Mese: aprile 2016

Avere relazioni consapevoli

RELAZIONE 1

 Photo by: http://www.flickr.com/photos/richardstep/7438002534/

Il livello di consapevolezza con cui trattiamo gli altri varia in funzione della natura del rapporto. Razionalmente, più la relazione è importante per noi, più vi prestiamo attenzione; in questo modo se amiamo e ne siamo coscienti (cioè se non siamo solo ciecamente infatuati), capiamo quella persona sicuramente meglio di quanto non capiamo chiunque altro.

A qualunque livello di intimità, uno dei modi per trasmettere il nostro rispetto ad un altro essere umano è mettere consapevolezza nell’incontro; cioè vederlo, ascoltarlo e rispondergli in modo che l’altro si senta compreso. Al contrario, con la distrazione  trasmettiamo mancanza di rispetto, come dire: “tu, i tuoi pensieri e le tue emozioni non siete degli della mia attenzione.

Abbiamo una profonda necessità di essere visti, capiti e apprezzati in modo coerente con la nostra percezione di noi stessi. E’ così che sperimentiamo una forma di oggettività sul nostro io e le sue espressioni, vale a dire una forma di autoaffermazione.

La necessità di questa esperienza è insita nella nostra natura umana, e quando viene frustrata ne risentono la crescita e il benessere generale.

Quando i bambini vengono trattati non come persone, ma come oggetti fastidiosi o buffi gocattoli, si sentono invisibili e la loro autostima spesso soccombe. Se un uomo sente di essere visto dalla moglie non come un essere umano ma come un oggetto di successo o una macchina dalle grandi prestazioni, oppure quando una moglie si sente vista dal marito non come una persona ma come un oggetto sessuale o un trofeo, il risultato è un senso di invisibilità, e la relazione ne soffre.

Il grido muto: “quando parli con me, per favore, vedimi” significa: “quando parli con me, per favore, siine consapevole”.

Quando mettiamo nell’incontro con un altro un alto livello di consapevolezza, ci accorgiamo di quello che dice, del suo aspetto e del sottotono emotivo della sua comunicazione. Registriamo molte più informazioni del contenuto letterale delle sue parole. Ma nel contempo siamo consci anche delle nostre parole e del nostro sottotono emotivo, nonché dei molteplici segnali che noi stessi inviamo. Sarebbe ingenuo pensare che gli altri reagiscano solo, e ricevano solo, le nostre dichiarazioni verbali. Quindi, se agiamo con attenzione, riconosciamo la complessità dei nostri scambi, e le nostre reazioni riflettono in vari gradi la nostra consapevolezza.

Non tutti gli incontri richiedono tuttavia questo livello di concentrazione; è il contesto a determinare il giusto livello di consapevolezza.

Domandiamoci: che cosa vuol dire agire consapevolmente in una relazione amorosa?

Amare un altro essere umano significa conoscere e amare la sua persona. Questo presuppone un impegno a vedere e capire l’oggetto del nostro amore. L’”amore” senza vista e conoscenza è una contraddizione di termini. Come posso di dire di amarti se non ti vedo, non so chi sei e non mostro nessun desiderio di saperlo? Sarebbe come dire: “per favore, non distrarmi con la realtà di quello che sei. Sono tutta presa dal mio sogno di te”.

Molti hanno una relazione con, o sposano, non una persona, ma una fantasia, e poi se la prendono con quella stessa persona perché non è all’altezza della loro fantasia. Evitano di esaminare i processi mentali che li hanno portati a selezionare proprio quel partner preferendo prendersela con un mondo in cui la strada della non-consapevolezza non porta alla soddisfazione finale.

Le ragioni per cui ci innamoriamo di una persona sono molte complesse, e non tutte prontamente accessibili alla coscienza. Uno dei piaceri degli innamorati è proprio quello di cercare a livelli sempre più profondi i tratti del partner che li ispirano e li eccitano. Questo processo può andare avanti per anni e diventare una fonte incessante di piacere e di crescente intimità.

Ma all’inizio della relazione in genere possiamo chiederci: che cosa mi piace e mi stimola di più in questa persona? Che cosa mi piace dei suoi progetti? Che cosa ammiro nel suo carattere? Ho delle riserve, dei dubbi? Se sì, a quale proposito e come posso verificarli? Che cosa non mi piace e che importanza ha per me nella scala dei miei valori? Che cosa sembriamo avere in comune, e perché penso che sia così? In cosa potremmo essere incompatibili e perché penso che sia così?

Forse non riusciremo mai ad elencare tutti gli elementi che ci ispirano amore e attrazione, ma questo non deve fermare i nostri tentativi di identificarne quanti più possibile, perché è uno dei modi in cui cresce l’amore e l’intimità, sempre che la relazione abbia una base solida e sana……

se ti è piaciuto questo post seguimi domani per la seconda parte ….. 🙂

Dipendere dagli altri …. un “vizio” femminile …

dipendenza affettiva2

Le donne che sono (state) convinte di avere un sé fragile e debole hanno delegato ad altri la gestione della loro esistenza, aspettandosi che fossero gli altri ad occuparsi di loro, a proteggerle, a soddisfare i loro bisogni, a riconoscerle meritorie. Hanno così imparato a privilegiare la comunicazione indiretta, fatta di allusioni, senza esplicitare richieste chiare per il timore di venire respinte.

Le donne hanno imparato a rendersi deboli e impotenti per attutire tensioni, per evitare conflitti, per conformarsi a chi pensavano le volesse così: i famigliari, i datori di lavoro, la società. Così hanno offerto ad altri su un piatto d’argento il loro potere, la loro autonomia e le loro forze. Non sarebbe ora di riprendersele???

La dipendenza auto-imposta delle donne si manifesta talvolta con un’eccessiva dose di fiducia e con la gelosia.

Dare fiducia a qualcuno è come denudarsi in sua presenza, mostrando le parti più intime e più fragili. Ci spogliamo delle consuete protezioni quando crediamo che l’altro non approfitterà della nostra nudità e saprà rispettarci.

