Sul perfezionismo “normale” e “patologico”

bicchiere mezzo pieno 1

“ La felicità non sta nella ricerca della perfezione Bensì nella tolleranza dell’imperfezione ..” Yacine Bellik

La nostra società usa regolarmente i termini “eccellenza” e “rendimento”, certamente utili per progredire e affrontare le sfide che ci vengono incontro: sviluppare una struttura, evolvere sul piano personale o collettivo. Questi termini puntano ad un miglioramento, il quale ha inizio da una visione … ci ciò che possibile. A mettere il bastone tra le ruote , a questo processo di per sé naturale, è la comparsa di un effetto perversi e il fatto che il rendimento cessi di essere un mezzo per diventare un fine in sé.

Il rendimento serve a conseguire un successo, a raggiungere un obiettivo magari difficile, ma realizzabile e concreto. Ne nasce allora un’intensa soddisfazione, visto che il desiderio era quello di svolgere responsabilmente un’attività ed evitare, per quanto possibile, errori. Se tale obiettivo non viene raggiunto una personalità “sana” e funzionale si rallegra comunque della strada percorsa e della minore distanza tra ciò che è stato ottenuto e ciò che si desiderava. Puntare all’eccellenza permette dunque di fare il meglio, avendo ben chiari i limiti e sapendo dire basta al momento giusto.

Al contrario, il perfezionista presuppone un livello intangibile: la perfezione! E poiché questo livello va oltre una “sana” volontà di riuscire, la distanza citata sopra diventa sinonimo di fallimento.

Il perfezionista cura i minimi dettagli fino all’eccesso per fare sempre meglio e, in questo modo, dichiara inaccettabile qualunque errore. Per di più, anche se tale livello viene raggiunto, lui reputa con una logica assai specifica e un ragionamento del tutto particolare che è possibile (necessario? .. obbligatorio? ..) conseguire un livello superiore. Prova dunque solo insoddisfazione, qualunque sia il risultato ottenuto.

Il problema, in ultima analisi, come ho sottolineato nei post precedenti, sta nel concetto di obiettivo da raggiungere.

  • L’obiettivo non è realistico, è indefinito. Stabilendolo troppo in alto, si crea confusione tra possibile e impossibile. In mancanza di precisione non è possibile raggiungere l’obiettivo.

Prendiamo il caso di numerose persone che desiderano un mondo perfetto pur vivendo in uno nel quale esistono guerre, carestie, malattie, sofferenze,ingiustizie … Se il mio è un perfezionismo “sano” e funzionale contribuirò come meglio posso ad eliminare in parte questa imperfezione. Così facendo servo un in ideale, una causa morale o un valore umano e agisco consapevole dei miei limiti.

Se però punto ad un risultato assoluto, posso soltanto constatare l’impossibilità del compito e cadere in depressione, perché non funziona nulla. Lo stesso dicasi se sono dogmatico, settario, fanatico o iper-controllante: “Dovrebbe essere così”, ma risultati … zero !

Magari, come un Don Chisciotte all’ennesima potenza, intraprendo una crociata e dedico la mia vita a raggiungere questo ideale, costantemente fedele a me stesso e alla mia causa, senza mai cedere ad alcuna pressione esterna, intransigente al massimo. Oppure non faccio più niente, mi arrendo, me ne lavo le mani. Si può passare da zero all’infinito e viceversa.

  •  L’obiettivo è accessibile, ma rappresenta un obbligo in tutto e per tutto: “Non lo faccio per me, bensì perché devo”. Vi sono casi in cui le sollecitazioni esterne rappresentano un meccanismo di scatto quando viene data troppa attenzione ai messaggi sociali che richiedono perfezione.

Lo sport fornisce numerosi esempi di questo passaggio dal “desiderio di fare meglio” al “dover fare meglio”. Oggi la performance sportiva viene incoraggiata, in quanto vista come valore positivo. Tutti i record sono costantemente da battere; è questa la bellezza dello sport e la grandezza data dal superare se stessi. Il pericolo, tuttavia, nasce quando il successo diventa ossessivo e le prestazioni un culto, per cui per essere il migliore in assoluto si ricorre al consumo delle sostanze dopanti. Tuttavia, infrangere le regole fondamentali dello sport barando e minando la propria integrità fisica non è più lo stesso obiettivo. Ci giochiamo la permanenza del nostro essere in cambio di una gloria effimera. Se la otteniamo,puntiamo a spingerci oltre, se non la otteniamo crolliamo, perché non valiamo nulla.

Se volere sempre il meglio finisce con il generare il peggio come riuscire a sapere quando fermarsi? Direi che anzitutto è una questione di dosi.

Da un lato c’è infatti quello che vogliamo diventare e conseguire, l’obiettivo prefissato, e dall’altro quello che siamo e che facciamo. Se il divario è troppo lieve manca la motivazione, perché non c’è sfida. Nel momento in cui siamo in grado di affrontarla, una sfida è eccitante e dà la motivazione. Ma se il divario è molto, troppo, grande si profilano varie soluzioni:

  1. Rifiutare la sfida perché ci si sente scoraggiati in partenza
  2. Ricondurre l’obiettivo da raggiungere a proporzioni più ragionevoli
  3. Lanciarsi all’avventura avendo cura di segmentare l’obiettivo per raggiungerlo a tappe successive, ognuna delle quali sia accessibile, dicendosi però che non conseguirlo non sarà un dramma e che almeno otterremo la soddisfazione di averci provato.

Chiaramente tutto è soggettivo, ma per ogni sfida che ci viene incontro o che ci poniamo è importante riuscire a stabilire quanto fattibile sia la strada da percorrere.

