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Consapevolezza, distacco e assenza di giudizio: il giusto mix per ri-trovarsi

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“Quando sai cosa stai facendo, allora puoi fare quello che vuoi” M.Feldenkrais

Facendo seguito a vari post su questo tema, vorrei oggi inoltrarmi su una riflessione più approfondita sugli ingredienti necessari per una buona conoscenza di sé: la consapevolezza – il distacco e l’assenza di giudizio.

Spesso si usa il termine “autoconsapevolezza” come sinonimo di “autoconoscenza” in realtà non sono la stessa cosa. “Autoconsapevolezza” è la capacità di dirigere coscientemente l’attenzione verso ciò che avviene fuori e dentro di noi; “autoconoscenza” è la capacità di collegare correttamente i dati raccolti mediante la consapevolezza.

Oltre al saper osservare è necessario, poi, sapersi guardare intorno, imparando a cogliere quei segnali che le altre persone o le circostanze della vita hanno in serbo per noi. Infatti ogni cosa che ci succede, ogni incontro è una esperienza che, piacevole o spiacevole che sia, può insegnarci qualcosa su noi stessi.

Ogni situazione che ci troviamo a vivere è come uno specchio in cui, se sappiamo osservare bene, possiamo vedere riflesse parti di noi che al momento non conosciamo ancora.

Ecco quindi che di fronte ad ogni evento della vita sarebbe opportuno chiederci “che cosa posso imparare da questo? Con quale parte di me che ancora non conosco mi mette in contatto?”.

Queste domande ci mettono in comunicazione con le due parti in cui si divide la “consapevolezza”, quella “interiore” ossia il percepire coscientemente ciò che avviene dentro di noi, nello stesso momento in cui avviene (“qui e ora”) e quella “esteriore” ossia il percepire coscientemente ciò che avviene fuori di noi, nel preciso istante in cui avviene.

Per fare questo è necessario il “distacco”, ovvero, l’atto del percepire come se lo facesse un’altra persona non coinvolta. Per quanto riguarda la “consapevolezza interna” ad esempio sentire nitidamente le sensazioni corporee, le proprie emozioni, osservare il fluire dei propri pensieri, avvertire i bisogni. In ugual modo servirsi dello stesso “io osservatore” per la “consapevolezza esterna”: dunque osservare i fenomeni fisici, atmosferici e ancora di più quelli relazionali, ossia, i comportamenti, le espressioni, gli sguardi delle persone con cui interagiamo, ascoltarne le parole ma anche le tonalità della voce e le pause, avvertirne empaticamente le emozioni, cogliere le loro reazioni alle nostre parole e comportamenti.

Proviamo a considerare la consapevolezza come un punto di vista neutrale come un testimone che osserva dall’esterno qualcosa in cui non è in alcun modo coinvolto. Per arrivare a tale neutralità è necessario “sospendere il giudizio” ossia: osservare senza giudicare. Porsi con mente aperta libera da pregiudizi, condizionamenti e credenze che possono distorcere la nostra prospettiva.

Consapevolezza => sapere con, è la condizione in cui la cognizione di qualcosa si fa interiore, profonda, perfettamente armonizzata col resto di noi stessi, in un uno coerente. È quel tipo di sapere che dà forma alle azioni della nostra vita rendendole autentiche.

Non solo ….. rendendoci coscientemente conto dei nostri bisogni si sapranno, poi, meglio riconoscere e accettare quelli degli altri; accogliendo le proprie emozioni si potranno accogliere più facilmente quelle degli altri; riconoscendo i propri schemi e le proprie maschere si potranno accompagnare più semplicemente gli altri a liberarsi delle loro e tutto questo ci porterà ad instaurare relazioni più sincere e costruttive.

Si tratta dunque di un processo evolutivo circolare, in cui l’esteriorità rimanda all’interiorità e questa di nuovo alla prima e così via fino ad una completa e cosciente integrazione tra queste due sfere dell’esistenza.

