, in realtà, siamo molto di più.

Tuttavia non ci rendiamo conto di quanto tendiamo a identificarci con questa immagine che abbiamo di noi, dal momento che ce la costruiamo nelle prime fasi della nostra vita.

Quando questo autoritratto sarà ben definito e la vita ci offrirà un’occasione sotto forma di sfida, allora consulteremo la nostra immagine come se si trattasse di uno specchio magico capace, a seconda di chi siamo, di rivelarci se saremo in grado o no di affrontare questa prova. Se lo specchio ci risponderà di no, saremo invasi da un senso di inadeguatezza e di incapacità che ci inibirà completamente.

Se un qualsiasi evento della vita, o semplicemente un’altra persona, cerca di cambiare l’immagine che ci siamo creati, noi cercheremo di opporci proprio come il bambini si oppone all’idea che l’onda del mare possa cancellare la figura che con grande fatica ha disegnato sulla sabbia.

D’altra parte noi siamo convinti di essere quell’immagine: non capiamo che si tratta solo di una rappresentazione e che in realtà noi siamo molto di più. È incredibile fino a che punto possiamo opporci al cambiamento. È facile capire come mai abbiamo così tanta paura del cambiamento: sappiamo che, se l’immagine cambia, non saremo più in grado di riconoscere noi stessi.

Come è possibile che l’essere umano, che pur si considera così intelligente, possa cadere in una simile trappola? Semplicemente perché è lui stesso a crearla, senza nemmeno rendersene conto.

Noi esseri umani ci costruiamo  una rappresentazione di noi stessi e ce la teniamo ben stretta, non vogliamo lasciare la presa. E per questo c’è una ragione profonda: se l’immagine con la quale ci eravamo identificati scompare, abbiamo la sensazione di morire, di scomparire anche noi.

In realtà non è vero che le persone non possano cambiare; e invece, senza nemmeno rendersene conto, si oppongono terribilmente al cambiamento.

È come se un bruco si opponesse all’idea di vedersi trasformare in farfalla. Immagino che, nel momento in cui il bruco entra in quello spazio scuro e indefinibile  che deve essere il bozzolo, sia unicamente la fiducia nell’intelligenza superiore della natura a indurlo a rimanere là dentro e farlo entrare nella sua fase di crisalide. Quando il bozzolo si aprirà, al posto del bruco uscirà una farfalla. Non è avvenuto soltanto un cambiamento, ma una vera e propria trasformazione. Anche se non lo sapeva la sua identità di bruco contemplava la possibilità di volare. Tuttavia solo dopo la trasformazione in farfalla questa possibilità è diventata una straordinaria realtà.

In modo analogo, se solo mettessimo a frutto il nostro potenziale,molte cose sarebbero possibili, ma di fatto non lo sono, poiché non appaiono sensate e ragionevoli dal punto di vista della nostra identità.

Eppure la possibilità di volare, che non è nè sensata nè ragionevole dal punto di vista del bruco, lo è perfettamente da quello della farfalla.

In altre parole, ogni identità possiedi un unico angolo di osservazione, e non potrà averne un altro a meno che non siamo disposti a trascendere la nostra stessa identità, a scoprire che nella vita non siamo esseri irrigiditi in un ruolo fisso e ben definito, ma siamo creature capaci di esprimere una creatività straordinaria.

È in questo che consiste la scoperta della nostra magia.

” Una cattiva abitudine arriva come un ospite, entra a far parte della famiglia e finisce per prenderne il controllo” Talmud

E chiamale se vuoi emozioni …

MENTE 7

“La felicità e la sofferenza vengono dalla vostra stessa mente,

non dal mondo là fuori.

 La vostra stessa mente è la causa della felicità…

 la vostra stessa mente è la causa della sofferenza….

per conquistare la felicità e sedare la sofferenza dovete

lavorare dentro la vostra stessa mente.”

Lama Zopa Rinpoche

La Felicità e la Sofferenza sono due emozioni.

Che cosa sono le emozioni e a cosa servono?…. Domanda da un milione di dollari a cui molti illustri, e certamente più eruditi, signori prima di me hanno cercato di dare un risposta.

Se mi passate una definizione poetica “l’emozione è un movimento dell’animo.