La fiducia è una impalcatura senza la quale non potremmo creare legami. Senza questa, ogni scambio interpersonale non potrebbe neanche cominciare e ogni transazione sarebbe impossibile perché senza fondamenta. La fiducia rinforza e crea un circolo benefico che genera e nutre fedeltà e realtà, riconoscendo però anche l’incertezza, senza eccessiva ingenuità.

Un suo eccesso, soprattutto verso chi non la merita, si trasforma automaticamente in autorizzazione a farci imbrogliare, tradire, abusare. Per evitare di cedere al vizio di regalare fiducia a chi non la merita è prudente contemplare il rischio di essere traditi. Anzi, non ci può essere tradimento se prima non c’è stato un investimento negativo di fiducia. Così come non ci può essere delusione se prima non c’è stato un processo d’illusione.

Alcune donne però hanno il vizio di continuare a fidarsi di certe persone, anche dopo aver raccolto sufficienti prove della loro malafede, anche dopo aver osservato comportamenti lesivi del rapporto. Queste, pur notando all’interno di relazioni importanti comportamenti scorretti, sleali o disonesti, sono pronte a giustificarli, a comprenderli, a lasciar correre. Non tirano le somme e non arrivano a comprendere la gravità di quello che accettano passivamente e le conseguenze cui vanno incontro con la loro condiscendenza.

E’ come se le donne preferissero restare nel limbo dell’ignoranza, sperando che quelle modalità siano del tutto casuali, sporadiche, episodiche; che la persona non sia così sleale, in malafede e che , certamente, domani cambierà. Preferiscono continuare a credersi deboli, impotenti e, soprattutto, dipendenti da chi approfitta della loro ingenuità. Preferiscono raccogliere briciole rafferme piuttosto che correre il rischio di assaporare cibi sconosciuti, magari un po’ piccanti.

Per trasformare il vizio dell’accettazione passiva in virtù del rispetto di sé, basta essere dalla parte della verità dei fatti. I fatti non ammettono tolleranze. La donna ingenua, che continua a fare l’innocente dopo essere stata ripetutamente tradita, coltiva passivamente il rancore e proietta la sua parte di responsabilità fuori di sé. La virtù richiede che lei si assuma la propria parte di responsabilità e accetti la perdita del mito dell’idealizzazione sia dell’altro sia dell’amore con la “A” maiuscola. E’ necessario che riconosca che “nessuno è perfetto” … e meno male !

Per difendersi da una dipendenza autoimposta, chiamata erroneamente amore, bisogna avere la serena consapevolezza che ogni rapporto può essere a rischio di tradimento e, soprattutto, che ogni rapporto finisce: proprio come ogni altra cosa sulla terra, ha una nascita e una morte.

La donna che si sente dipendente dall’uomo è più portata a sentire le tenaglie della gelosia che torcono le budella, confondendo l’amore con il possesso, un patto d’amore tra due mortali in un’alleanza eterna, un accordo che va aggiornato continuamente con un contratto indelebile. Due persone che si innamorano e decidono di stare insieme cominciano a cambiare immediatamente e, da tale mutamento, possono nascere malintesi. Eppure prima di conoscersi, ognuno sapeva vivere senza l’altro. Poi cosa succede? Cosa trasforma una donna autonoma e libera in una bambina conformista e dipendente? Cosa le fa dimenticare le sue risorse legate all’autonomia e la fa regredire alla fase in cui aveva effettivamente bisogno degli altri: quando era bambina appunto?

Non cedere al vizio della dipendenza rende consapevoli che l’unione tra due persone non può essere imposta, imbrigliata, irreggimentata. Anche se due persone hanno deciso di andare nella stessa direzione, ognuno procede con le proprie gambe, con il proprio passo, secondo i propri tempi e ritmi.

La donna che si dà al vizio della gelosia presentandola come una dimostrazione d’amore, in realtà tenta di instaurare una relazione basata su un gioco di potere. Lei, che si crede dipendente, pretende di rendere l’altro succube. Così entrambi corrono il rischio di soffrire e di farsi del male reciprocamente, sminuendo la forza creativa dell’amore.

Quando rimaniamo con occhi, cuore e mente aperti possiamo valutare i rischi. Ci interroghiamo, indaghiamo, facciamo ipotesi e le confutiamo.

Quando impariamo la virtù di frequentare il dubbio, acquisiamo una cautela che educa a sopportare l’incertezza e spinge a procedere con calma….

..… cosa succederebbe se scoprissimo che in realtà non si ha paura di perdere la persona amata ma di acquisire una piena autonomia? Cosa succederebbe se scoprissimo che bastiamo a noi stesse e che la solitudine non ci fa paura????

Strategie di ottimismo: come rimanere ottimisti quando le cose vanno male.

germoglio pietra

Quando un particolare problema ritarda lo sviluppo dei progressi che avevamo messo in conto, capita di frequente che siamo subito pronti a dubitare di noi stessi,della validità dell’obiettivo che ci siamo dati e dei risultati da ottenere.

Gli eventi inaspettati che portano scompiglio nella routine delle nostre attività costituiscono una minaccia per la nostra stabilità; la nostra reazione allora sarà esagerata e proprio questo panico improvviso ci impedisce di risolvere il problema al più presto possibile.

Non è il problema in sé a scuotere la fiducia in noi stessi, ma il nostro atteggiamento nei suoi confronti che ci preclude il superamento dell’ostacolo in maniera rapida e incisiva.

Se ci facciamo prendere dal panico non appena le cose vanno male indeboliamo notevolmente le nostre capacità di risoluzione delle situazioni. Non appena percepiamo un segnale di pericolo, ci irrigidiamo nella convinzione di non riuscire ad affrontarlo, decidendo per la fuga o l’abbandono; in altri termini non sviluppiamo appieno il nostro potenziale. Se pensiamo di essere dominati da forze al di fuori del nostro controllo, la nostra risposta sarà conseguente, ma se crediamo nella nostra capacità di dirigere gli eventi, possiamo attivarci per mettere in pratica le nostre idee.

Quello di cui abbiamo bisogno è la consapevolezza della nostra forza per poterne disporre in caso di emergenza.