E in questo processo circolare di progressiva coscienza di sé si amplia la nostra visuale e di conseguenza muta anche il nostro rapportarci agli altri. Parallelamente si presta più attenzione a se stessi e agli altri al di là degli schemi consueti, rendendosi conto che ciò che accade realmente nel “qui e ora” non è ciò che “dovrebbe accadere” in base alle proprie teorie e aspettative.

Spesso crediamo di vedere le cose come realmente sono, mentre le percepiamo distorte dai nostri schemi mentali, dalle nostre speranze e paure. Non si tratta di fare a meno degli schemi bensì di utilizzare schemi sufficientemente flessibili, essendo disponibili in ogni momento a rivederli e all’occorrenza abbandonarli.

In ultimo, per essere davvero consapevoli è necessario affrancarsi il più possibile da pregiudizi, condizionamenti, credenze che possono distorcere la nostra percezione. Questa è la prima fase di ogni serio percorso verso la consapevolezza per un vivere più consono alla nostra unica e irripetibile natura

 

Presenza

presenza di sè

“Per essere grande sii intero: non esagerare e non escludere niente di te. Sii tutto in ogni cosa. Metti tanto quanto sei, nel minimo che fai; come la luna in ogni lago tutta risplende, perchè in alto vive” Fernando Pessoa

Spunti di riflessione liberamente tratti dal libro di B.Pozzo “La vita che sei” Ed.BUR.

Alla domanda “quante volte durante la giornata ti ricordi chi sei?”, la maggior parte di noi risponde con una espressione sbalordita come se fosse scontato che sappiamo benissimo chi siamo.

Alla domanda “Quante volte durante la giornata sei consapevole di ciò che stai facendo?”, la maggior parte di noi risponde che crede di saperlo.

L’atto semplice ma significativo di “notare” qualcosa inteso come “accorgersene, esserne coscienti, esserne consapevoli” gioca un ruolo fondamentale nella nostra vita.

A prima vista può sembrare ovvio ma non facciamoci ingannare.

Essere consapevoli dei nostri pensieri, emozioni, comportamenti è il primo e forse più importante ingrediente nella creazione di un cambiamento desiderato.

L’importanza di portare consapevolezza a qualsiasi aspetto della propria vita è il primo passo fondamentale quale che sia la direzione che si vuole prendere.

Purtroppo molti di noi attraversano la vita (e quella degli altri) in una sorta di sonnambulismo.

Si prendono decisioni inconsciamente sulla base di condizionamenti passati.

Si viene sopraffatti dagli eventi e si va avanti con il pilota automatico, offuscati dalle abitudini, spinti dall’inerzia.

Si beve per dimenticare.

Si mangia per saziare la fame dell’anima

Si fa qualunque cosa per colmare il vuoto.

Parliamo distrattamente a noi stessi senza poi nemmeno ascoltarci perché a malapena riusciamo a fare silenzio sopra il baccano di tutti gli altri pensieri che si spingono l’un l’altro nella mente.

Ma quando vediamo, davvero vediamo noi stessi, quando siamo anche solo per un attimo consapevoli di chi siamo, di ciò che stiamo facendo, di quello che stiamo pensando, senza giudicarci, allora vediamo ciò che è.

Il paradosso della nostra vita è che le difficoltà che affrontiamo spesso sono meno problematiche di quello che abbiamo fatto inconsciamente per evitarle.

Nel tentativo di allontanare certe emozioni cosiddette negative, le neghiamo e le reprimiamo cercando di relegarle in zone di noi che proviamo poi a dimenticare.

Facendo ciò nel breve periodo troviamo sollievo, ma a lungo termine questi meccanismi creano ancora più problemi dei  disagi originari che li avevano causati.

Si dice che il primo passo per risolvere un problema è riconoscere che se ne ha uno. Essere consapevoli, ecco il primo passo fondamentale!