La radice stessa della parola emozione è il verbo latino “moveo” (muovere) con l’aggiunta del suffisso “e” (movimento da), per indicare che in ogni emozione è implicita una tendenza ad agire.

Come dice Galimberti nel suo Dizionario di Psicologia l’emozione è una “reazione affettiva intensa con insorgenza acuta e di breve durata determinata da uno stimolo ambientale. La sua comparsa provoca una modificazione a livello somatico, vegetativo e psichico.”

In altre parole, con emozione indichiamo ciò che proviamo reagendo ad uno stimolo, anzi meglio al significato che attribuiamo allo stesso. Abbiamo quindi il riconoscimento del valore da noi attribuito ad un evento e immediatamente una risposta emotiva che interessa il nostro corpo. L’emozione è un processo che ha un inizio, una durata e una fase di attenuazione; esso è accompagnato da modificazioni fisiologiche (accelerazione o rallentamento delle pulsazioni cardiache, diminuzione o incremento dell’attività di particolari ghiandole e della temperatura corporea), espressioni facciali e comportamenti abbastanza caratterizzati. La finalità più evidente delle emozioni è quella di stimolare una adeguata reazione comportamentale; è una sorta di piano d’azione del quale ci ha dotato l’evoluzione per gestire in tempo reale le improvvise emergenze della vita.

Mi accorgo di un pericolo, provo paura, scappo, chiedo aiuto o mi difendo. Un evento mi apre nuove interessanti opportunità, provo gioia e corro a condividerla con i miei amici più cari.

Le emozioni ci colorano la vita e ci permettono di esprimere i diversi aspetti della nostra personalità. Riconoscerle e viverle appieno significa condurre un’esistenza intensa e ricca.

A questo punto per non incorrere in confusione di termini è bene sapere e differenziare le altre parole che possiamo trovare, spesso erroneamente come sinonimi, quando si parla di emozioni: affetto, sentimento e umore.

Affetto è un termine generico che varia per qualità ed intensità e che include le emozioni, in quanto tutte le emozioni sono ”affettive”, mentre non tutti gli stati affettivi sono emozioni.

Il Sentimento implica un diverso grado di intensità e di intenzionalità rispetto le emozioni. “E’ una risonanza affettiva… più duratura dell’Emozione, con cui il soggetto vive i propri stati soggettivi e gli aspetti del mondo esterno.” Quindi il sentimento è durevole perché assurge al rango di valore e, quindi, anche di credenza in base alla quale confrontiamo ogni situazione. Un valore circa il Sé, la propria vita, i propri rapporti intimi

Usando sempre una metafora poetica : L’emozione è come un pizzico che sfiora solo l’epidermide dell’animo, il sentimento un’incisione profonda che arriva fino al mezzo dell’anima stessa, e vi si radica, lasciando indelebile il segno del suo passaggio.

Potremmo identificare l’emozione con un bagliore violento sulle pupille, accecante e subitaneo, che suscita sensazioni, forti.

Il sentimento invece è “amico del tempo”, è come un solco scavato nella roccia anche con piccolissime ma continue goccioline d’acqua che lentamente cadono, incidendo l’anima attraverso le lunghe stagioni della nostra vita.

L’emozione può durare lo spazio di un’ora, o di un mattino..

Ma il sentimento non teme il tempo, poiché appunto appartiene alla storia e all’essenza di noi singoli uomini.

L’emozione bagna gli occhi, e inumidisce le guance, fuori dal viso..

Il sentimento percola invece denso nella gola, nascosto agli occhi degli intrusi.”

L’Umore è l’esperienza che risulta da una somma di percezioni, il proprio corpo, la situazione circostante ed i fatti che occorrono, il fluire del tempo e che, ugualmente, colora di sé tutte queste percezioni. Così un giorno di pioggia sarà percepito positivamente se sono di buon umore, e mi dirò “ E’ una buona occasione per stare a casa stasera”, oppure, al contrario “Porca miseria proprio oggi che…” etc.

Naturalmente l’umore varia in diverse situazioni, in relazione agli eventi che mi accadano, ed è normale che sia così.

Veniamo ora alle due emozioni dello scritto di Zama Rimpoche che ha ispirato questo post: Felicità e Sofferenza.