Ogni problema ha un punto debole, ed è lì che occorre fare leva per sbarazzarsene: prima di risolverlo però bisogna affrontare tutta intera la difficoltà; cercare di sfuggirvi rappresenta solo una liberazione a breve termine. Occorre quindi analizzare bene quello che ci infastidisce e ci fa indugiare troppo: allora scopriremo che il problema non era poi così difficile come pensavamo.

Svisceriamolo in tutti i dettagli e poi sbrogliamo la matassa verso la soluzione: ci accorgeremo di quanto ci sentiremo sollevati e sicuri delle nostre capacità. Concentrarsi sull’ostacolo da superare ci permette di perdere il controllo della situazione, privandola così dell’aspetto minaccioso. Smontando il problema in tutte le sue parti, sapremo trattarle ad una ad una con successo.

Ecco dunque i tre passi principali per conservarsi decisi a proseguire anche in una situazione difficile:

OSSERVARE – DECIDERE – AGIRE

Facciamo un esempio. Un giorno notate che una vostra collega di lavoro vi risponde a malapena: sembra che sia furiosa. Vi chiedete cosa possa essere successo e se avete fatto qualcosa per irritarla tanto, per cui cominciate ad osservare come si comporta con gli altri. E’ scortese con tutti o solo con voi?

A seconda di come valutate il suo comportamento, dovrete decidere cosa fare. Se la collega è ostile solo nei vostri confronti, potete girarle al largo e aspettare che passi la tempesta (non-azione), oppure potete chiederle che problema ci sia (azione). A seconda del vostro grado di sicurezza scegliete l’una o l’altra opzione (azione o non-azione).

Se però notate che la collega è brusca con tutti, avete sempre due possibilità: se vi è indifferente, probabilmente la ignorerete per un po’ (non –azione); se siete interessati a lei o a mantenere un’atmosfera gradevole in ufficio, forse vorrete rivolgerle la parola per scoprire le ragioni del suo cattivo umore (azione).

Il più delle volte si sceglie la non-azione perché si teme di andare a scoprire la realtà. Invece di chiarire la situazione, ci avveleniamo la vita elucubrando sulla possibilità di avere fatto qualcosa all’altra persona per offenderla. Invece di puntare a scoprire la verità, ci torturiamo rivolgendoci accuse ed evocando fantasmi; in altre parole, ci rifugiamo nell’elucubrazione mentale, ma così non facciamo altro che crearci delle angosce.

Assumere un atteggiamento costruttivo per la soluzione delle difficoltà allarga lo spettro delle possibilità che abbiamo perché meglio sapremo risolvere le piccole difficoltà e più grande è la probabilità di essere in grado di tener testa nelle situazioni più difficili. Imparando a trattare i problemi spinosi, estenderemo i confini di ciò che siamo consapevoli di fare e sperimentare, collocandoci giustamente sulla strada che porta alla nostra pena realizzazione.

Proviamo a rimuovere gli ostacoli e poi a dimenticarcene. Possiamo fare davvero tutto quello che vogliamo, possiamo superare le difficoltà e, mente le vinciamo, conosceremo meglio noi stessi, le nostre capacità e le nostre potenzialità per ottenere le cose

Sicurezza di base

mamma e bambino 1

Sulla scia del post precedente ….

Chiudi gli occhi e fai silenzio dentro di te. Respira. Come ti senti? E’ piacevole? Respira facendo penetrare l’ aria fino al bacino. Entra dentro te stesso, nella zona che va dall’osso sacro al coccige. Sei in grado di restare un’ora in silenzio a casa tua o altrove senza sentire la tentazione di accendere la televisione, radio, computer, di immergesti nella lettura di un giornale o di telefonare ad un’amica?

Stai bene in compagnia di te stessa? Senti di avere il tuo posto su questa terra? Hai fiducia nella vita?

La sicurezza interiore e’ la sensazione di essere a proprio agio all’interno di se stessi, comodamente appoggiati alla base, alla colonna vertebrale, all’osso sacro. E’ una sensazione molto fisica, un’esperienza corporea elaborata durante il periodo di stretto contatto con i genitori. Non e’ legata soltanto ai loro messaggi verbali, anche se i ” ti voglio tanto bene” la confortano.

Essa si nutre di carezze, di sguardi, di amore illimitato, di tenerezza e di baci, in breve, di intimità.

Genera una certa tranquillità di fronte alle situazione difficili, permette di godere della solitudine senza sentirsi isolata, di far fronte alle prove della vita senza grandi sconvolgimenti , da’ la certezza di avere un posto su questa terra, la sensazione di essere ben salda e protetta.

Abbiamo interiorizzato la sensazione di protezione fornitaci dai nostri genitori quando eravamo molto piccoli.

Il bambino molto piccolo non possiede automaticamente autostima, in lui la fiducia si genera attraverso la relazione con gli altri, al concepimento fino al primo anno di vita. Se l’esperienza del periodo trascorso con i genitori e’ stata piacevole, si costituirà in lui una fiducia naturale, una fiducia di base.

Ma può aver anche vissuto esperienze spiacevoli. Non siamo completamente al sicuro neppure nel ventre materno.

Sono accettata? Ho il mio posto in mezzo agli altri? Queste sono le domande a cui il bambino trova una risposta in quel periodo di assoluta dipendenza.

Nostro figlio arricchisce la sua fiducia di base a contatto con noi, nutrendosi della nostra sicurezza personale e della protezione fisica e affettiva che siamo capaci di offrirgli. Il nostro amore, l’accettazione totale della sua persona, sono senza dubbio essenziali, ma non sufficienti. Un bambino molto piccolo che piange da solo in camera sua, dopo otto minuti è nel terrore più completo. Tenerlo in braccio, dormirci insieme, allattarlo: tutto quello che favorisce il contatto fisico incrementa la fiducia di base.

Ci sono tuttavia diversi tipi di contatto: il “contatto tranquillizzante” offre sicurezza ottimale, nel rispetto dello spazio del bambino. Un neonato, l’osso sacro sostenuto saldamente dalla mano di un genitore, tiene la schiena, il collo e la testa ben dritti e spalanca gli occhi sul mondo. La sensazione provata durante quel contatto gli permette di aprirsi senza paura.