Ecco perché dovrebbe diventare un esercizio quotidiano, in ogni cosa che facciamo, ogni pensiero che pensiamo, ogni emozione che proviamo.

Quante volte durante la giornata ci ricordiamo chi siamo?

Proviamo a pensarci davvero.

E’ chiaro che conosciamo il nostro nome, la nostra professione, il ruolo che abbiamo nella vita. Ma a prescindere da tutto questo, chi siamo davvero?

Lo sappiamo?

Ce lo ricordiamo?

La consapevolezza nasce da quel nucleo profondo che palpita in ognuno di noi e che, se riconosciuto e ascoltato, ha la voce della nostra anima, ha la magia della sorgente da cui proviene ogni cosa.

E’ un atto di pura presenza.

E’ una presa di coscienza che se applicata ad ogni aspetto della nostra vita, e in primo luogo a noi stessi, permetterà un procedo positivi ere nell’esistenza ricco di apprendimento e crescita, aprirà le porte alle possibilità, faciliterà i cambiamenti.

Inizialmente è un vero e proprio esercizio che va messo in pratica volontariamente prima che diventi spontaneo e naturale, un richiamo a noi stessi, che possiamo fare anche solo per brevi istanti, ma ripetuti durante la giornata.

Semplicemente prendere contatto con il proprio corpo, sentire se è teso o rilassato, ascoltare il respiro, fare silenzio per un istante dentro di noi.

Una breve pausa per dire a te stessa che ci sei …

Nel tempo la perseveranza in questa direzione permetterà alla coscienza di espandersi sempre di più e sarà più facile ritrovare il tuo centro.

Tutta la nostra intera esistenza parte da lì, la nostro nucleo profondo e dall’esserne consapevole.

E la consapevolezza è permettere alla vita di espandersi vedendoci protagonisti e partecipi, senza farci trascinare passivamente dagli eventi, senza subire quello che accade, ma permettendoci di scegliere.

La consapevolezza è affidarsi al flusso della vita senza fatalismo, ma avendo chiaro che c’è un posto giusto per noi in questo mondo.

Essere consapevole significa essere presente a noi stessi.

Vuol dire attenzione, cura, onestà e chiarezza di idee, intenti e azioni.

Vuol dire saper ascoltare, saper osservare, saper scegliere e decidere, vuo dire fare attenzione alle parole che usiamo e ai gesti che compiamo.

Vuol dire rispetto verso noi stessi e verso gli altri.

Vuol dire essere responsabili e leggeri allo stesso tempo.

Vuol dire essere sempre dalla parte dell’amore che inizia con l’amore incondizionato verso noi stessi.

Life skills … emozioni e Counseling

LIFE SKILLS

Keith Haring

“Credi in te stesso e in tutto ciò che sei… sappi che c’è qualcosa dentro di te che è più grande di ogni ostacolo …” C.D.Larson

Dagli studi sulle difficoltà psicologiche e sociali e dalla conseguente analisi dei fattori che concorrono a favorirne l’insorgenza, sono emerse alcune linee guida utili per gli interventi di prevenzione. Tra queste è stata ormai unanimemente accettata l’indicazione suggerita dall’OMS (Organizzazione Mondiale della Sanità) ad educare alle “life skills” (abilità per la vita) ossia, tutte quelle abilità che insieme ai fattori protettivi e rinforzanti, contribuiscono a creare comportamenti favorevoli alla salute.