La Felicità secondo Argyle “può essere intesa come una riflessione sull’appagamento nei riguardi della vita”. La felicità è provare ciò che esiste di bello nella vita. Non è una emozione oggettiva ma una capacità individuale, non è casuale come un evento del destino ma una capacità da scoprire ed imparare. Bisogna imparare ad essere felici. La felicità non è inseguire i sogni ed aspettative di domani, ma al contrario cercare di godere di quello che sia ha oggi.

La Sofferenza, al contrario, è una emozione che può essere collocata su più livelli di intensità da lieve a grave, di disagio, angoscia, terrore, ecc.

La Sofferenza è esperienza di ferita e di dolore, è accettazione passiva delle circostanze e suggerisce la perdita della speranza. Spesso il termine viene usato come sinonimo di dolore, in realtà la sofferenza insorge quando il dolore viene negato o rimosso. Sperimentare il dolore precedentemente evitato, benché inizialmente spaventi, spesso porta sollievo e conduce a sentirsi vivi, conducendo l’individuo ad una sensazione di pace e tranquillità nuovamente fiduciosi che le cose possano cambiare

Eccoci al punto secondo cui “la felicità e la sofferenza vengono dalla vostra stessa mente”. Secondo la REBT (Terapia Comportamentale Razionale Emotiva) nella maggior parte dei casi il modo in cui ci sentiamo (emotivamente) e il modo in cui ci comportiamo sono la risultante di ciò che pensiamo.

E’ assolutamente vero che certe persone hanno una visione del mondo, altre ne hanno una diversa. Certuni hanno un modo di pensare che li porta più facilmente a sentirsi sconfitti e da qui andare incontro a delle sconfitte più frequentemente di altri. Certi individui vivono meno felicemente di altri, malgrado analoghe avversità. La storiella di vedere un mezzo bicchiere vuoto o pieno ha in fondo una sua evidenza sia sul piano concettuale che pratico.

Il presupposto della REBT è che i comportamenti sono gestiti dai pensieri, così come i burattini dal burattinaio. Posso lavorare sui comportamenti e sulle risposte emotive, ma se non arrivo al livello decisionale (pensiero-movente) non cambierà mai bene le mie reazioni.

Ecco perché è necessario educare la mente potenziandone quell’aspetto capace di favorire reazioni emotive equilibrate e funzionali, cioè cambiando qualcosa nel proprio dialogo interno, ossia nel modo in cui parliamo a noi stessi quando interpretiamo e valutiamo ciò che ci accade. Questo non vuol dire che non si proveranno più emozioni spiacevoli , ma anziché esserne sopraffatti potremo comprenderle e successivamente trasformarle.

Ciò nonostante il mondo va come deve andare e non vuol dire che vada bene. Tuttavia nel mio scorcio di vita ho il diritto di viverci al meglio. Questo presuppone che io abbia aspettative realistiche in linea con le mie possibilità, mezzi e spazi temporali. Se riesco ad ipotizzare uno stile di vita ove nulla o quasi è terribile, catastrofico, insuperabile vivrò meglio. E questo può perfino consentirmi di migliorare in qualche modo questo mondo, ma con l’aspirazione realistica a farlo , non con la pretesa che tutti mi ascolteranno.

Nuove Armonie

farfalle barattolo

Sei tutta qui , in questo tempo che ti stuzzica romantiche follie e ti chiede un gioco nuovo, ora che sei rientrata nel ciclo della vita….

Buttati, organizza, inventa e dai un buongiorno alla vita, anche a chi ami ….. e sai che non puoi vivere senza questo amore che non è un sogno ma tutta la realtà …

Sfarfalleggia un poco, concedi spazio alla tua voglia di leggerezza … Buttati nella vita, puoi farlo …ora ….

Se pensi che l’equilibrio sia qualcosa di stabile, ricrediti, negheresti la vita. L’equilibrio è dinamico, sempre nuovo punto di partenza per una nuova trasformazione.

La vita è movimento, continua espansione ma non è una fatica, è una danza, lasciati fluire senza volerla controllare …

Il nuovo che ora matura in te non sarà un porto definitivo, ma la nuova tappa di un eccitante viaggio. Quando viaggi ti fermi per un po’ e intanto visiti tutto con entusiasmo, curiosità e passione, non ti chiudi in casa o in albergo, sotto alle coperte per tutto il tempo. Non avrebbe senso. E poi arriva il moment o di ripartire. Così è l’equilibrio, un continuo spostamento, aggiustamento, godimento per poi ripartire.