 Chi non ha avuto un sufficiente e autentico contatto fisico con i genitori, chi non ha potuto interiorizzare un’adeguata sicurezza, sente il bisogno di essere sempre in compagnia di qualcuno. Non riesce ad affrontare un momento di solitudine , e’ dipendente dal telefono. Televisione e radio sono sempre accesi per produrre un rumore di fondo, ha paura del silenzio, del vuoto. Ha scelto di dipendere dagli altri, oppure da un “oggetto di transizione” come le sigarette., l’alcol, il lavoro, la droga, i vestiti, il cibo, i soldi, il potere, il sesso.

Alcuni cercano la sicurezza di un impiego, la stabilita’ finanziaria, un legame sentimentale duraturo, che tentano di difendere con il vincolo del matrimonio.

Ma “sicurezza” va poco d’accordo con “libertà “, ancora meno con “intimità “. Queste persone preferiscono le abitudini all’avventura, si aggrappano alle proprie convinzioni, tendono al conformismo, se non addirittura all’estremismo e alle sue certezze assolute. Cercano la sicurezza quando quello che non hanno e’ l’intimita. Purtroppo e’ una ricerca drammatica e mai appagata, perché sbagliano obiettivo.

La fiducia di base non si trova nella cioccolata, ancora meno nel sesso e nel denaro, anche se talvolta cerchiamo di recuperarla con questi mezzi. Si ricostituisce nel legame con gli altri. Abbiamo bisogno di interiorizzare esperienze di una relazione positiva, per poi elaborarla. E’ impossibile trovare da soli la sicurezza interna.

Ecco quindi, come un percorso di Counseling in cui il cliente viene accolto senza giudizio e ascoltato può costituire quella base sicura entro cui ri-tessere la sua fiducia.

Anche la regolarità delle sessioni, l’attenzione totale del counselor sono elementi che trasmettono al cliente la sensazione di avere il suo posto nel mondo. In quello spazio definito da regole chiare, si può sentire accettato, riconosciuto, ascoltato e in questo modo ricostituire la sua sicurezza di base.

E’ il bambino che e’ in noi che ha bisogno di ricostituire la sua sicurezza. L’ adulto che siamo diventati può andargli incontro….

Di seguito alcuni suggerimenti  che possono aiutarti a ri-contattare il tuo bambino restituendogli la sua fiducia di base:

  • Impara di nuovo a respirare. Inspira profondamente, visualizzando l’aria che penetra lungo la tua colonna vertebrale, fino all’osso sacro. Per aiutarti, metti la mano sull’osso sacro, inspira nella mano. Espira con la bocca aperta senza soffiare, lascia solo che l’aria esca dal tuo corpo.
  • Siediti di fronte a te stessa, in silenzio, dieci minuti al giorno.
  • Vai incontro al bambino che è dentro di te. Tu l’adulto, ascolta mentalmente quel bambino che eri e concedigli l’attenzione e l’amore di cui ha bisogno. Sussurragli questi importanti messaggi : “ti voglio bene” “esisti per me, per me sei molto importante”.
  • E soprattutto ascoltalo quando si confida con te. Lascia che i ricordi riaffiorino e sii l’adulto di cui avresti avuto bisogno nella tua infanzia.
  • Spesso, durante il giorno coccola mentalmente il bambini che è in te. Trasmettigli tenerezza, senza usare parole.
  • Compra qualche cuscino e anche un peluche un “oggetto di transizione” che forse ti è mancato quando eri piccolo. Un peluche è dolce, è tenero, e in lui si può proiettare l’immagine del bambini che eravamo.
  • Cammina in campagna, sulla spiaggia , in montagna … Guarda la natura intorno a te … La bellezza di un luogo risveglia in noi un senso di appartenenza, che può anche aiutare a ricostruire il sentimento di sicurezza interiore.
  • Fatti massaggiare, un massaggio dolce, apprezzando il tocco delle mani che accarezzano il tuo corpo: nulla sostituisce le mani di un altro essere umano per disegnare i contorni del nostro involucro corporeo. Abbiamo molto più bisogno di contatto fisico di quanto osiamo pensare.

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Liberamente tratto da:

Isabelle Fillozat – “Fdati di te” – ed.Piemme

Il momento giusto per il raccolto …

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Quando rimetto in ordine casa mia, tra le varie cose devo ricordarmi, visto che spesso me ne dimentico, di dare l’acqua alle piante.

Tra queste ce n’è una che non necessita di tante attenzioni, ma se la trascuro troppo mi avvisa perdendo le foglie. Subito allora provvedo ad innaffiarla, così che possa tornare in salute.

C’è un momento giusto per tutto nella vita, e quel momento è scandito da cicli naturali, da situazioni che armoniosamente si alternano e si sviluppano al di là di quanto facciamo.

Non serve a nulla “essere” o “fare” troppo, non serve a nulla “essere” o “fare” troppo poco, l’unica cosa che serve è fare il giusto, che non è correlato a nessun indicatore, a nessuna unità di misura.

Il giusto è quando il tuo cuore si sente di dare con armonia ed equilibrio. Ripeto con armonia ed equilibrio, perché se in te non rimane inalterato questo modo di essere, allora stai sbagliando, sei fuori strada.

Lungo il cammino ascoltati sempre ….. c’è un momento giusto per tutto …

Più la nostra anima è in grado di riflettere l’essenza del nostro cuore, più l’immagine che l’universo ne riceverà sarà in linea con i nostri più intimi desideri. A volte l’attesa può essere più costruttiva ed efficace dell’azione continuativa e forsennata.

Non ha senso arrivare alla meta completamente stanchi e frustrati.

Il risultato giungerà nel modo più opportuno e non sarà direttamente proporzionale alla nostra azione, ma a quanto in quell’azione naturale, armonica ed equilibrata, riusciremo a mantenere la più intima vibrazione nello stato di appagamento.

Saremo, così, appagati di una vita piena, appagati perché non è il risultato che determinerà il nostro benessere, ma nell’azione e nel presente stessi saremo in grado di scoprire e sperimentare la nostra piena felicità.