Il “nucleo fondamentale” delle life skills è costituito dalle seguenti abilità e competenze:

  1. Decision making (capacità di prendere decisioni): competenza che aiuta ad affrontare in maniera costruttiva le decisioni nei vari momenti della vita. La capacità di elaborare attivamente il processo decisionale, valutando le differenti opzioni e le conseguenze delle scelte possibili, può avere effetti positivi sul piano della salute, intesa nella sua eccezione più ampia.
  2. Problem Solving (capacità di risolvere i problemi): questa capacità, permette di affrontare i problemi della vita in modo costruttivo.
  3. Pensiero Creativo: agisce in modo sinergico rispetto alle due competenze sopracitate, mettendo in grado di esplorare le alternative possibili e le conseguenze che derivano dal fare e dal non fare determinate azioni. Aiuta a guardare oltre le esperienze dirette, può aiutare a rispondere in maniera adattiva e flessibile alle situazioni di vita quotidiana.
  4. Pensiero Critico: è l’abilità ad analizzare le informazioni e le esperienze in maniera obiettiva. Può contribuire alla promozione della salute, aiutando a riconoscere e valutare i fattori che influenzano gli atteggiamenti e i comportamenti.
  5. Comunicazione Efficace: sapersi esprimere, sia sul piano verbale che non verbale , con modalità appropriate rispetto alla cultura e alle situazioni. Questo significa essere capaci di manifestare opinioni e desideri, bisogni e paure, esser capaci, in caso di necessità, di chiedere consiglio e aiuto.
  6. Capacità di relazioni interpersonali: aiuta a mettersi in relazione e a interagire con gli altri in maniera positiva, riuscire a creare e mantenere relazioni amichevoli che possono avere forte rilievo sul benessere mentale e sociale. Tale capacità può esprimersi sul piano delle relazioni con i membri della propria famiglia, favorendo il mantenimento di un importante fonte di sostegno sociale; può inoltre voler dire essere capaci, se opportuno, di porre fine alle relazioni in maniera costruttiva.
  7. Autoconsapevolezza: ovvero sia riconoscimento di sé, del proprio carattere, delle proprie forze e debolezze, dei propri desideri e delle proprie insofferenze. Sviluppare l’autoconsapevolezza può aiutare a riconoscere quando si è stressati o quando ci si sente sotto pressione. Si tratta di un prerequisito di base per la comunicazione efficace, per instaurare relazioni interpersonali, per sviluppare empatia nei confronti degli altri.
  8. Empatia: è la capacità di immaginare come possa essere la vita per un’altra persona anche in situazioni con le quali non si ha familiarità. Provare empatia può aiutare a capire e accettare i “diversi”; questo può aiutare a migliorare le Interazioni sociali per es. in situazioni di differenze culturali o etniche. La capacità empatica può inoltre essere di sensibile aiuto per offrire sostegno alle persone che hanno bisogno di cure e di assistenza, o di tolleranza, come nel caso dei sofferenti di AIDS, o di disordini mentali.
  9. Gestione delle emozioni: implica il riconoscimento delle emozioni in noi stessi e negli altri; la consapevolezza di quanto le emozioni influenzino i comportamento e la capacità di rispondere alle medesime in maniera appropriata.
  10. Gestione dello stress: consiste nel riconoscere le fonti di stress nella vita quotidiana, nel comprendere come queste ci “tocchino” e nell’agire in modo da controllare i diversi livelli di stress.

 

In sintesi l’OMS, con la promozione nelle scuole e nelle istituzioni formative non istituzionali, delle life skills, avvia una strategia di prevenzione attraverso processi di istruzione e di formazione, assumendone il concetto di salute del singolo come “stato di benessere psico-fisico e relazionale” in continuo divenire.

Dal mio punto di vista di “educatore” emotivo, assumono particolare importanza fra tutte: l’autoconsapevolezza, l’empatia e la capacità di gestire le emozioni.

Chiunque sia in contatto con il proprio mondo emotivo ha maggiore possibilità di utilizzare le emozioni per conoscersi e per “funzionare” meglio, può decidere se esprimerle, con quali modalità, per adattarsi alle situazioni invece che farsene dominare. Può inoltre, capire di più gli altri, tenere conto del loro stato emozionale gestendo quindi meglio le relazioni.

Al contrario chi non ha autoconsapevolezza rischia di “agire” le emozioni, mettendo in atto comportamenti a rischio per sè e per gli altri o di reprimerle e ignorarle, andando così incontro a nevrosi, malattie psicosomatiche etc. Le emozioni infatti fanno parte di noi e se ne impediamo l’espressione andiamo incontro alla sofferenza.

Un percorso di counseling può essere un ottimo strumento per apprendere “le competenze di vita”, scoprendo dentro se stessi tutte le risorse necessarie alla loro attuazione.

Counseling come “viaggio” di autoconoscenza all’interno di se stessi per ri-conoscere e sviluppare correttamente la propria emozionalità senza rimanerne imprigionati.

Avere consapevolezza emotiva si traduce dunque in una migliore opportunità di gestire le emozioni e i comportamenti conseguenti, il che influisce in modo notevole sulle relazioni. Quanto più siamo in grado di ascoltare,riconoscere ed accogliere le nostre emozioni , tanto più saremo in gradi di leggerle anche negli altri. Sapere decodificare le emozioni vissute dalle altre persone significa accoglierle in modo intimo e profondo, intuendo e capendo cosa stanno provando, cosa fa loro piacere o dispiacere….

Chi è più competente da un punto di vista emotivo è più probabile che sappia quando è il caso di parlare o tacere, di fare un gesto o stare a debita distanza, è più probabile che riesca ad andare oltre i comportamenti o le parole dell’altra persona quando è arrabbiata, che riesca a capirla e a darle empatia, a condividere con lei gioie e dolori….. Insomma ha maggiori chance di entrare in un rapporto di vicinanza autentica e profonda.

Il Counselor, “ascoltando attivamente” il cliente in maniera empatica, congruente, autentica, senza giudizio, inviandogli messaggi di rimando tali che la persona ha la certezza che il suo punto di vista è stato com-preso, diventa una sorta di “allenatore” dell’anima, una specie di “personal trainer” che agevola colui che gli si affida ad esprimere il suo vissuto prendendo con-tatto con il suo mondo interiore, assumendosi la responsabilità di ciò che prova per ri-trovare le capacità sopite e le risorse dimenticate.

Come perdiamo di vista le nostre vite

essere presenti 1

Proviamo a riflettere: quante volte ci capita di non essere presenti a quello che facciamo, di perderlo di vista?

Perdiamo di vista le nostre felicità. Tutte quelle domeniche in cui pensiamo al lunedì e non approfittiamo del riposo. Poi quei lunedì in cui rimpiangiamo di non esserci goduti il riposo.

Perdiamo di vista le piccole cose poco importanti. Tutte quelle volte che non ascoltiamo quello che ci dicono, che siamo assenti , altrove. Tutte le volte che siamo andati da qualche parte senza pensarci, inserendo il pilota automatico. Arriviamo e ci rendiamo conto di aver camminato o guidato senza essere in noi, in un altro universo: non nella realtà ma nel nostro stato d’animo.

Perdiamo di vista momenti importanti attraversati senza essere in noi. Perché la nostra mente è ingombra di tante cose e preoccupazioni che non siamo in grado di controllare né di allontanare.

A volte, è quasi tutta la nostra vita che si abitua a scorrere così, fuori di noi. E noi seguiamo, trotterellandole dietro, cercando di raccogliere i pezzi, di comporli in una costruzione coerente.

Ci sono molti modi di fuggire la nostra vita e di non essere presenti all’istante.

Possiamo rifugiarci in azioni inutili o utili diventando così prigionieri dell’azione. Certo, nella nostra vita occorre fare e agire. Ma siamo davvero consapevoli di tutti quei momenti in cui fare equivale a fuggire? Di quei momenti in cui ci buttiamo nell’azione non per costruire qualcosa bensì per evitare di provare qualcosa?

Possiamo rifugiarci, anche, nei rimuginii o nei sogni o nelle speranze, vivere avvolti nelle nostre chimere e nelle nostre attese, senza mai uscire a prendere una boccata d’aria nella vita leggera: leggera appunto perché senza attese, senza altra intenzione che quella di sentire e osservare cosa sia essere vivi e presenti.

Possiamo rifugiarci nelle certezze. Giudicare sempre e decidere cosa è bene e cosa è male, in noi e negli altri, in casa nostra e nella società. Insomma, irrigidirci nell’intento di incasellare sempre le nostre percezioni e le nostre esperienze, modificandole  e deformandole, impediremo alla realtà di raggiungerci, di scuoterci, di cambiarci.

Possiamo perfino essere troppo centrati su noi stessi e non abbastanza su quello che succede intorno a noi. Vediamo solo le nostre sofferenze e i nostri dolori e dimentichiamo che in generale affliggono tutti gli esseri umani, o quasi. Volgere lo sguardo agli altri solo per confrontarsi (sono meglio? Sono peggio?) così da tornare sempre a noi.

Possiamo essere vittime di ripetuti furti di consapevolezza. La nostra epoca è caratterizzata dai furti di attenzione: le interruzioni della pubblicità, delle telefonate, degli sms o delle mail, ma anche l’abitudine ad essere “disponibili”. La mancanza di disponibilità e la tendenza a ritirarsi possono certo porre dei problemi, ma essere sempre pronti ad interrompere tutto per rispondere ad ogni forma di sollecitazione, non è altrettanto assurdo? In ogni caso può portare ad una frammentazione delle nostre capacità di attenzione: la possibilità di fare zapping se qualcosa non ci va e cambiare così le nostre idee ci porterà alla fine a non avere più nessuna idea.

Possiamo rifiutare di lasciar fare alla vita. E chiuderci in un problema o in uno pseudo-problema e non voler mollare la presa finchè non lo abbiamo risolto. E’ la cosiddetta “perseveranza nevrotica”. Prendiamo questo esempio : la ricerca delle chiavi perdute. Cercare le proprie chiavi per due minuti è un comportamento adeguato; cercarle per due ore lo è meno. E cercarle per tutto il giorno non lo è affatto. Meglio allora accettare di averle perse, aspettare, oppure orientarsi verso una soluzione che non sia quella di continuare a cercarle. In questo modo trasformiamo molte difficoltà che dovrebbero restare benigne in grossi problemi esistenziali. Quelle chiavi perdute diventano così l’incarnazione temporanea della mia sfortuna e del mio essere di vittima di un destino avverso.

E poi, possiamo semplicemente voler rifiutare il dolore di certi momenti della vita. Allora, di fronte agli stati d’animo dolorosi, possiamo reagire come un chirurgo: per sopprimere un problema facciamo un bel taglio e togliamo tutto. Per non provare quella tristezza o quella inquietudine evito di lasciarmi andare. Per non provare quello che è sgradevole, mi sforzo di non provare più niente del tutto. Mi blindo, mi indurisco. Mi privo del gusto della vita perché in passato è stato amaro.

Queste fughe non cambieranno la nostra esistenza; ci faranno solo pazientare, resistere fino ad una ulteriore esplosione, una crisi.

Senza essere presenti, né coscienti, come potremmo essere felici? Tutt’al più possiamo a volte essere sollevati, soddisfatti, non troppo infelici …..

L’Autoconsapevolezza

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“ Non c’è percezione peggiore che rendersi conto che

uno sta ostacolando coi suoi atti quello che

vorrebbe davvero essere …”

F.Savater

Ecco la prima delle sette note che suonata insieme alle altre danno vita all’Armonia: l’Auto-consapevolezza.

Auto-consapevolezza è l’abilità di conoscere noi stesse, di capire cosa avviene dentro di noi, cosa fluttua dentro la nostra testa e palpita nel cuore, cosa agita la mente e il corpo, cosa fa vibrare il sangue e le viscere, cosa nutre le ossa e la carne.

L’auto-consapevolezza è basata sulla capacità di prestare attenzione a quello che sta accadendo nel qui e ora, momento per momento, di essere pienamente presenti nelle cose che facciamo.

Quando siamo consapevoli delle nostre emozioni e pensieri, diventiamo più capaci di tenere sotto controllo i nostri comportamenti e impariamo a comunicare in maniera più efficace e congruente.

Neuroscienziati hanno recentemente scoperto che nel nostro cervello esistono dei neuroni chiamati “neuroni specchio” che sono in grado di intuire le intenzioni di alcuni movimenti delle mani e dei piedi dell’interlocutore, così come di comprendere diversi significati delle espressioni del viso. I neuroni specchio rappresentano la base neurologica che consente di riconoscere i sentimenti altrui, ovvero di essere empatici.

L’auto-consapevolezza di quello che sentiamo e pensiamo e di quello che pensiamo che gli altri sentano o pensino è essenziale nel processo di comunicazione interpersonale.

Come afferma Goleman nel suo libro “Intelligenza emotiva”, se vogliamo creare un futuro migliore dobbiamo aumentare l’auto-consapevolezza, gestire le emozioni negative, essere ottimisti, perseveranti, empatici, avere cura degli altri, migliorare le nostre abilità cooperative e le nostre relazioni interpersonali.

L’auto-consapevolezza è correlata con l’entusiasmo, perseveranza e con l’abilità a mantenere alta la motivazione, nonostante le difficoltà che possiamo incontrare.

Essa ci aiuta anche a gestire i conflitti e a negoziare soluzioni vantaggiose per le persone coinvolte, a stabilire e mantenere legami significativi.

L’auto-consapevolezza porta a prestare attenzione al modo di porsi e al prestigio di cui godiamo nelle diverse situazioni sociali.

Siccome uno degli aspetti dell’auto-consapevolezza è la chiarezza degli obiettivi che si vogliono perseguire, unita all’abilità di mantenere alta la motivazione e la perseveranza nonostante cadute, errori, fallimenti, insuccessi, nel prossimo post parlerò della seconda nota dell’Armonia che è la Resilienza.

……. continua a seguirmi

Chi sono io?

JOHARI

“Tutto ciò che ci irrita negli altri, può portarci a capire noi stessi…” Carl Gustav Jung

Per uscire dal tunnel della “sopravvivenza” e darsi il permesso di VIVERE è necessario correre un rischio Il rischio di scoprire e conoscere qualcosa di se stessi di cui non si aveva consapevolezza, affrontando l’eventualità che ciò che si teme sia reale almeno in parte .Il rischio di rivelarsi, di essere conosciuti scoperti e quindi conseguentemente poter essere anche rifiutati.

Noi percepiamo noi stessi in aspetti e situazioni diverse e rare volte, nella vita, in modo unitario. La percezione che abbiamo di noi stessi molte volte è il risultato di autopresentazioni del proprio IO e presentazione del nostro IO ricevuto dell’IO degli altri.

Non sempre abbiamo le idee chiare sul “chi sono io”o sul “come sono”. Tanti sono i fattori che ci possono influenzare e che ci portano a modellare il nostro IO.

Analizzare se stessi, dare significato al proprio IO è una vera avventura fatta di momenti euforici ed esaltanti e momenti di difficoltà.

Vuol dire aprire una finestra, lasciando che anche gli altri buttino uno sguardo dentro e ci aiutino a fare luce su certi aspetti per noi avvolti nel buio e per gli altri, al contrario, in piena luce …..

“ … Johari voleva conoscere se stesso, ma trovava sempre porte chiuse. Nessuno gli voleva aprire. Nessuno gli voleva dire chi era e perché esisteva. Le porte rimanevano chiuse. “Quando sarai grande, capirai”, gli dicevano.

“Perché ti preoccupi, pensiamo noi ai tuoi bisogni, quando sarai grande, allora…”, “se giovane, goditi la vita…”, “sta con tutti, non legarti a nessuno, poi un domani incontrerai…”.

Così Johari, non riuscendo ad aprire le porte della conoscenza e della responsabilità, cominciò a piangere, a soffrire, a disperarsi.

Chiuso tra quelle mura del “non pensare”, “non fare”, “non preoccuparti”, “non temere”, sentiva aumentare la disperazione dentro di sé con la paura di soffocare e di impazzire.

Poi, una mattina, alzò gli occhi e vide la finestra: fuori, per metà di essa, c’era pioggia, neve vento, tempesta e freddo; l’altra metà, sereno, sole, calore, luce, azzurro e colori meravigliosi.

Allora Johari si alzò piano piano e quasi tentennando per la gioia e per il mistero, andò verso di essa e lentamente e timidamente, la aprì.

Aveva trovato una finestra sul mondo della conoscenza di se stesso….”

Tutto questo lungo preambolo poetico per introdurre un modello per studiare le interazioni sociali molto efficace anche per una maggiore conoscenza di se stessi: la Finestra di Johari,che prende il nome da un gioco di parole ottenuto mescolando alcune parti dei nomi di battesimo di Joseph Luft e Harry Ingham, ricercatori dell’università della California.

Essa offre uno strumento capace di rilevare come la personalità viene espressa, osservando il rapporto tra noi e gli altri. I due ricercatori osservarono che ci sono aspetti della personalità che sono noti sia a noi stessi che agli altri ed aspetti che invece ci teniamo solo per noi. Ci sono cose che gli altri notano di noi e delle quali non siamo consapevoli (o forse non le accettiamo) ed un lato oscuro a tutti.

La finestra è divisa in quattro zone. Le informazioni contenute nelle quattro zone sono dinamiche e possono passare da una zona all’altra al variare del tipo di relazione interpersonale che si instaura tra le persone. Se aumenta il livello di fiducia grazie all’apertura personale e al corretto uso del feedback reciproco, allora diversa sarà l’ampiezza delle zone all’interno della finestra.

  1. L’area PUBBLICA (talvolta chiamata anche ARENA) contiene i fatti e le emozioni che volutamente mostriamo, che mettiamo “in piazza” e di cui parliamo in modo disinvolto. Può esprimere sia la nostra forza che le nostre debolezze, ma è quella parte di noi che scegliamo di condividere con gli altri.
  2. L’area NASCOSTA (o cieca) è quella che contiene le cose che gli altri osservano di noi e che ci sono ignote. Di nuovo si può trattare di feedback positivi o negativi e comunque incide sul modo in cui gli altri si relazionano a noi e anche sul livello della nostra disinvoltura in determinate situazioni.
  3. L’area PRIVATA (o Facciata) contiene quegli aspetti che ben conosciamo di noi stessi, ma che teniamo nascosti agli altri.
  4. L’area IGNOTA contiene quegli aspetti totalmente sconosciuti, a noi stessi e agli altri perché è sepolta nel subconscio che si rivela solo in situazioni particolarmente emozionali

 

I rapporti formali e razionali avvengono fra gli “io aperti”. I rapporti manipolatori sono una combinazione fra io aperto e io occulto. L’io inconscio si rivela in situazioni emotive (amore, paura, timore). L’io ignoto può venir fuori inaspettatamente, con sorpresa di noi stessi e degli altri. Può essere un improvviso atto di coraggio o di violenza.

Le interazioni fra i quattro quadranti determinano quattro tipi di rapporti: comunicazione aperta, informazioni che trapelano o rivelazioni inconsapevoli, confidenze o sfoghi, contagio emozionale.

Conoscersi significa man mano estendere il quadrante in alto a destra, riducendo gli altri……

Ora prova tu … come è la tua “finestra” ? ….

 

 

 

 

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