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A casa ….

a-casa

Troppo spesso ci risulta difficile realizzare ciò che ci sta a cuore e, se per certi aspetti possono esserci degli ostacoli davanti a noi, con altrettanta forza accampiamo scuse per non realizzarlo, per paura.

Certo, non possiamo sapere come andrà a finire, ma se sapessimo già il risultato di ogni nostra azione la vita sarebbe poco emozionante.

L’Universo però ci chiede di metterci in gioco.

Rifiutare la chiamata della vita significa stasi e il ristagno non è salutare.

L’energia potenziale racchiusa in ognuno di noi va realizzata altrimenti, prima o poi, pur di trovare un modo per manifestarsi, esploderà e potrà farci anche molto male.

Molte volte la verità è che non crediamo pienamente che qualcosa funzionerà a nostro favore; siamo dubbiosi, ansiosi e troviamo mille ragioni per essere cauti e non osare.

La parola coraggio viene da “aver cuore”. Ci vuole coraggio per agire. Ci vuol cuore, cuore per ciò che stiamo facendo, cuore per noi che lo facciamo.

E questo si traduce in un’altra parola: fiducia!

Procedere con fiducia nella vita, in ogni nostra giornata, in ogni nostra situazione, in ogni nostro pensiero, ci permetterà di realizzare chiaramente quello che dobbiamo fare, ossia realizzare chi siamo.

La fiducia è qualcosa che si ripone, come un’intenzione chiara e aperta, nelle pieghe dell’esistenza.

La fiducia è consapevolezza di chi siamo, terreno fondamentale e punto di partenza per qualsiasi percorso.

Tutto il tempo impiegato a criticare gli altri, le cose che non ci vanno bene, tutti i dubbi, le possibilità negative, tutto il cinismo sul mondo che ci circonda, tutto questo è tempo sprecato. Se vogliamo realizzare ciò per cui siamo qui, ci serve fiducia.

La fiducia è una disposizione d’animo che non è sinonimo di ingenuità o scarsa capacità di analisi e valutazione; fiducia significa guardare avanti e non distogliere lo sguardo, serbando nel nostro cuore la certezza che ogni cosa andrà esattamente come deve andare.

Non facciamoci distrarre dal caos o, peggio ancora, non utilizziamo come alibi. Proviamo a muoverci in quel caos con leggerezza e determinazione.

Nel flusso della vita la nostra intenzione è la nostra guida e il timone sarà la nostra fiducia, sarà quanta consapevolezza abbiamo nel nostro essere presente a noi stessi nel sapere che ogni cosa, ogni circostanza e ogni incontro hanno un senso preciso.

La fiducia è avere tenacia nel procedere. E’ lei che ci permette di non essere in lotta, ma di seguire il flusso degli eventi. La fiducia guarda avanti!

Perciò proviamo ad essere fiduciosi e lasciare il posto alla possibilità.

Accogliamo l’incertezza, camminiamole affianco, diventiamole amica.

Riconsideriamo i dolori e le sofferenze.

Rivalutiamo le difficoltà e gli ostacoli.

Infondiamo coraggio alle nostre emozioni.

Ci sono momenti in cui bisogna fermarsi, certo. Ci sono situazioni che richiedono passi ponderati e cauti. Ma ricordiamoci sempre di scegliere di alzarci.

Quando è il momento. Quando riusciamo. Ma non dimentichiamolo!

La fiducia saprà sempre prenderci per mano e risollevarci.

Non “dobbiamo” essere fiduciosi; non siamolo per dovere. Non siamolo perché temiamo le conseguenze. Non siamolo perché pensiamo che ci possa rendere più capaci di fare.

Siamo fiduciosi perché vogliamo e scegliamo di crescere, di espandere il nostro essere, la nostra vita, le nostre possibilità.

Siamo fiduciosi per esplorare il nostro posto nell’Universo.

Siamo fiduciosi per poterci conoscere e guardare dentro.

Quando si ha fiducia, si impara ad andare oltre le circostanze, impariamo a trascendere. Se siamo concentrati su questo, la confusione del quotidiano avrà poco effetto su di noi.

Questo non significa essere distaccati o disinteressati, ma significa vedere il mondo da un luogo senza tempo che si trova dentro ciascuno di noi.

Fiducia significa trovare quel luogo e farlo diventare la nostra casa …….

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Liberamente tratto da: B.Pozzo – La vita che sei – Ed.BUR

Identità personale

cammino 2

“Nessuno si salva tranne che noi stessi. Nessuno ne è capace e nessuno potrebbe. Noi stessi dobbiamo prendere il cammino….” Buddha

Nel corso della nostra esistenza viviamo diverse fasi, diversi periodi; a volte in modo impercettibile, altre in modo eclatante; voluti o imposti viviamo dei cambiamenti.

Ma un cambiamento comporta sempre una morte e una rinascita. La morte rispetto a quello che eravamo e la nascita per quello che saremo. E questo processo provoca dolori, sofferenze e soprattutto mette inevitabilmente a dura prova, ogni volta che accade la nostra identità personale.

Oggi, l’identità personale è comunemente cercata nel possedere le cose e le persone; è quasi sempre costruita sull’esteriorità, piuttosto che sull’interiorità, e così nel momento in cui perdiamole cose o le persone, cioè l’esterno di noi, andiamo in crisi di identità.

Crisi di identità così gravi che possono portare a profondi disagi e che possono essere anche causa di veri e propri problemi fisici.

Solo quando si va dentro di sé centrando la propria esistenza sull’interiorità si può andare verso gli altri e le cose, senza morirvi dentro. Perchè in realtà il problema non è perdere le persone o le cose, bensì non avere in mano la propria vita.

Soprattutto, solo quando si è centrati sul senso profondo della propria esistenza , o meglio, quando questo senso profondo e personale determina la propria identità, siamo in grado di inoltrarci anche per “selve oscure”  senza perderci o per prati al sole godendo pienamente della vita.

Certamente gli imprevisti della vita mettono a dura prova la nostra identità; spesso la mettono in crisi, a volte la spezzano; ma sempre, se si è andati alla ricerca del senso profondo della nostra esistenza, si torna a vivere.

Per senso profondo della nostra esistenza intendo l’orientamento, la mission, inscritto in ogni essere umano, differente uno dall’altro, assolutamente personale e unico.

Solo quando si conosce questo senso profondo dell’esistere e si vuole realizzarlo diventiamo esseri umani a tutti gli effetti Avremo dato uno scopo alla nostra vita!

Non si avvertirà più la noia o l’angoscia, men che meno il fallimento o l’insensatezza della propria esistenza, perché c’è un senso da dare alla vita.

E una volta trovata la visione del proprio cammino …. Go ahead!!!!!

Sull’accettazione di sè e la pro-attività

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“ Il rispetto di sé è la convinzione del proprio valore “ N.Branden

Accettare non significa essere d’accordo. Significa ricevere di buon grado, ammettere, approvare, ma anche sopportare serenamente. Sto parlando di accettare noi stessi. Accettarsi è costitutivo della convinzione di essere degni di felicità. E’ parte integrante , fondamentale dell’autostima,. Possiamo essere disponibili a cogliere il nostro Vero Sé, se riconosciamo e accettiamo le nostre luci e le nostre ombre, se riusciamo anche a riconoscere il nostro Falso Sé.

Quando amiamo veramente una persona, l’amiamo nella sua interezza. Gli amori che falliscono e diventano tragedie di odio sono quelli in cui si vuole cambiare l’altra persona, recidergli i difetti come arti in cancrena o nemici da abbattere. Abbiamo bisogno di sentire, vedere , avere consapevolezza anche dei sentimenti, delle emozioni, persino dei pensieri che una parte di me vorrebbe cacciare dalla coscienza, ma che pure sono presenti. L’accettazione di Sé fondata sul ri-conoscersi è la condizione necessaria per cambiare, correggersi, auto superarsi, crescere.

Molti di noi si vergognano dei sentimenti che provano. Invece di essere felici di incontrare la persona che amano , entrano in una situazione di imbarazzo. E’ come se si avesse paura che quel sentimento possa venire fuori. Provano un senso di inadeguatezza e timore. Si sentono vulnerabili e si detestano nel provare questo disagio.

Accettarsi non significa giustificarsi quando sappiamo di avere sbagliato; non significa assolvere completamente la nostra condotta. Significa prenderne atto. Prendere atto dei pensieri negativi oltre che di quelli positivi, di ciò che sento senza giudicarmi a priori o negare di provare quei sentimenti. Non c’è nulla dentro di noi che non ci appartiene, che non è autentico. Il nostro sé è autentico sempre anche quando dice bugie.

Prendere atto di chi siamo non vuol dire diventare indulgenti, significa predisporsi a costruire il vero Sé. Amare noi stessi comunque, in modo incondizionato, accettarsi e prendere atto di chi siamo non mette in discussione ma agevola la nostra capacità di imparare, di migliorare, di diventare più felici.

Sentire la propria tensione all’autorealizzazione e accettarsi come esseri umani significa rispettarsi.

Sentirsi, accettarsi, rispettarsi significa nutrire la convinzione base dell’autostima, ovvero che la nostra vita e il nostro benessere valgono la pena di essere sostenuti, protetti e perseguiti.

Lo scopo più importante della nostra vita è la felicità e il bene che deriva dalla nostra realizzazione personale. Essere convinti di questo significa schierarsi dalla propria parte come una mamma sta dalla parte del bambino. Si tratta di darsi un valore autentico e fondato. Significa amarsi, essersi amici, mostrarsi rigorosi ma anche comprensivi. Amarsi in tutti gli aspetti significa ricercare attraverso il proprio volersi bene anche la propria specifica e magnifica unicità.

La base della scarsa autostima è la paura. E la paura genera solo il bisogno di sicurezza non certo la spinta creativa.

La paura genera reazione, l’amore per sé genera pro-attività. La reazione è sempre una forma di fuga. Si reagisce agendo senza pensare. Ci costringe a prendere atto che non abbiamo scelta. Fuggiamo e attacchiamo senza darci la possibilità di riflettere. Qualunque stimolo interno (sensazione, emozione, sentimento) o esterno (pericoli, minacce, opportunità, vantaggi) genera un’ azione, che non è scelta ma intuita e praticata.

Dice Covey : “finché una persona non riesce a dire con convinzione profonda e con onestà: “Io sono quello che sono oggi a causa delle scelte che ho fatto ieri”, non può nemmeno dire: “Adesso scelgo altrimenti”»

La proattività è una conquista che matura di giorno in giorno, partendo dai piccoli eventi per arrivare alle grandi cose, proprio come nel caso di un campione di una disciplina sportiva che si allena assiduamente, a livello fisico e mentale, sui dettagli della tecnica di esecuzione del suo esercizio allo scopo di perfezionare il gesto atletico durante le competizioni. L’atleta proietta nel futuro le sue azioni e si vede vincente, si immedesima nel successo; la persona proattiva, parimenti, deve credere fermamente in tutto ciò che fa, coerentemente con i suoi valori, obiettivi e modelli mentali, e deve saper imparare con rapidità dai propri errori, per dominare e vincere.

La pro-attività ci permette di sospendere le azioni che derivano da stimoli interni ed esterni e di pensare, elaborare, creare, decidere tutta una serie di potenziali azioni, risposte, agiti.

La potenzialità di base esistenziale è l’autorealizzazione, mentre la  pro-attività, che concerne il nostro afflato creativo, è una potenzialità operativa di base. Sono istinti e anche bisogni da esprimere. Sono propri di ogni individuo in quanto appartenente alla specie umana.

Ma come ogni cosa umana sono oggetto di scelta e di cura, così come possibili oggetti di rinuncia, distruzione, auto privazione. Contesti e relazioni possono alimentarle, svilupparle, renderle esistenze e attività concrete, oppure possono impedirle, disprezzarle o reprimerle.

In ultima analisi possiamo dire che l’autorealizzazione e la pro-attività sono sempre scelte che incontrano nell’ambiente vincoli e opportunità.

Per essere tali devono essere in primo luogo coscienti e dunque attività concrete. Dal regno delle potenzialità devono arrivare al regno della realtà operativa ed esistenziale concreta.

L’opinione che abbiamo di noi stessi dipende dai nostri pensieri. Liberarsi dai propri schemi mentali negativi significa cambiare il corso della propria vita. E’ quindi fondamentale imparare a rispondere ai problemi e agli stimoli in modo proattivo, trasformandoli affinché diventino di aiuto e non di ostacolo per creare la vita che desideriamo.

Lo sviluppo come processo continuo

germoglio 2

Quando si parla di sviluppo, spesso si pensa allo sviluppo fisico, per esempio al peso che un bambino acquista col trascorrere del tempo, alla crescita dei suoi primi dentini e poi alla perdita dell’aspetto infantile …

Tuttavia, lo sviluppo riguarda anche l’aspetto mentale. Di questo siamo ben consapevoli durante le fasi iniziali dell’infanzia quando il bambino impara a camminare e a parlare, quando il ragazzino apprende a leggere e a scrivere e poi lo studente si specializza in una particolare disciplina all’università, o quando l’apprendista acquisisce nuove abilità nel suo lavoro.

Quello che però tendiamo a notare di meno è la crescita a livello sociale, come per esempio l’apprendimento delle convenienze in pubblico, la capacità di stringere nuove amicizie, l’abilità nel rivestire diversi ruoli e posizioni, per esempio passare dal ruolo di marito a quello di padre, e la capacità di risolvere vari problemi, come vincere lo stress, sopportare le malattie, far fronte alle preoccupazioni finanziarie o ai turbamenti nella vita di relazione.

Di solito diamo più o meno per scontati tutti i gradi di sviluppo riguardanti la sfera educativa perché essi sono patrimonio comune alla maggior parte delle persone. Nel momento in cui finiamo la scuola o l’università abbiamo passato dai dieci ai quindici anni nel tentativo di migliorare le nostre conoscenze e di ottenere una qualifica per il futuro lavoro, magari per scoprire, quando si tratta di mettere in pratica ciò che abbiamo imparato, che le nozioni teoriche apprese non si traducono immediatamente in abilità concrete.

Il processo di apprendimento deve continuare, e questa volta si dovrà basare sull’esperienza quotidiana. Alla fine, però, raggiungiamo il punto in cui possediamo completamente il nostro lavoro e siamo in grado di far fronte agli imprevisti e di risolvere i problemi piuttosto bene, in cui possiamo permetterci di rilassarci e goderci la realtà di avercela fatta professionalmente, un sentimento veramente appagante.

Purtroppo, è a questo punto che spesso si arresta il processo di apprendimento e quindi lo sviluppo. Dopo alcuni anni si instaura la routine e cominciamo a perdere la capacità e perfino la voglia di esplorare nuovi spazi. La vita sarà allora piena di giornate in cui si lavora dalle nove alle cinque e poi si cena davanti alla televisione, oppure di giornate composte di quattordici ore di lavoro a badare ai figli, per appisolarsi poi davanti alla TV.

Ci siamo “sistemati”, la vita comincia a correre su un certo binario e quando ci troviamo davanti a uno svincolo scegliamo la via più comoda. Non affrontiamo più nuove sfide. Di conseguenza diventiamo rigidi e meno capaci di risolvere i problemi, e più evitiamo nuove e forse difficili situazioni meno facciamo esperienza nell’affrontarle e sempre meno fiducia avremo per avventurarci in nuovi tentativi. A prima vista, evitare di farsi coinvolgere in nuove situazioni potrebbe sembrare la scelta più sicura, ma alla lunga si perdono i vantaggi derivanti da situazioni divertenti ed eccitanti.

Stessa cosa per quanto riguarda i possibili traumi subiti per precoci mancanza affettive; è vero che questi eventi soprattutto se vissuti nella prima infanzia producono effetti profondi su un individuo, ma questo non vuol dire che un trauma debba condizionare tutta la vita. Se quando eravamno piccoli non abbiamo avuto amore e affetto, questo non significa che non possiamo assicurarceli per la nostra vita adulta; se da bambini siamo stati tristi e scontenti, non è detto che non possiamo diventare adulti felici.

Superare eventi traumatici può essere difficile e in certi casi è necessario un aiuto esterno, ma è comunque possibile farcela. I mezzi per l’autorealizzazione e per il successo personale sono nelle nostre mani.

Ci vuole coraggio per lavorare per la propria felicità, perché questo significa assumersi i rischi insiti nella ricerca di nuove strade e imparare nuove cose su se stessi e sulla propria vita affettiva, e occorre tenacia per proseguire su una strada nuova senza rinunciare di fronte al primo ostacolo.

Di solito, i mutamenti non avvengono mai all’improvviso, per cui abbiamo abbastanza tempo per adattarci gradualmente mentre si presentano.

Attorno a noi tutto cambia continuamente e siamo noi a doverci adattare creativamente, quindi perché non apportare quei mutamenti che andranno a nostro beneficio? Possiamo definire i nostri obiettivi personali e impegnarci per raggiungerli: questo ci garantirà la crescita progressiva e uno sviluppo continuo, al di là di ogni scadenza biologica….

Cosa è la crescita personale?

crescita personale

Si parla di crescita personale, di percorsi evolutivi, di cammini di consapevolezza, di sviluppo personale … ma cosa vuol dire tutto questo? Provo a dare qualche risposta a queste domande facendomi aiutare da quello che ha scritto Giuseppe Falco nel suo libro “Scegli di essere felice”.

Da sempre l’uomo ha dovuto adattarsi all’ambiente naturale e sociale in cui viveva, risolvere problemi pratici e relazionali e dare un significato alla propria vita. Queste esigenze lo hanno portato spesso ad andare oltre i suoi limiti mentali e materiali per ideare e realizzare tecnologie, stabilire regole di convivenza civile, etc.

Da questo punto di vista, il concetto di crescita personale non è nuovo. Guide alla condotta quotidiana e all’evoluzione spirituale sono vecchie quanto l’uomo, basti pensare a tutta la tradizione religiosa e filosofica che ci accompagna da millenni.

Tuttavia il termine specifico “crescita personale”, in inglese “personal growth”, compare per la prima volta negli Stati Uniti grazie al “movimento per lo sviluppo del potenziale umano”, tra la fine degli anni Sessanta e i primi anni Settanta del secolo scorso. Lo scopo del movimento era quello di contribuire allo sviluppo delle potenzialità individuali attraverso vari approcci tra cui i gruppi di incontro o la psicoterapia di tipo umanistico.

Quest’ultima, che diede la base teorica al movimento, ebbe tra i suoi principali teorici Abraham Maslow, Carl Rogers e Fritz Perls.  L’obiettivo del movimento e della psicoterapia umanistica erano:

  • Portare l’attenzione su ciò che è tipicamente umano piuttosto che su ciò che condividiamo con gli animali;
  • Aiutare l’individuo in un processo di crescita aperta, piuttosto che finalizzarla ad un maggior adattamento sociale;
  • Interessarsi al “qui e ora” piuttosto che alla storia passata del soggetto o i suoi supposti conflitti inconsci;
  • Favorire uno sviluppo non solo intellettivo ma integrale del soggetto, per esempio nutrendo il suo lato creativo o spirituale;
  • Occuparsi del funzionamento ottimale dell’uomo, piuttosto che della patologia.

In sintesi lo scopo della psicologia umanistica è quello di aiutare l’individuo a fare pieno uso delle sue capacità personali per giungere all’auto-realizzazione, che richiede l’integrazione di tutte le componenti della propria personalità fisica, emotiva, intellettiva, comportamentale e spirituale.

Le caratteristiche di una persona auto-realizzata sono quindi: maturità, auto-consapevolezza e autenticità.

Dell’approccio umanistico beneficiano non solo persone che hanno ovvi problemi di salute mentale ma chiunque sia interessato alla propria crescita.

Sebbene ancora oggi l’approccio umanistico si utilizzi sia nella terapia che nella formazione, non è più l’unico possibile nel campo dello sviluppo personale. Si assiste anzi ad un proliferare di metodi diversi come: costellazioni familiari, rebirthing, PNL, EFT, Bioenergetica,  etc…

Al di là delle tecniche usate possiamo comunque intendere la crescita personale come un processo di cambiamento del nostro abituale modo di pensare, sentire o agire che ci permette di affrontare meglio le difficoltà quotidiane e vivere una vita più piena, reale e profonda.

Quindi possiamo dire che cresciamo quando cambiamo a livello cognitivo, emotivo o comportamentale o per adattarci meglio alle richieste dell’ambiente oppure per realizzare le nostre potenzialità, aspirazioni e valori più profondi.

Ma come può avvenire questo cambiamento? A partire dal riconoscimento dei nostri schemi o concezioni limitanti.

Se osserviamo una nostra giornata tipo, ci rendiamo conto che alcuni nostri pensieri, emozioni e comportamenti tendono a ripetersi. Sono quelli che chiamiamo schemi. Ora alcuni di questi possono essere molto limitanti : immaginiamo, per esempio, una persona che trova ogni occasione per polemizzare con gli altri. Si tratta di uno schema che limita la sua capacità di vivere relazioni interpersonali, in quanto la imprigiona in un modo rigido di relazionarsi con il mondo.

Possiamo dire che uno schema è limitante quando:

  • Ci causa problemi
  • Ci impedisce di vivere una vita piena, profonda e reale.

Riconoscere che un proprio schema di vita è limitante è quindi il primo passo per avviare un processo di crescita personale.

Di seguito, capire che noi non siamo i nostri schemi limitanti, bensì un campo di possibilità in larga parte irrealizzate. E’ come se dentro di noi esistesse un’orchestra formata da un numero enorme di strumenti e possibili melodie: il nostro compito di crescita personale consiste quindi nel consapevolizzare che i nostri schemi di vita limitanti ci portano a suonare quasi sempre gli stessi strumenti e le stesse melodie . Crescere significa risvegliare queste voci latenti.

Il secondo passo, che potremo chiamare di “apertura”, è confrontarsi con visioni del mondo o pratiche diverse dalle nostre ; in questo caso il confronto dei nostri schemi limitanti  con stili alternativi porta ad una relativizzazione e ad un indebolimento dei nostri schemi e alla loro conseguente perdita di potere.

Il terzo passo è l’azione; a nulla vale infatti conoscere, se poi non mettiamo in pratica nei nostri comportamenti quotidiani quello che abbiamo appreso, se no tutto ciò che scopriamo rischia di galleggiare solo come una foglia morta sul fiume della nostra vita.

Azione quindi che ci fa diventare i veri protagonisti del nostro vivere, abili nell’imprimere la direzione che vogliamo alle nostre azioni . Efficaci nel trovare il “giusto mezzo” , capace di trasformare i nostri modi rigidi di interagire con il mondo che ci circonda in contatti più funzionali ed equilibrati.

Azione che ci fa approdare a nuove idee, nuovi modi di pensare e sentire . Scenari alternativi che alimentano nuovi progetti di vita con prospettive diverse che ci arricchiscono e ci permettono di vivere in un modo più pieno.

Antropologia del Counseling

IO SONO

Il presupposto che ha mosso Carl Rogers a compiere la rivoluzione copernicana nelle relazioni d’aiuto è che “ogni corrente della psicologia ha implicita una sua filosofia”, una sua visione dell’uomo e del mondo, e che tale filosofia “influenza in molti modi sottili e significativi” lo stesso processo terapeutico e di cura: in particolare dietro il comportamentismo ci sarebbe una filosofia “meccanicista”, dietro la psicoanalisi una filosofia “pulsionale”.

Scrive Rogers :” […]  non è necessario negare la verità di alcuni aspetti di queste formulazioni per ammettere un’altra prospettiva. […] dal punto di vista esistenziale è […] l’uomo non ha semplicemente le caratteristiche di una macchina, non è semplicemente prigioniero di motivi inconsci; è una persona impegnata a creare se stessa, una persona che crea il significato della vita, una persona che incarna una dimensione di libertà soggettiva “ (C.Rogers – La terapia centrata sul cliente – )

Da questa citazione emerge chiaramente che la presa di distanza del Counseling di Rogers dai precedenti modelli non dipende tanto da un disaccordo circa gli aspetti teorici della relazione d’aiuto, ma da una diversa concezione filosofico-globale dell’uomo nel mondo: l’essere umano non è solo una macchina da condizionare-aggiustare o un “esser-ci” schiavo delle sue pulsioni, bensì un soggetto attivo, autonomo e responsabile, fondamentalmente libero di creare i propri sensi, significati, scopi e valori nella vita e che dispone in sé, almeno a livello potenziale, la forza necessaria a superare le difficoltà psicologiche-esistenziali-sociali che la sua esistenza nel mondo gli riserva.

E proprio in virtù di questa nuova concezione antropologica, Rogers aggiunge “[…] è la voce dell’uomo soggettivo che parla, e forte, per se stesso. L’uomo si è sentito per molto tempo una marionetta, guidata da forze economiche, da forze inconsce, da forze ambientali. E’ stato fatto schiavo da persone, da istituzioni, dalle teorie della scienza psicologica. Ma è vicino a fare una nuova dichiarazione di indipendenza. Scarta l’alibi della mancanza di libertà. Sta scegliendo se stesso, sta cercando, in un mondo difficilissimo e spesso tragico, di diventare se stesso, non una marionetta, non uno schiavo, non una macchina, ma il proprio sé, unico, individuale” (C.Rogers – opera citata).

Questa concezione di un soggetto attivo, libero, autonomo,responsabile, e corredato delle potenzialità auto direttive necessarie per risolvere i propri problemi dopo averne maturato piena consapevolezza, costituisce dunque l’antropologia che sta alla base di quelle caratteristiche di autonomia, responsabilità e libertà del cliente che sono le fondamenta del Counseling, che non si pone l’obiettivo di fornire soluzioni o consigli direttivi, bensì il suo scopo è quello di porre la persona nelle condizioni dapprima di esaminare la situazione problematica in tutta la sua complessità e quindi di uscirne in maniera autonoma, libera e responsabile.

La condizione affinchè ciò sia possibile passa attraverso la prioritaria capacità, schiettamente umana, relazionale o “artistica” del Counselor, di creare quello che Rogers definiva il “clima” facilitante la relazione o una particolare “atmosfera” empatica che sappiano esaltare la forza tendente al miglioramento e all’autorealizzazione presente, almeno potenzialmente, in ogni persona.

Rogers illustra tale forza con l’espressione “tendenza attualizzante” per esprimere l’idea secondo cui “ogni organismo è determinato da una tendenza intrinseca a sviluppare tutte le sue potenzialità e il suo arricchimento”. Si tratta di una forza essenzialmente positiva per lo sviluppo di sé e il miglioramento della propria situazione, che non è insita solo negli esseri umani bensì in ogni organismo vivente qualora sia posto nelle giuste condizioni “ambientali”.

Rogers la scopre ad esempio in alcune alghe che riescono a crescere sugli scogli della California, resistendo all’impeto delle onde con la flessibilità del loro fusto. In quelle alghe, come in ogni essere vivente, è riposta una tenace e virulenta volontà di vivere, di conservare e di migliorare l’organismo, e di esplorare l’ambiente al fine di modificarlo in base alle proprie necessità.

L’uomo stesso possiede dunque tale energia o forza personale che lo spinge naturalmente verso ciò che è o considera il suo bene, ovviamente qualora essa non venga ostacolata da impedimenti dell’ambiente esterno o dalla propria interiorità.

Proprio perché ogni individuo ha la tendenza attualizzante alla realizzazione e alla crescita, ed è dotato, almeno in maniera latente, della capacità di comprendere se stesso e delle risorse per uscire dalle situazioni di difficoltà attraverso una auto-risoluzione dei propri problemi , a patto che sia posto nelle condizioniate a favorire tale sviluppo e crescita personale., il primario compito del Counselor consiste proprio nel ri-creare tali condizioni facilitanti il suo sviluppo e la sua crescita personale attraverso la creazione di un ambiente favorevole.

La creazione di un “atmosfera empatica” facilitante la relazione e l’alleanza, che il cliente percepisce e che crea il miglior ambiente possibile per il “setting”, costituisce la quintessenza del counseling rogersiano in quanto permette la realizzazione delle condizioni stesse che danno al cliente la fiducia nelle sue capacità risolutive, e che gli consentono di poter ricorrere alla sua forza motivazionale al fine di dispiegare la sua tendenza alla crescita personale e all’autorealizzaizone.

Scrive ancora Rogers: “Le condizioni che creano questa atmosfera non sono la cultura, la preparazione intellettuale, l’orientamento ideologico o le tecniche del “terapeuta”. Sono sentimenti e atteggiamenti che devono essere vissuti dal counselor e percepiti dal cliente” (C.Rogers – opera citata).

Un altro importante punto di partenza del counseling e soprattutto di quello Rogersiano è quello di essere “centrato sulla persona del cliente”.

In epoca precedente il soggetto da aiutare veniva considerato passivamente come colui che doveva limitarsi ad attendere e ricevere l’aiuto offerto dall’altro, da colui che “sa” come risolvere la situazione problematica alla luce di un certo sapere, trattando quindi la situazione problematica in astratto senza far riferimento al “vissuto esistenziale” del cliente e travisando il fatto che ogni problema di natura psicologico-esistenziale si genera sempre nel contesto di vita di una singola e unica persona che vive in una determinata situazione esistenziale, e che per risolverlo non è sufficiente guardare al problema in sé bensì alle modalità nelle quali è vissuto dalla persona coinvolta nella situazione.

Da ciò consegue che una situazione non è mai “oggettiva” né analizzabile oggettivamente, in quanto è sempre connotata da significati personali e appunto soggettivi attribuiti dal soggetto alla unica e singolare situazione concretamente vissuta.

Alla luce di questo è chiaro che alla base di ogni intervento di counseling deve sempre esserci la capacità dell’operatore di contestualizzare il vissuto del cliente all’interno della situazione vissuta.

Per fare questo è necessario acquisire una facoltà chiamata “flessibilità cognitiva” che induce ad essere “centrato” sulla situazione vissuta dalla persona che richiede il nostro aiuto piuttosto che sul nostro modo di vedere le cose; è la capacità di focalizzare l’attenzione sulle modalità esistenziali attraverso le quali l’altro vive, pensa e sente le cose, le persone, i fatti e i problemi narrati.

Tali fatti sono sempre osservati e vissuti dal punto di vista del cliente e generati dalla sua visione del mondo, la quale determina le modalità stesse di percepire e quindi vivere i fatti e le difficoltà, che assumono un significato particolare a seconda delle proprie esperienze passate, dei propri pensieri, valori ,atteggiamenti ed emozioni, ovvero, ancora dalla propria visione del mondo quale medium tra ciò che siamo e il mondo nel quale viviamo.

E’ necessario quindi che il counselor metta da parte la naturale tendenza a conformare l’esperienza di un’altra persona al proprio modo di pensare e assumere empaticamente il punto di vista dell’altro, il “suo” unico e peculiare modo di vedere i problemi al fine di cogliere i fatti o problemi come strettamente determinati dalle circostanze, situazioni o esperienze individuali come sono interpretate e vissute dal cliente.

Il Counseling è “centrato sul cliente” perché quest’ultimo è considerato realmente come la persona più al corrente del problema, la più informata della situazione e praticamente la sola a sentire il caso in tutta la sua profondità esistenziale; perciò solo lui sa esattamente di che cosa parla.

Essendo l’unico a riconoscere fino in fondo il suo vissuto, deve essere messo nelle condizioni di comprendere la sua unica e singolare situazione di difficoltà al fine di trovare una soluzione o una prospettiva risolutiva in completa autonomia e libertà.

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Per approfondire:

Carl R. Rogers

La terapia centrata sul cliente

Ed Psycho

Cosa è la crescita personale

crescita personale

“conoscendo noi stessi potremo sapere come dobbiamo

prenderci cura di noi, mentre, se lo ignoriamo,

non lo potremo sapere”. Socrate

Si parla di crescita personale, di percorsi evolutivi, di cammini di consapevolezza, di sviluppo personale … ma cosa vuol dire tutto questo? Provo a dare qualche risposta a queste domande facendomi aiutare da quello che ha scritto Giuseppe Falco nel suo libro “Scegli di essere felice”.

 

Da sempre l’uomo ha dovuto adattarsi all’ambiente naturale e sociale in cui viveva, risolvere problemi pratici e relazionali e dare un significato alla propria vita. Queste esigenze lo hanno portato spesso ad andare oltre i suoi limiti mentali e materiali per ideare e realizzare tecnologie, stabilire regole di convivenza civile, etc.

Da questo punto di vista, il concetto di crescita personale non è nuovo. Guide alla condotta quotidiana e all’evoluzione spirituale sono vecchie quanto l’uomo, basti pensare a tutta la tradizione religiosa e filosofica che ci accompagna da millenni.

Tuttavia il termine specifico “crescita personale”, in inglese “personal growth”, compare per la prima volta negli Stati Uniti grazie al “movimento per lo sviluppo del potenziale umano”, tra la fine degli anni Sessanta e i primi anni Settanta del secolo scorso. Lo scopo del movimento era quello di contribuire allo sviluppo delle potenzialità individuali attraverso vari approcci tra cui i gruppi di incontro o la psicoterapia di tipo umanistico.

Quest’ultima, che diede la base teorica al movimento, ebbe tra i suoi principali teorici Abraham Maslow, Carl Rogers e Fritz Perls.  L’obiettivo del movimento e della psicoterapia umanistica erano:

  • Portare l’attenzione su ciò che è tipicamente umano piuttosto che su ciò che condividiamo con gli animali;
  • Aiutare l’individuo in un processo di crescita aperta, piuttosto che finalizzarla ad un maggior adattamento sociale;
  • Interessarsi al “qui e ora” piuttosto che alla storia passata del soggetto o i suoi supposti conflitti inconsci;
  • Favorire uno sviluppo non solo intellettivo ma integrale del soggetto, per esempio nutrendo il suo lato creativo o spirituale;
  • Occuparsi del funzionamento ottimale dell’uomo, piuttosto che della patologia.

In sintesi lo scopo della psicologia umanistica è quello di aiutare l’individuo a fare pieno uso delle sue capacità personali per giungere all’auto-realizzazione, che richiede l’integrazione di tutte le componenti della propria personalità fisica, emotiva, intellettiva, comportamentale e spirituale.

Le caratteristiche di una persona auto-realizzata sono quindi: maturità, auto-consapevolezza e autenticità.

Dell’approccio umanistico beneficiano non solo persone che hanno ovvi problemi di salute mentale ma chiunque sia interessato alla propria crescita.

Sebbene ancora oggi l’approccio umanistico si utilizzi sia nella terapia che nella formazione, non è più l’unico possibile nel campo dello sviluppo personale. Si assiste anzi ad un proliferare di metodi diversi come: costellazioni familiari, rebirthing, PNL, EFT, bioenergetica, Yoga etc…

Al di là delle tecniche usate possiamo comunque intendere la crescita personale come un processo di cambiamento del nostro abituale modo di pensare, sentire o agire che ci permette di affrontare meglio le difficoltà quotidiane e vivere una vita più piena, reale e profonda.

Quindi possiamo dire che cresciamo quando cambiamo a livello cognitivo, emotivo o comportamentale o per adattarci meglio alle richieste dell’ambiente oppure per realizzare le nostre potenzialità, aspirazioni e valori più profondi.

Ma come può avvenire questo cambiamento? A partire dal riconoscimento dei nostri schemi o concezioni limitanti.

Se osserviamo una nostra giornata tipo, ci rendiamo conto che alcuni nostri pensieri, emozioni e comportamenti tendono a ripetersi. Sono quelli che chiamiamo schemi. Ora alcuni di questi possono essere molto limitanti : immaginiamo, per esempio, una persona che trova ogni occasione per polemizzare con gli altri. Si tratta di uno schema che limita la sua capacità di vivere relazioni interpersonali, in quanto la imprigiona in un modo rigido di relazionarsi con il mondo.

Possiamo dire che uno schema è limitante quando:

  • Ci causa problemi
  • Ci impedisce di vivere una vita piena, profonda e reale.

Riconoscere che un proprio schema di vita è limitante è quindi il primo passo per avviare un processo di crescita personale.

Di seguito, capire che noi non siamo i nostri schemi limitanti, bensì un campo di possibilità in larga parte irrealizzate. E’ come se dentro di noi esistesse un’orchestra formata da un numero enorme di strumenti e possibili melodie: il nostro compito di crescita personale consiste quindi nel consapevolizzare che i nostri schemi di vita limitanti ci portano a suonare quasi sempre gli stessi strumenti e le stesse melodie . Crescere significa risvegliare queste voci latenti.

Il secondo passo, che potremo chiamare di “apertura”, è confrontarsi con visioni del mondo o pratiche diverse dalle nostre ; in questo caso il confronto dei nostri schemi limitanti  con stili alternativi porta ad una relativizzazione e ad un indebolimento dei nostri schemi e alla loro conseguente perdita di potere.

Il terzo passo è l’azione; a nulla vale infatti conoscere, se poi non mettiamo in pratica nei nostri comportamenti quotidiani quello che abbiamo appreso, se no tutto ciò che scopriamo rischia di galleggiare solo come una foglia morta sul fiume della nostra vita.

Azione quindi che ci fa diventare i veri protagonisti del nostro vivere, abili nell’imprimere la direzione che vogliamo alle nostre azioni . Efficaci nel trovare il “giusto mezzo” , capace di trasformare i nostri modi rigidi di interagire con il mondo che ci circonda in contatti più funzionali ed equilibrati.

Azione che ci fa approdare a nuove idee, nuovi modi di pensare e sentire . Scenari alternativi che alimentano nuovi progetti di vita con prospettive diverse che ci arricchiscono e ci permettono di vivere in un modo più pieno.

 

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