L’energia vitale di Eros

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“La verità è come il sole, intorno al quale girano tutti i pianeti. Esso rimane sempre luminoso, anche se è spesso coperto dalle nuvole. Le nuvole sono il vostro orgoglio, la vostra ostinazione, la vostra paura, la vostra ignoranza, la vostra speranza di poter lottare contro il tempo. Ma nel momento in cui percepite la vostra verità, le nubi si disperdono e il caldo sole della vostra coscienza vi rigenera con la forza del benessere, con la gioia e con la pace …” Eva Pierrakos

 “ Simile ad un uccello dalle immense ali nere regnava la notte. Il suo grembo di tenebre si gonfiò all’alito fecondatore del vento, e così nel vuoto venne deposto un uovo d’argento. D’oro erano invece le ali di colui che, in virtù del suo essere collegato al vento, balzò presto fuori dall’Uovo e fu Eros, ‘ colui che rende manifesto ‘, il dio dell’amore, il più vecchio tra gli dei, ma nello stesso tempo sempre bambino, perché in grado di attingere eterna giovinezza dalla forza di ogni cuore che sperimenta l’impulso amoroso’. da Miti

Eros è la forza di creazione dell’universo. E’ l’energia primaria da cui tre origine ogni azione.

Può essere percepito come desiderio di espansione verso altre persone, e anche come desiderio di unione ed espansione dentro se stessi. Una crescita di sé genera invariabilmente il piacere. Imparare qualcosa, creare qualcosa, generare un’idea, un gesto, un modo originale di fare qualunque cosa, genera una corrente di piacere e di motivazione.

Vivere portando nella propria esperienza la forza di espansione di Eros è vitalizzante.

Eros significa osare, spingersi verso l’esterno. Significa anche godere di quello che c’è, chiudere il cerchio soddisfatti, un’alternanza di espansione e contrazione: la direzione verso l’esterno, con un movimento considerato maschile, di curiosità, di allargamento, di novità e la direzione verso l’interno, la notte, la riflessione, la conservazione dell’energia, il movimento femminile.

L’equilibrio tra questi due principi genera una vita sempre piena di eccitazione e contemporaneamente di pace e riposo.

Lasciar fluire la ricchezza della vita imparando ad inspirare ed espirare. Inspirare essendo grati dell’abbondanza dell’aria e della forza vitale che essa ci porta, sentirla scorrere dentro di sé, espirare ed essere felici di offrire la propria energia all’esterno, e infine riposarsi prima di ricominciare il ciclo della vita.

Dare, offrire la propria attenzione, la propria empatia, il proprio sostegno, la propria competenza lasciando liberi gli altri di accettare o meno, di gradire o meno.

Aprirsi per ricevere l’empatia, l’attenzione, il sostegno, la competenza, restando liberi di accettarla o meno, di gradire o meno, in una danza in cui i limiti personali restano chiari a livello della personalità e diventano rispetto per se stessi e per gli altri, senso di individuazione.

E, nella stessa danza, tutti i limiti si annullano, a livello delle essenze profonde, che si nutrono l’un l’altra e contribuiscono alla creazione dell’energia del Tutto ….

Desiderio inteso come guida per l’anima, sintonizzata non verso il nord di tutti, ma verso i desideri autentici, quelli che il conscio non sa riconoscere, ma che possono essere facilmente rintracciati da un’azione congiunta di conscio e inconscio.

Lasciarsi liberi di stupirsi di sé e degli altri ogni giorno: credo che questo sia anche l’Eros. La curiosità del nuovo che nasce dall’esperienza quotidiana. In fondo basta guardare la vita con occhi diversi, e la vita cambia. Smettere di incasellare gli altri nelle possibilità che ci hanno manifestato fino ad oggi, permettere loro di sentire la voglia di svelarsi, di rinnovarsi. E così fare anche con noi stessi.

Riconoscere le difese, per smettere di usare fiumi di energia verso un falso obiettivo, aprirsi per scoprire la vera direzione, quella che ci fa ballare l’anima e il cuore, e poi avviarci verso di essa con tutti gli strumenti meravigliosi che la natura umana ci mette a disposizione: un corpo ricco di sensazioni, un sistema emotivo fluido, acuto, sensibile, una mente complessa che sa lavorare su infiniti livelli, un cuore aperto pronto a cogliere la musica e dare inizio alla danza ….

La Mappa del Tesoro

mappa del tesoro

Se vogliamo capire in modo semplice e chiaro come sia possibile che dentro di noi esistano forze e risorse che non conosciamo, dobbiamo andare ad esplorare quella che potremmo definire la “mappa del tesoro”. Le mappe degli antichi pirati non erano per niente facili da interpretare: quei pirati volevano essere sicuri che fossero capite soltanto da chi possedeva le giuste chiavi di lettura.

La nostra mente è come un’enorme mappa dove, in modo più o meno nascosto, troviamo rappresentate tanto le nostre luci più intense quanto le nostre ombre più scure: tutto quello che nella vita ci spinge ad andare avanti e quello che invece ci impedisce, come una zavorra, di realizzare le nostre speranze e i nostri sogni più preziosi.

Solo se adottiamo una prospettiva che ci consenta di vedere quali siano le relazioni fra le varie parti che compongono la mappa, saremo in grado di individuare strategie d’azione più efficaci.

La nostra mappa mentale ha la forma di una circonferenza, dato che non ha né un inizio né una fine. In questa circonferenza possiamo distinguere due grandi spazi. Uno dei due spazi, per quanto presente, non è visibile ai nostri occhi: è come se fosse stato disegnato con uno di quegli inchiostri invisibili che diventano leggibili solo se avvicinati al calore di una fiamma.

L’altro spazio presente nella nostra mappa, quello visibile, contiene tutto quello che sappiamo di sapere e tutto quello che sappiamo di non sapere. A questo spazio ha accesso la nostra parte conscia e la maggior parte delle nostre cognizioni, delle nostre idee e della nostra esperienza è racchiusa in quest’area. Tuttavia, se abbiamo a disposizione solo quello che ci offre questo spazio, non possiamo né risolvere molti di quei problemi che definiamo complessi, né tantomeno rispondere alle sfide che ci lancia la vita.

Dobbiamo avere il coraggio di addentrarci nell’altro spazio, quello che non si vede, quello nascosto, lo spazio dell’inconscio. Se lo facciamo scopriremo due cose: l’origine dei nostri comportamenti automatici e il nostro potenziale nascosto.

A noi esseri umani piace tenere tutto sotto controllo: non accettiamo l’idea che molti dei nostri comportamenti abbiano origine nel nostro inconscio e sfuggano alla nostra volontà. Abbiamo l’impressione che questo implichi un certo determinismo, una inaccettabile mancanza di libertà. Nessuno, però, ha detto che non siamo liberi, ma solo che, se non capiamo come agisce l’inconscio e se non sappiamo come metterci in contatto con lui, sarà sempre lui a controllare molte delle nostre reazioni di fronte a quello che ci accade, senza che noi ce ne rendiamo conto.

Il conscio sarà come un capitano di un veliero, mentre l’inconscio sarà il vento che dà la spinta alle vele. Per quanto sia difficile ammetterlo, o il capitano impara a capire il vento e a usarlo a suo favore, oppure non andrà molto lontano.

Anche quella parte invisibile della nostra mappa nasconde la via per raggiungere un importante tesoro fatto di saggezza, energia, creatività, gioia, amore.

In questa mappa è necessario tener conto a anche delle insidie, pure loro invisibili, che cercheranno di non farci raggiungere il tesoro. Le insidie che cercano di impedirci di raggiungere il tesoro si chiamano “filtri mentali” , convinzioni limitanti, credenze irrazionali: il loro potere consiste nella capacità di alterare la percezione di quello che vediamo, e perciò, senza che nemmeno ce ne rendiamo conto possono portarci alla distruzione.

Il modo più efficace per alterare la percezione di quello che vediamo è creare determinate emozioni. Non è forse vero che nei giorni in cui ci alziamo con “il piede sbagliato” la gente ci sembra particolarmente sgradevole e facciamo più fatica del solito a fare qualunque cosa?

Al contrario quando siamo contenti perché qualcosa ci è andato bene, tendiamo ad essere più gentili e pazienti. Semplicemente vediamo il mondo in modo diverso. Infatti, quando una persona cambia il suo modo di vedere anche le cose cambiano.

I filtri personali hanno la capacità di lasciare o di impedire che ci arrivi un’informazione dall’ambiente circostante. Proviamo ad immaginare uno di quei giocattoli per bambini piccoli dove, su ogni lato di un cubo si aprono piccole cavità di forma diversa. Alcune sono a forma di stella, altre di luna, altre ancora di pesce e così via. Gli altri componenti del gioco sono piccole sagome che riproducono le varie forme: una stella, una luna, un pesce. Lo scopo del gioco per il bambino è quello di trovare il lato del cubo in cui si trova la cavità con la forma uguale alla figura che ha in mano. Se tenta di mettere la figura a forma di pesce nello spazio a forma di luna, per quanto si impegni non ci riuscirà.

I nostri filtri mentali funzionano in modo simile. Ci sono degli spazi che permettono all’informazione esterna di entrare nella nostra coscienza, ma se la forma del filtro è fatta in un certo modo, alcuni frammenti della realtà, per quanto siano reali proprio come la figura a forma di pesce del bambino, non potranno essere percepiti dalla coscienza.

So bene che l’idea che la nostra percezione possa essere così profondamente condizionata può disorientare molto, proviamo tuttavia ad adottare un’altra prospettiva.

Quello che vediamo rappresenta l’unica opzione possibile? Riusciamo ad immaginare cosa potremmo scoprire in noi, negli altri e nel mondo esterno se riuscissimo a oltrepassare i limiti dei nostri filtri????

Molte volte quello che c’è di più prezioso rimane nascosto alla nostra vista. Avvicinarsi alle cose che conosciamo con uno spirito aperto può permetterci di scoprire molto di più.

” non ci rendiamo conto del potere che può avere un bicchiere d’acqua, eppure, quando si trasforma in vapore, è in grado di muovere i pistoni di macchine potentissime…” T.T.Liang

Abbasso il giudizio: i vantaggi dell’accettare gli altri

GIUDIZIO 2

“Prima di giudicare una qualsiasi persona, cammina nei suoi mocassini almeno per tre lune” Proverbio indiano

La tentazione di esprimere giudizi su quello che sono o fanno le persone non può ovviamente esistere se non a partire dalla nostra stessa esperienza. Possiamo vedere negli altri solo quello che abbiamo imparato a vedere in noi ….

E’ il cosiddetto meccanismo della proiezione che ci fa attribuire agli altri sentimenti o intenzioni che in realtà appartengono a noi.

Questa tendenza a vedere il mondo attraverso le nostre difficoltà personali dipende in parte dall’importanza che il nostro ego assume nel nostro funzionamento psichico: l’ossessione dolorosa di sé, che caratterizza le persone con problemi di autostima le espone ampiamente a questo rischio.

E in contropartita questa visione auto centrata porta ad un impoverimento della nostra visione del mondo, e quindi di noi stessi.

In effetti nella tendenza a giudicare è implicita quella di chiusura all’esperienza. Si riempie il mondo di sé anziché di lasciarsi riempire, informare, educare da lui. Di conseguenza il mondo ci sembra fossilizzato, “è sempre la stessa cosa”, le persone sono “sempre le stesse” (e quasi sempre deludenti). Spesso, invece, è il nostro modo di capirle che è sempre identico.

L’effetto della tendenza ad etichettare è ben noto in psicologia: una volta che abbiamo espresso un giudizio su qualcuno è difficile ricredersi, perché tutte le nostre azioni ulteriori saranno a quel punto influenzate da tale giudizio. Tenderemo, quindi, a memorizzare quello che confermerà la nostra etichettatura , e a rifiutare quello che non la confermerà.

E’ quello che si definisce una prospettiva di “pensiero selettivo”: scegliamo preferibilmente le informazioni che confermano le nostre convinzioni e le nostre preferenze..

Contrastare l’effetto dell’etichettatura richiede sforzi ben organizzati. E la cosa più semplice, piuttosto che dover rivedere sistematicamente i nostri giudizi, consiste nel non giudicare subito, troppo in fretta. Altrimenti saremo vittime di un effetto di priorità: la prima convinzione che si radicherà resterà la più solida sul lungo periodo, anche nel caso di una successiva invalidazione.

Eccoci di nuovo ai principi basilari dell’accettazione: gradualmente, regolarmente, abituarsi a osservare e accettare quello che osserviamo , a volte con generosità lasciando sempre un margine , evitando di “sputare sentenze” prima di conoscere i fatti. Poi rifletterci, e se esprimiamo un giudizio, farlo in modo preciso e provvisorio “ per il momento, riguardo a questo, poso pensare questo”. Alla fine, agire, passando dal risentimento  alla discussione, al confronto.

L’accettazione degli altri è un atteggiamento correlato con un maggior livello di benessere globale in chi lo pratica. Ne consegue quindi un circolo virtuoso: se sto bene, sarò più portato alla benevolenza, questa benevolenza a sua volta mi fa bene.

D’altra parte, l’apertura psicologica è correlata con l’autostima: migliore sarà quest’ultima, più ci aiuterà a osservare senza fare confronti, invidiare o giudicare, più ci consentirà di trarre profitto dalle esperienze della vita, di avere una maggiore flessibilità e capacità di adattamento a nuovi ambienti.

Una buona autostima, che passa anche attraverso l’evitamento del giudizio affrettato, può così essere uno strumento per bonificare il reale e può anche succedere che le persone ci “deluderanno” un po’ meno ….

Come regolare i propri stati d’animo di inquietudine …

ansia 1

Nel post precedente ho cercato di disegnare un quadro di come le inquietudini , le pre-occupazioni e le ansie possono impadronirsi di noi e legarci a sé in maniera indissolubile, inquinando la nostra vita e decurtando la nostra fetta di Ben-Essere.

Vediamo ora come poter alleggerire la tensione della loro presenza senza incorrere d’altra parte alla fuga; bensì dando loro lo spazio che meritano ma non la facoltà di inondarci.

  • EVITARE DI IDENTIFICARSI CON LE PROPRIE INQUIETUDINI => è una questione di distanza che ci manca tanto una volta che esse hanno cominciato a prenderne posizione dentro di noi. proviamo a vedere le pre-occupazioni come un sintomo, guardiamoci mentre stiamo rimuginando! E’ fondamentale riconoscere subito l’innescarsi di una pre-occupazione, come i pompieri individuano un principio di incendio: è più facile spegnere le fiamme se le si prende all’inizio. Quindi focus sull’innesto del circolo vizioso!
  • DISCUTERE DELLE PROPRIE INQUIETUDINI => per esempio chiedendosi “con che genere di problemi mi sto tormentando?” E’ utile abituarsi a misurare le proprie pre-occupazioni, per esempio dando loro un voto da 0 a 100. Ci accorgiamo allora che molte delle nostre ansie si situano tra 0 e 20. Ce ne occuperemo certamente ma in un’atmosfera più distesa, non con la sensazione che stiamo gestendo un problema gravissimo.
  •  TORNARE CON I PIEDI PER TERRA (“principio di realtà” docet) E SBARAZZARSI DI UN CERTO NUMERO DI ILLUSIONI =>
  • Illusione 1 : E’ possibile controllare tutto, dandosi un po’ da fareRealtà: No, non si può controllare tutto

    Illusione 2: Impegnandosi a dovere, si dovrebbe poter evitare i problemi.

    Realtà: No, i problemi fanno parte della vita.

    Illusione 3: L’incertezza sfocerà sicuramente in qualcosa di pericoloso

    Realtà: No, molte cose incerte si risolvono da sé.

  • LOTTARE CONTRO IL NOSTRO BISOGNO DI CONTROLLARE SEMPRE TUTTO => noi ci esauriamo spesso nel tentativo di gestire il corso della nostra vita, fino all’assurdo. Negli stati d’animo ansiosi, abbiamo spesso l’illusione che il controllo sia una soluzione efficace, una risposta ai rischi dell’esistenza. Ma il desiderio di tenere tutto sotto controllo ha come conseguenza una sensazione di sfinimento per non aver mai portato a termine quello che dovevamo fare. Ci condanniamo ad essere sempre oberati.
  •  ACCETTARE CHE IL MONDO CI SFUGGA => questo non significa che dobbiamo rassegnarci al caos, mollare un po’ la presa, vuol dire semplicemente capire che non siamo onnipotenti. Che il disordine e l’incertezza fanno parte del mondo e che se non impariamo a tollerarli avremo un’esistenza davvero faticosa.
  •  AMMETTERE DAVVERO CHE L’AVVERSITA’ ESISTE => e darle un posto nella nostra vita. Accettare che i problemi esistono e considerarli solo per quello che sono: problemi da risolvere, non drammi inaccettabili e minacciosi. Accettare i propri problemi, le avversità, significa accettare e preferire la Vita!.

Concludendo potremmo dire: dobbiamo accettare di vivere dunque “nell’inquietudine” parafrasando il grande Fernando Pessoa? Sì, che altro potremmo fare se non accettare una certa dose di incertezza e di avversità nelle nostre esistenze?

E’ fondamentale comunque ricondurre senza sosta la nostra mente verso il presente “è meglio impiegare la nostra mente per sopportare le disgrazie che ci capitano anziché per prevedere quelle che ci possono capitare” (La Rochefoucauld).

Vivere e agire nel presente, quindi, nel “qui e ora”. Essere nella vita e nei suoi gorghi come un pesce nell’acqua ….. nel perenne timore di finire in pentola ….. No…No … niente paura sto scherzando !!!! ….

Preoccupazioni e inquietudini

INQUIETUDINE STEPHANO MUSSO

Opera di Stephano Musso http://www.premioceleste.it/opera/ido:111989/

Ho fatto naufragio senza tempesta in un mare nel quale si tocca il fondo con i piedi..Pessoa – Il Libro dell’Inquietudine –

 

In questo blog troverete vari post sull’argomento pre-occupazione , ansia etc… oggi vorrei soffermarmi sul concetto generale di “inquietudine” quel sottile stato d’animo che si insinua , portato dalla preoccupazione, tra le pieghe della nostra mente , invadendone ogni spazio , assorbendo ogni nostra capacità di godere della vita.

La preoccupazione è uno stato della mente che è assorbita da un oggetto capace di inquietarla o turbarla sino alla sofferenza morale.

Essere pre-occupato, significa avere la mente già ingombra in anticipo, occupata da crucci e pensieri di qualcosa che non è detto che poi accadrà. Di conseguenza, non vi sarà posto per quello che dobbiamo vivere, né per altri stati d’animo.

Gli oggetti di preoccupazione sono di fatto tutto quello che costituisce la vita quotidiana: la salute o il denaro , che ci piacerebbe avere o che abbiamo, ma con la paura di perderli; l’amore, l’affetto, la stima che gli altri provano o non provano per noi; le cose da fare, le scadenze, le assenze, i ritardi.

Alla base della preoccupazione c’è un’enorme incapacità a tollerare l’incertezza. La domanda :”Che cosa succederà?” scatena all’istante fiotti di rimuginii inquieti.

Questa preoccupazione non ci dà facilmente tregua, né requie. Di qui la sua conseguenza: l’inquietudine.

Quando siamo preoccupati spesso perdiamo la nostra capacità di porci ad una certa distanza e anche di discernere tra il “che succede?” e il “che cosa ne penso?”.

Ci possono essere macropreoccupazioni, come quella per il futuro del mondo. Oppure micropreoccupazioni, di preferenza centrate sul nostro piccolo universo. Tuttavia, alla fine, poco importa l’entità della preoccupazione, in ogni caso la nostra mente vola di preoccupazione in preoccupazione come un uccello di ramo in ramo: non può fare altrimenti . E anche se l’inquietudine, che ne deriva,  può essere alleviata dall’assenza di eventi, di necessità, di responsabilità, di scadenze, se pure in generale diminuisce nei periodi di vita calmi, essa risiede in noi stessi: nella nostra disposizione a decodificare e capire il mondo che ci circonda come un grande macchinario che produce obblighi (“devo assolutamente fare questo prima di sera”) e minacce (“Se non lo faccio, poi …”).

L’inquietudine è forse, esteriormente,  il più discreto tra gli stati d’animo. Quello che si legge meno sul nostro volto o nei nostri gesti. Che non ci impedisce di vivere quasi mai una vita normale o di sorridere. Pur essendo tormentati come solo  chi ci conosce bene sa che possiamo esserlo.

La gamma degli stati di inquietudine possono oscillare in una progressione di stadi che da blande forme ansiose possono arrivare all’angoscia più nera e profonda.

Di solito si parla di angoscia per descrivere stati emozionali violenti, con una intensa partecipazione del corpo e una sensazione di catastrofe incombente.

Come tutti gli stati d’animo, l’inquietudine invade il corpo: la gola serrata, il petto oppresso e il respiro corto, i muscoli tesi. Prenderci cura del nostro corpo potrà permetterci di diminuire in parte la sofferenza ansiosa. E metterci in ascolto delle nostre sensazioni corporee può aiutarci ad individuare meglio la progressione, passando attraverso diversi stadi di crescita e di potenza:

  1. Dapprima ci sentiamo inquieti o poco tranquilli; non c’è necessariamente alcun problema , ma non ci sentiamo bene;  il registro è quello di non essere distesi, né fiduciosi nel futuro. C’è un assenza di quiete;
  2. poi ci sentiremo preoccupati; abbiamo già in mente qualcosa che ci preoccupa, una presenza di problemi identificati, su cui ci mettiamo a rimuginare, credendo di rifletterci
  3. a quel punto cominciamo a sentirci in ansia; ci sentiamo sempre più tesi. Ecco che appaiono i primi scenari catastrofici sullo sfondo dei nostri stati d’animo, come grosse nuvole nere che si addensano all’orizzonte;
  4. ci sentiamo decisamente angosciati; ci sembra di perdere il controllo del nostro corpo e della nostra mente. I nostri stati d’animo diventano sempre più dolorosi, angosciosi e incontrollabili.

Non esiste un limite netto tra inquietudini “normali” e inquietudini patologiche. I due estremi sono sicuramente diversi come il giorno e la notte. La domanda è: in quale preciso momento comincia il giorno e finisce la notte?

Esiste una forma d’ansia che i medici chiamano reattiva: in questo caso si reagisce agli eventi presenti e concreti. Temiamo le conseguenze reali di una situazione che si è presentata. Una volta che ci siamo lasciati alle spalle questo evento, risolto, i nostri stati d’animo di inquietudine ci lasciano.

Se saliamo un gradino più in su, arriviamo a predisposizioni ansiose più marcate: temiamo l’arrivo di certi eventi futuri, anche questi reali ( un colloquio di lavoro, un esame ..). Sono cose che succederanno , ma non sappiamo se andranno bene.

E poi, c’è l’inquietudine per quello che non è ancora successo e forse non succederà mai, ma che potrebbe succedere (perdere il lavoro, ammalarsi ..).

La gravità delle nostre inquietudini poggia in parte su questo crescendo dell’anticipazione: preoccupazione per quello che c’è, per quello che succede, per quello che potrebbe succedere, con il risultato che non viviamo l’istante presente ma sempre quello successivo.

Questo sistema di pensiero è tollerabile finchè le nostre vite sono regolate, calme, prevedibili, lente e controllabili. Ma se si accelerano e si complicano abbiamo forti accessi di inquietudine. In certi momenti gli stati ansiosi diventano così predominanti che cominciano a gravare sugli altri stati d’animo.

Ad esempio riusciamo a provare solo una felicità ansiosa “non durerà”, una gioia inquieta “è fantastico ma, purtroppo, domani, ricominceranno le preoccupazioni” …..

Come fare per uscire da questo girone infernale???? Lo leggerete domani ….. J

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