Vivi fru fru, respira aromi, bevi un po’ di vino … attiva la tua energia, falla vibrare, crea la tua realtà ..

Espanditi in tutte le direzioni, nella grappa e nella filosofia, nella sensualità, nel patè, nelle passeggiate, nel ballo sfrenato e nella fisica quantistica ….

Celebra la vita, sentiti ovunque VIVA e non farti troppe domande, ora, plana ad ali spiegate là dove il vento ti porta e goditela fino in fondo questa strana e pazza vita ……

______________________________________

liberamente tratto da:

S.Garavaglia

365 Pensieri per l’anima

Ed.Tecniche Nuove

Trasformare il mondo interiore

joyful child

Nel post precedente ho parlato di “flessibilità” come di quella capacità di comprendere che, ognuno di noi ha la sua maniera di leggere la realtà ed è proprio per questo che vale la pena aprirsi e confrontarsi ad approcci e schemi interpretativi diversi per arricchire la nostra esperienza.

La “flessibilità” ha anche un’altra caratteristica se la rivolgiamo al nostro sentire interiore è quell’atteggiamento mentale che ci permette di sostenere i pensieri e i sentimenti dolorosi in modo da poter agire più efficacemente per rendere la nostra vita ricca e significativa.

Vediamo insieme come poterla declinare questa “flessibilità”:

  • Provare a rapportarsi ai propri pensieri in modo nuovo, così che abbiano un impatto e un’influenza minore su di noi, soprattutto sul nostro comportamento.
  • Fare spazio alle emozioni e alle sensazioni spiacevoli anziché di reprimerle o di allontanarle. Aprendoci e dando spazio a queste emozioni, scopriremo che danno molto meno fastidio e che “fluiscono” molto più rapidamente, invece di “trattenersi” e disturbarci.
  • Connettersi completamente con qualunque cosa ci stia succedendo nel “qui e ora” impegnandoci a VIVERE, invece di indugiare sul passato o pre-occuparci del futuro.
  • Agire alla luce dei nostri valori ed entrare in contatto con essi. I nostri valori sono il riflesso di quello che è importante per noi: che tipo di persona vogliamo essere, che cosa ha valore o significato per noi e per che cosa vogliamo impegnarci in questa vita. I valori tracciano la direzione della nostra esistenza e ci motivano a realizzare cambiamenti importanti.
  • Una vita ricca e significativa si crea attraverso l’azione. Ma non un’azione qualsiasi; ci vuole un’azione efficace, guidata e motivata. E, in particolare, si crea attraverso un’azione impegnata: un’azione che si ripete e ripete, senza badare a quante volte si sbaglia o si va fuori strada.

Tutto questo è ciò che va sotto il nome di “Mindfulness”.

La “Mindfulness” è uno stato mentale di consapevolezza, apertura e concentrazione capace di dare enormi benefici sul piano sia fisico che psicologico.

Vivere secondo mindfulness significa mantenere il contatto con la realtà, per quella che è oggettivamente, senza farcirla di significati dati dal nostro modo giudicante di interpretarla e giungere a conclusioni nocive e fuorvianti per il nostro benessere.

Applicando questi principi alla nostra vita potremo aumentare costantemente il livello di flessibilità in modo da poter espandere la nostra capacità di adattarci ad una situazione con consapevolezza, apertura , creatività e concentrazione intraprendendo così un’azione efficace e vincente.

E’ importante tuttavia ricordare che questi principi possono sì trasformare la nostra vita in molti modi positivi, ma non sono i Dieci Comandamenti! Non si ha l’obbligo di usarli, è un’opportunità che potrebbe rendere più facile e soddisfacente il cammino. Possiamo quindi applicarsi se e quando scegliamo di farlo. Quindi perché non giocarci un po’. Sperimentandoli, mettendoli alla prova nella nostra vita, guardando come funzionano.

Ricordiamo è l’esperienza e l’esplorazione che ciascuno fa la nostra migliore Maestra di Vita …..

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: