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La comunicazione dell’anima: simpatia, compassione empatia …

comunicazione 1

“Ogni relazione significa definire se stessi attraverso l’altro e definire l’altro attraverso se stessi” Robert Laing

Vorrei soffermarmi questa mattina su un importante aspetto della comunicazione: l’arte di percepire le somiglianze con l’altro vibrando all’unisono con quanto ci viene detto.

La comunicazione umana si svolge su vari livelli: intellettuale,emozionale, corporeo e a ciascun livello prevale un particolare tipo di codice.

Il linguaggio verbale è il più distaccato dei codici ed è utile soprattutto per comunicare a livello intellettuale riguardo a fatti e situazioni esteriori, esso si occupa principalmente del contenuto della comunicazione : certo, può anche essere usato per parlare di emozioni, tuttavia dire “ti amo” non è mai come sorridere, abbracciare o baciare la persona amata ….

Il linguaggio non verbale, come abbiamo visto nell’esempio sopra, è molto più partecipe e comunica con molta più intensità della parola. Esso si occupa della parte relazionale della comunicazione, esprime la nostra personalità e le nostre emozioni, parla prevalentemente di noi stessi e dei nostri stati interiori e ci avvicina all’altro.

Proseguendo nel nostro viaggio verso l’altro a mano a mano che la distanza si riduce entriamo in una dimensione sempre più intima e profonda che è quella del con-tatto. Toccarsi, abbracciarsi o guardarsi intensamente negli occhi sono forme di comunicazione che non solo suscitano particolari sensazioni fisiche ma stimolano anche parti più profonde del proprio essere mettendole in risonanza con le rispettive parti dell’altro.

Il con-tatto è comunicazione dell’anima, ci permette di entrare in relazione con l’essenza più profonda di chi ci sta di fronte: sentire noi stessi nell’altro e l’altro in noi.

Il primo livello del con-tatto è la simpatia intesa nel suo significato etimologico dal greco syn=stesso e pathos= sentire,soffrire => “stesso sentire”, “stesso soffrire”, la simpatia nasce quando i sentimenti o le emozioni di una persona provocano simili sentimenti anche in un’altra, creando uno stato di “sentimento condiviso”,cominciamo a sentirci attratti da quella persona perché troviamo tante affinità con noi stessi. La capacità di condividere emozioni, di rendersi scambievolmente partecipi del sentire dell’altro, è un elemento insostituibile per la piacevolezza delle relazioni e per quell’intima e indicibile sensazione del “sentirsi accolti e capiti”.

Un’altra dimensione del contatto si esplica nella compassione intesa anch’essa nel suo significato etimologico cum=con e pathos= sentire, soffrire => sentire assieme, soffrire assieme cioè la capacità di entrare in contatto con il sentire dell’altro a prescindere dalla somiglianza e affinità. Molto usata in ambito religioso la compassione ha assunto con l’andare del tempo l’accezione di “aver pena per la sofferenza dell’altro” , distaccandosi così dal suo significato originario. Anche per questo motivo gli psicologi hanno avvertito il bisogno , per descrivere determinati processi, di usare un concetto più neutro libero da connotazioni religiose: l’empatia dal greco empatheia “sentire dentro”.

L’empatia è un sentire l’altro senza confonderlo con il sé; è un processo volontario e consapevole in cui dopo aver sospeso ogni giudizio ci si immedesima nell’altro, ci si mette nei suoi panni, si avvertono eventuali risonanze con le proprie emozioni, mantenendo però la necessaria consapevolezza dei confini tra la propria identità personale e quella dell’altro.

E’ necessario distinguere l’empatia tout court che descrive una esperienza spontanea di immedesimazione con l’altro, dall’empatia usata dal Counselor nel suo lavoro con il cliente. Attraverso questo tipo di empatia, fondamentale per l’instaurarsi dell’alleanza, non ci si perde nell’altro, pur sentendolo dentro di sé, compartecipando del suo sentire; si è aperti ma nello stesso tempo centrati in se stessi in modo che in qualsiasi momento è possibile distinguere cosa è l’altro e cosa siamo noi . In questo modo non si rischia di affogare nelle emozioni dell’altro, è possibile sentirle vestendo i suoi panni ma anche staccare in qualsiasi momento l’interruttore e tornare in noi stessi.

Possiamo definire questa modalità di empatia un cocktail di compassione + comprensione + non identificazione , una esperienza di condivisione emotiva abbinata ad una raffinata mediazione cognitiva. Una relazione in cui non solo si sentono dentro di sé le emozioni di un’altra persona, ma se ne ha anche una profonda comprensione, senza peraltro perdersi nella identificazione con l’altro.

Questa unione di compassione, comprensione e non identificazione è una “conditio sine qua non” per comprendere davvero le opinioni, i punti di vista, i vissuti, le motivazioni, gli atteggiamenti dell’altro, senza sovrapporre il proprio punto di vista soggettivo né interpretare alla luce dei propri valori.

Questo in una “relazione d’aiuto”, come può essere un percorso di counseling favorisce l’autoesplorazione, la fiducia e il desiderio di comunicare del cliente che sentendosi compreso e accolto incondizionatamente potrà iniziare a sviluppare quella sicurezza necessaria per spiccare il volo….

Life skills … emozioni e Counseling

LIFE SKILLS

Keith Haring

“Credi in te stesso e in tutto ciò che sei… sappi che c’è qualcosa dentro di te che è più grande di ogni ostacolo …” C.D.Larson

Dagli studi sulle difficoltà psicologiche e sociali e dalla conseguente analisi dei fattori che concorrono a favorirne l’insorgenza, sono emerse alcune linee guida utili per gli interventi di prevenzione. Tra queste è stata ormai unanimemente accettata l’indicazione suggerita dall’OMS (Organizzazione Mondiale della Sanità) ad educare alle “life skills” (abilità per la vita) ossia, tutte quelle abilità che insieme ai fattori protettivi e rinforzanti, contribuiscono a creare comportamenti favorevoli alla salute.

Il “nucleo fondamentale” delle life skills è costituito dalle seguenti abilità e competenze:

  1. Decision making (capacità di prendere decisioni): competenza che aiuta ad affrontare in maniera costruttiva le decisioni nei vari momenti della vita. La capacità di elaborare attivamente il processo decisionale, valutando le differenti opzioni e le conseguenze delle scelte possibili, può avere effetti positivi sul piano della salute, intesa nella sua eccezione più ampia.
  2. Problem Solving (capacità di risolvere i problemi): questa capacità, permette di affrontare i problemi della vita in modo costruttivo.
  3. Pensiero Creativo: agisce in modo sinergico rispetto alle due competenze sopracitate, mettendo in grado di esplorare le alternative possibili e le conseguenze che derivano dal fare e dal non fare determinate azioni. Aiuta a guardare oltre le esperienze dirette, può aiutare a rispondere in maniera adattiva e flessibile alle situazioni di vita quotidiana.
  4. Pensiero Critico: è l’abilità ad analizzare le informazioni e le esperienze in maniera obiettiva. Può contribuire alla promozione della salute, aiutando a riconoscere e valutare i fattori che influenzano gli atteggiamenti e i comportamenti.
  5. Comunicazione Efficace: sapersi esprimere, sia sul piano verbale che non verbale , con modalità appropriate rispetto alla cultura e alle situazioni. Questo significa essere capaci di manifestare opinioni e desideri, bisogni e paure, esser capaci, in caso di necessità, di chiedere consiglio e aiuto.
  6. Capacità di relazioni interpersonali: aiuta a mettersi in relazione e a interagire con gli altri in maniera positiva, riuscire a creare e mantenere relazioni amichevoli che possono avere forte rilievo sul benessere mentale e sociale. Tale capacità può esprimersi sul piano delle relazioni con i membri della propria famiglia, favorendo il mantenimento di un importante fonte di sostegno sociale; può inoltre voler dire essere capaci, se opportuno, di porre fine alle relazioni in maniera costruttiva.
  7. Autoconsapevolezza: ovvero sia riconoscimento di sé, del proprio carattere, delle proprie forze e debolezze, dei propri desideri e delle proprie insofferenze. Sviluppare l’autoconsapevolezza può aiutare a riconoscere quando si è stressati o quando ci si sente sotto pressione. Si tratta di un prerequisito di base per la comunicazione efficace, per instaurare relazioni interpersonali, per sviluppare empatia nei confronti degli altri.
  8. Empatia: è la capacità di immaginare come possa essere la vita per un’altra persona anche in situazioni con le quali non si ha familiarità. Provare empatia può aiutare a capire e accettare i “diversi”; questo può aiutare a migliorare le Interazioni sociali per es. in situazioni di differenze culturali o etniche. La capacità empatica può inoltre essere di sensibile aiuto per offrire sostegno alle persone che hanno bisogno di cure e di assistenza, o di tolleranza, come nel caso dei sofferenti di AIDS, o di disordini mentali.
  9. Gestione delle emozioni: implica il riconoscimento delle emozioni in noi stessi e negli altri; la consapevolezza di quanto le emozioni influenzino i comportamento e la capacità di rispondere alle medesime in maniera appropriata.
  10. Gestione dello stress: consiste nel riconoscere le fonti di stress nella vita quotidiana, nel comprendere come queste ci “tocchino” e nell’agire in modo da controllare i diversi livelli di stress.

 

In sintesi l’OMS, con la promozione nelle scuole e nelle istituzioni formative non istituzionali, delle life skills, avvia una strategia di prevenzione attraverso processi di istruzione e di formazione, assumendone il concetto di salute del singolo come “stato di benessere psico-fisico e relazionale” in continuo divenire.

Dal mio punto di vista di “educatore” emotivo, assumono particolare importanza fra tutte: l’autoconsapevolezza, l’empatia e la capacità di gestire le emozioni.

Chiunque sia in contatto con il proprio mondo emotivo ha maggiore possibilità di utilizzare le emozioni per conoscersi e per “funzionare” meglio, può decidere se esprimerle, con quali modalità, per adattarsi alle situazioni invece che farsene dominare. Può inoltre, capire di più gli altri, tenere conto del loro stato emozionale gestendo quindi meglio le relazioni.

Al contrario chi non ha autoconsapevolezza rischia di “agire” le emozioni, mettendo in atto comportamenti a rischio per sè e per gli altri o di reprimerle e ignorarle, andando così incontro a nevrosi, malattie psicosomatiche etc. Le emozioni infatti fanno parte di noi e se ne impediamo l’espressione andiamo incontro alla sofferenza.

Un percorso di counseling può essere un ottimo strumento per apprendere “le competenze di vita”, scoprendo dentro se stessi tutte le risorse necessarie alla loro attuazione.

Counseling come “viaggio” di autoconoscenza all’interno di se stessi per ri-conoscere e sviluppare correttamente la propria emozionalità senza rimanerne imprigionati.

Avere consapevolezza emotiva si traduce dunque in una migliore opportunità di gestire le emozioni e i comportamenti conseguenti, il che influisce in modo notevole sulle relazioni. Quanto più siamo in grado di ascoltare,riconoscere ed accogliere le nostre emozioni , tanto più saremo in gradi di leggerle anche negli altri. Sapere decodificare le emozioni vissute dalle altre persone significa accoglierle in modo intimo e profondo, intuendo e capendo cosa stanno provando, cosa fa loro piacere o dispiacere….

Chi è più competente da un punto di vista emotivo è più probabile che sappia quando è il caso di parlare o tacere, di fare un gesto o stare a debita distanza, è più probabile che riesca ad andare oltre i comportamenti o le parole dell’altra persona quando è arrabbiata, che riesca a capirla e a darle empatia, a condividere con lei gioie e dolori….. Insomma ha maggiori chance di entrare in un rapporto di vicinanza autentica e profonda.

Il Counselor, “ascoltando attivamente” il cliente in maniera empatica, congruente, autentica, senza giudizio, inviandogli messaggi di rimando tali che la persona ha la certezza che il suo punto di vista è stato com-preso, diventa una sorta di “allenatore” dell’anima, una specie di “personal trainer” che agevola colui che gli si affida ad esprimere il suo vissuto prendendo con-tatto con il suo mondo interiore, assumendosi la responsabilità di ciò che prova per ri-trovare le capacità sopite e le risorse dimenticate.

Alfabetizzazione emotiva: come imparare l’A B C delle emozioni

alfabetizzazione emotiva

Troppo spesso nella scuola si è portati a trascurare gli aspetti emotivi del processo di sviluppo dell’allievo a tutto vantaggio di quelli puramente cognitivi, dimenticando che l’individuo è totalità integrata ed organizzata e nella sua totalità va educato. Senza contare che, in ogni situazione di apprendimento, c’è un’osmosi tra sfera affettiva e conoscitiva.
Così come sono determinanti nella vita sociale e relazionale, le emozioni interessano totalmente il contesto educativo perché costituiscono delle attitudini fondamentali che influenzano profondamente tutte le altre capacità della persona.
Il loro ruolo è stato spesso sottovalutato, mentre in realtà svolgono una funzione centrale, soprattutto nei processi di apprendimento e di insegnamento che si costruiscono intorno ai sentimenti, nell’integrazione tra la ‘mente’ e il ‘cuore’. Lo sviluppo delle capacità intellettive si configura come strettamente interconnesso con lo sviluppo delle emozioni.

Ogni momento trascorso a scuola, dall’impatto iniziale fino al termine dell’esperienza scolastica, attraversa e coinvolge il tessuto affettivo ed emozionale della vita del bambino producendo reazioni di sorpresa, gioia, paura, tristezza, rabbia, disgusto. Le continue scoperte di nuovi elementi culturali, insieme ai vissuti derivanti dalle dinamiche che si attivano nella socialità del gruppo-classe, costituiscono il movente di specifiche emozioni.

D’altra parte la radice etimologica di emozione – dal latino emovere – si traduce con “muovere fuori” ed è facilmente associabile a immagini di movimento e di attività. Tuttavia, il nostro sistema educativo è impostato essenzialmente sulle abilità cognitive. Non coltivare le competenze emotive, considerandole un fenomeno accessorio, può significare trascurare una guida di vitale importanza nell’esperienza soggettiva, disconoscendo il ruolo che esse svolgono nell’adattamento sociale e nella costruzione del Sé. Lo sviluppo emotivo si collega con i processi di maturazione neurologica e con lo sviluppo cognitivo e sociale.

La concezione di un insegnamento dal carattere olistico che ha come obiettivo lo sviluppo completo delle energie del bambino – intellettuali, emotive, creative, motorie, sensoriali, sociali.- è stata già realizzata in campo pedagogico da molto tempo (ad esempio il metodo proposto da Maria Montessori).

Il concetto di apprendimento significativo e autonomo opposto a quello mnemonico e passivo, basato sull’esperienza e capace di destare gli interessi vitali del soggetto che apprende, proviene dagli studi di Carl Rogers: “Quando in una scuola si sviluppa un sistema di istruzione Centrato sulla Persona, in un clima favorevole alla crescita, l’apprendimento è più profondo, procede più rapidamente e si estende nella vita e nel comportamento dello studente più di quanto faccia l’istruzione acquisita nella classe tradizionale. Ciò avviene perché la direzione è autoscelta, l’istruzione è autoistituita e nel processo è investita l’intera persona, con sentimenti e passioni al pari dell’intelletto”

L’idea di scuola proposta da Rogers è quindi di un sistema didattico sintonizzato sull’espressione dei bisogni, sui sentimenti, e in particolare sull’empatia e l’ascolto, ossia sul clima relazionale che favorisce la crescita e lo sviluppo della persona, nonché la risoluzione dei conflitti interpersonali.
La lezione rogersiana, seguita da numerose ricerche sviluppate in molte parti del mondo, ha ricevuto molteplici validazioni che l’hanno confermata nei suoi assunti di base. Oggi le idee di Rogers sono implementate in molti programmi educativi concernenti la promozione della comunicazione e delle capacità relazionali, ad esempio i training sull’efficacia realizzati da Thomas Gordon e basati su abilità quali l’ascolto attivo, i messaggi in prima persona e i metodi applicabili nella risoluzione dei conflitti interpersonali relativi ai bisogni e ai valori.

Queste concezioni trovano una singolare riscoperta e conferma nelle ricerche più recenti effettuate nell’ambito delle neuroscienze da alcuni autori e, particolarmente da Daniel Goleman, che ha formulato una nuova teoria dell’Intelligenza Emotiva.
Il termine intelligenza emotiva usato da Goleman si riferisce alla “capacità di riconoscere i nostri sentimenti e quelli degli altri, di motivare noi stessi, e di gestire positivamente le nostre emozioni, tanto interiormente, quanto nelle relazioni sociali”. Sono abilità complementari ma differenti dall’intelligenza, ossia da quelle capacità meramente cognitive rilevate dal Q.I., che rappresenta l’indice generale delle abilità cognitive possedute dal soggetto.
Per intelligenza emotiva, intendiamo, altresì, la capacità di armonizzare il pensiero e i sentimenti, la parola con i vissuti emotivi, la dimensione mentale con la dimensione affettiva.

Per molti anni ha dominato la visione ad una dimensione dell’intelligenza, il paradigma culturale dominante sembra sostenere l’idea che la mente funziona come un computer. Solo a partire dagli anni ottanta si affermano nuovi modelli teorici che contengono la distinzione tra due diversi tipi di intelligenza, quella intellettuale e quella emotiva, ciascuna delle quali rappresenta l’espressione di aree distinte del cervello.

L’intelletto si basa interamente sulle elaborazioni che si verificano nella zona della neocorteccia, ovvero dei livelli superficiali del cervello, di più recente evoluzione. In profondità, nelle aree sottocorticali più antiche, sono situati invece i centri emotivi; l’intelligenza emotiva comporta il funzionamento coordinato di questi centri con quelli intellettuali. Gli antichi centri cerebrali che elaborano l’emozione sono la sede delle abilità necessarie per guidare efficacemente noi stessi e per acquisire attitudine sociale. Le neuroscienze sostengono che questi centri emotivi del cervello apprendono in modo diverso da quelli in cui hanno sede i processi di pensiero.

Nel 1983 Howard Gardner operando la distinzione fra capacità intellettuali ed emotive, ha presentato un modello di ‘intelligenza multipla’ che individua sette tipi di intelligenza: abilità verbali e logico-matematiche, spaziali, cinestetiche e musicali, interpersonali e intrapersonali. Successivamente, Gardner ha esteso fino a venti la lista delle varietà di intelligenza comprendendo, ad esempio, quattro tipi di ‘intelligenza interpersonale’: predisposizione alla leadership, capacità di alimentare relazioni e di conservare le amicizie, l’abilità di risolvere conflitti e quella di analisi sociale.

Daniel Goleman (“Intelligenza Emotiva” 1995, “Lavorare con intelligenza emotiva” 1998) ha adattato il modello traendone una versione utilissima per comprendere il modo in cui le risorse emotive si rivelano decisive nella vita scolastica e lavorativa. Egli afferma che “l’attitudine emozionale è una meta- abilità, in quanto determina quanto bene riusciamo a servirci delle nostre altre capacità – ivi incluse quelle puramente intellettuali”, e che “oggi la ricerca individua con precisione senza precedenti le qualità e le capacità umane che fanno di un individuo un elemento capace di eccellere”.

Cinque sono le competenze emotive e sociali fondamentali:

  1. Consapevolezza di sé => ovvero la capacità di riconoscere, rispettare e mettere in parola il mondo soggettivo dei sentimenti e delle emozioni
  2. Autocontrollo => ovvero la capacità di controllare gli impulsi emotivi senza reprimerli e senza entrare in conflitto frontale con essi e senza neppure, tuttavia, farsene travolgere
  3. Motivazione => ovvero la capacità di sviluppare l’efficienza mentale e la comprensione della realtà e di motivarsi in modo globale al raggiungimento di obiettivi e finalità
  4. Empatia => ovvero la capacità di percepire i sentimenti degli altri essendo in grado di adottare la loro prospettiva
  5.  Abilità sociali => ovvero la capacità di interagire positivamente con le persone, di trattare con efficacia le interazioni, i conflitti, i problemi comunicativi e relazionali con gli altri.

Importanza fondamentale ha quindi nella scuola l’educazione affettiva anche in consonanza alla “povertà” relazionale della famiglia con i soli genitori, quando non uno soltanto laddove 30 anni fa vi era un tessuto di nonni, zii, cugini che assolveva il ruolo di fornire una molteplicità di modelli e di esperienze affettive, che, avviando l’individuo ad avere una positiva e realistica immagine di sé e facilitando l’instaurarsi di gratificanti rapporti con gli altri, costituisce un efficace mezzo di formazione di individui psichicamente sani e, conseguentemente, diventa uno strumento di prevenzione del disagio.

Un programma di alfabetizzazione emotiva ha come obiettivo quello di consentire un’adeguata gestione dei sentimenti in modo tale che i processi di apprendimento, sia individuali che di gruppo, si realizzino senza ostacoli. Le finalità educative riguardano l’acquisizione e il consolidamento delle competenze emotive relative alle cinque aree/dimensioni. Fornire una prestazione eccellente non può comportare che si predomini in tutte queste competenze, ma piuttosto che si possiedano punti di forza in un numero di esse sufficiente a raggiungere la soglia critica necessaria per il successo scolastico/professionale e la realizzazione personale. L’intelligenza emotiva, a differenza del QI, può essere potenziata per tutta la vita; tende ad aumentare in proporzione alla consapevolezza degli stati d’animo, al contenimento delle emozioni che provocano sofferenza, al maggiore affinamento dell’ascolto e della sensibilizzazione empatica.

Aiutare i bambini a diventare consapevoli delle proprie emozioni, ampliare il vocabolario emotivo, riconoscere e fare proprie le varie emozioni (positive – negative) meta-riflettere sulle emozioni che guidano i nostri comportamenti e modificare quelli negativi che impediscono la buona riuscita psicofisica- cognitiva favorendo così il riconoscimento e l’espressione adeguata dei sentimenti.

L’ArtCounseling che ha come obiettivo quello di stimolare in modalità di comunicazione diverse la consapevolezza delle proprie emozioni, la percezione dell’altro da sé e la scoperta di modi inediti di espressione, può diventare uno strumento flessibile, pratico e ludico adatto ad essere inserito in laboratori scolastici volti all’alfabetizzazione emotiva.

L’arte è per sua natura sensoriale, cioè corporea (sensazioni visive, acustiche, tattili, olfattive, percezione ed organizzazione dello spazio) e coinvolge emozioni e processi cognitivi che attraverso vari linguaggi creativi trovano espressione, dando forma all’esperienza. L’arte è, in sostanza, un uso particolare di linguaggi in cui l’organizzazione dell’esperienza sensoriale si carica di profondi contenuti interni alla persona.

L’Art Counseling è’ un intervento a mediazione prevalentemente non verbale: dove relazione e comunicazione nascono e si sviluppano attraverso l’arte e i suoi materiali, per esprimersi nella realizzazione di un prodotto artistico, e, in modo più specifico, nel processo attraverso il quale il prodotto nasce. Non si tratta dunque di creare un atelier artistico (in cui il prodotto finale assume solitamente importanza prevalente) o di occuparsi di animazione creativa oppure di istituire un “corso di disegno e pittura” (prettamente didattico), bensì di coniugare procedure e le tecniche artistiche con la capacità di elaborare il proprio vissuto, dandogli una forma, e di trasmetterlo creativamente agli altri.

In queste opere il mezzo espressivo usato si trasforma e da semplice strumento di divertimento e di gioco diventa per i bambini un mezzo per capire chi sono e per mostrarlo agli altri, lasciando che l’opera d’arte così creata parli per loro, da se sola.
L’atto artistico può, così, favorire l’espressione di sentimenti, conflitti, disagi interiori, paure, talvolta non esprimibili verbalmente per un bambino, può scaricare ansie e tensioni,può rendere più coscienti le emozioni veicolate dalle esperienze sensoriali migliorando infine il rapporto con sè stessi e diventando nello stesso tempo un itinerario di apprendimento pratico ed emozionale, in un contesto di gruppo prevalentemente ludico e gratificante, in cui i bambini possano sentirsi protagonisti.

Nobiltà d’animo …..

nobilta animo

E arriviamo alla prossima nota dell’Armonia: la Nobiltà d’Animo …..

La Nobiltà d’Animo ci aiuta a fertilizzare dentro di noi l’ascolto, la comprensione dell’altro come diverso e unico, il rispetto, la generosità, la compassione e il perdono. Per questo è importante mantenere buone relazioni con i propri cari, con i familiari, gli amici, i vicini di casa, gli altri da noi e anche con tutti quelli che abitano dall’altra parte del globo. Per questo è importante che nelle relazioni sociali, di qualunque genere esse siano, ci facciamo orientare dalla bussola della Cortesia che segnala i quattro punti cardinali di Rispetto, Gentilezza, Benevolenza e Generosità.

La bussola ci segnala le parole, i toni e i modi giusti per fare stare bene le persone intorno a noi.

La ricetta sembra semplice; un po’ d’attenzione, un po’ di riflessione, una selezione empatica di parole positive, l’uso appropriato dell’intelligenza sociale sostenuta dalla benevolenza e dal rispetto per la dignità di ciascun essere umano.

Il rispetto ci porta a riconoscere che l’altra persona ha la sua dignità e che i suoi interessi, bisogni, valori, diritti e unicità meritano la nostra considerazione, senza pregiudizi.

Ogni persona è degna di un’adeguata porzione di attenzione, un’autentica cura ed empatia onesta, senza falsità. La cortesia ci fa rispettare le posizioni sociali dell’altra persona mai ignorando la sua presenza, mai minacciando la sua dignità, mai sminuendo il suo prestigio.

Gentilezza è un sincero sorriso espresso con sguardo discreto e parole gradevoli. Ognuno sa come umiliare, offendere, squalificare un’altra persona; ognuno, tuttavia, è anche capace di trasformare una potenziale offesa in uno scambio di benevolenze. La benevolenza è l’atteggiamento mentale che porta a scoprire l’umanità che c’è in ogni persona.

E’ la Nobiltà d’Animo che impedisce azioni squalificanti, offensive, umilianti, maleducate. E’ la nobiltà d’animo che fa privilegiare il perdono al rancore. Il perdono lenisce la sofferenza emotiva e cognitiva del dolore subito e fa riguadagnare fiducia in noi stessi e negli altri, ristabilendo relazioni positive con le persone che ci hanno fatto del male.

Il perdono ha valore catartico connesso alla clemenza, alla compassione, alla generosità e soprattutto alla rinuncia del legittimo diritto di nutrire rabbie e risentimento.

La Nobiltà d’Animo stimola a trattare alcuni argomenti con delicata sensibilità, perché sappiamo che potrebbero far soffrire la persona, conoscendo l’impatto negativo di parole o gesti offensivi o minaccianti.

Se cogliamo le somiglianze che vi sono tra gli esseri umani, ricchi o poveri, donne o uomini, religiosi o atei, di destra o di sinistra, proviamo profonda empatia e sintonia con i nostri simili, consapevoli che ognuno di noi per crescere ha dovuto superare tappe difficili e sopportare pene e dolori, perdite e rinunce.

Se sentiamo i nostri interlocutori simili a noi, imperfetti come noi, perché hanno sofferto, perché hanno avuto cattivi maestri, perché non hanno ancora imparato, allora i nostri gesti nei loro confronti esprimono generosità e benevolenza: non pensiamo più male degli altri esseri umani né concepiamo di fare loro del male. Ci sentiamo profondamente simili.

Quando parliamo e ci comportiamo seguendo le indicazioni della bussola della cortesia diamo concretezza al desiderio di creare intorno a noi un clima di gentilezza, benevolenza, generosità e soprattutto rispetto. Questa logica contribuisce a far sentire gli altri a proprio agio, a salvare la loro faccia sociale, proteggendo il loro prestigio.

Non c’è nulla di nobile nell’essere superiore a un altro uomo.

 La vera nobiltà sta nell’essere superiore

 alla persona che eravamo fino a ieri.

Samuel Johnson

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