Questo approccio è indice di un perfezionismo “sano”: si cerca di fare meglio e questo è stimolante perché viene mantenuto un atteggiamento pragmatico , pronto ad accettare all’occorrenza la “non riuscita” piuttosto che l’”insuccesso”.

Di contro il perfezionismo è “patologico” e non funzionale quando ci si intestardisce su un obiettivo che non è accessibile e che si trasforma in una questione d’”onore” oppure “di vita e di morte”; in altre parole raggiungerlo ci costa continue sofferenze e patiamo le pende dell’inferno se non lo otteniamo.

Quando si svolge un compito, effettuare dei controlli e delle verifiche è normale e auspicabile. Tuttavia diventare troppo puntigliosi è un handicap, perché lo spreco di energia risulta esagerato. Da qui l’insoddisfazione e il senso di fallimento.

Il perfezionista funzionale ha un atteggiamento creativo: “Opero perché sia migliore”, mentre quello disfunzionale e “patologico” è rigido “Raggiungo il limite e rendo le cose impossibili”. In questo passaggio dal bene al meglio e infine al peggio, entriamo nel paradosso di ottenere il contrario di ciò che vogliamo.

E’ quindi decisamente questione di dosi, ma anche di lungimiranza e lucidità nei confronti di ciò che attualmente è e di ciò che si vuole. Avere un ideale o alti principi non è di per sé sufficiente a bollare qualcuno come perfezionista. E’ invece importante andare ad esaminare la tolleranza che si ha verso se stessi e gli altri.

Che cosa desideriamo di preciso e a cosa vogliamo mirare, quale risultato ci preme ottenere? Quale è la reale utilità di quello che facciamo?

Puntare in alto è un ottimo modo per riuscire, puntare troppo in alto diventa un meccanismo diabolico.

La persona disfunzionale esige realismo, ma è lei la prima a non averlo: vede il bicchiere mezzo vuoto mentre in realtà è anche mezzo pieno. E per di più, lo vorrebbe pieno del tutto !!! ….

….. e forse non abbiamo ancora finito, se ti va continua a seguirmi 🙂

Sulla rabbia (II parte)

rabbia scimpanze

“ La collera, in effetti, sembra prestare

Fino ad un certo punto orecchio alla ragione,

epperò intende malamente,

alla maniera di quei servitori frettolosi

che escono correndo prima di aver ascoltato

fino in fondo ciò che viene detto loro,

e poi si sbagliano nell’esecuzione dell’ordine ..”

Aristotele

Proviamo ora ad analizzare che cosa ci fa arrabbiare; denominatore comune a molti antecedenti della rabbia come abbiamo visto nel post precedente sono la frustrazione e la costrizione, ma il nesso non è affatto semplice, perché la frustrazione in sé non è condizione né sufficiente né necessaria per gli scoppi di ira. Insieme a queste due micce conta molto la responsabilità e la consapevolezza che si attribuisce alla persona che si comporta male con noi, specialmente nel caso di persone a cui si è legati e che quindi dovrebbero prendersi a cuore il nostro benessere. Insomma l’elemento determinante non è mai uno solo, ma una combinazione di comportamenti che giudichiamo sbagliati, fatti da una particolare persona ed in circostanze specifiche.

Le ricerche compiute sul comportamento di specie diverse dall’uomo ci hanno mostrato che la rabbia e le frequenti manifestazioni aggressive che ne conseguono sono scatenate da motivi direttamente legati alla sopravvivenza dell’individuo e dei piccoli, e alla difesa del cibo e del territorio.

L’espressione mimica e corporea della rabbia che è stata osservata nei primati non umani per alcuni aspetti assomiglia moltissimo a quella degli esseri umani, fino a sembrarne quasi una caricatura.

Negli animali il mostrare i denti, il ringhiare, l’aumento della massa di peli che si rizzano hanno la funzione di tenere a bada o allontanare la presenza indesiderata.

Gli animali manifestano ira e spesso attaccano quando qualcosa gli spaventa, quando sono aggrediti dai predatori, per avere la meglio sul rivale sessuale, per difendere i propri piccoli, per cacciare un intruso dal proprio territorio.

Si potrebbe pensare che la messa in scena dell’ostilità degli animali abbia una funzione analoga alle aggressioni verbali che negli esseri umani sono più frequenti degli attacchi fisici. Negli umani, alla base dei motivi più spesso addotti per giustificare un attacco di rabbia c’è il desiderio di raddrizzare ciò che sembra essere sbagliato, affermare la propria indipendenza e migliorare la propria immagine.

D’altro canto si è anche visto che a volte l’animale può anche inibire completamente il suo comportamento aggressivo e adottarne uno del tutto diverso, come lisciarsi le penne o regredire ad un comportamento tipico di un animale più giovane, per ostacolare l’aggressione dell’altro. Analogamente l’uomo può mettere in atto meccanismi ovviamente più complessi (i “meccanismi di difesa”) che servono proprio a proteggere la coscienza da un’emozione dolorosa o inaccettabile oppure a evitare di esporvisi.

Di seguito un esempio che illustra questi meccanismi di difesa applicati alla rabbia:

Situazione: il capo entra nel vostro ufficio per dirvi di fare più in fretta, darvi una mossa, mentre voi siete già oberati di lavoro ….

Passaggio all’azione: lo insultate

Spostamento: dopo che è uscito, spostate la vostra rabbia sul vostro assistente

Regressione: andate dritti al distributore automatico per divorarvi golosamente una barretta di cioccolato

Somatizzazione: più tardi vi viene il mal di testa o il mal di pancia

Evitamento: vivete tutta la scena in uno stato di indifferenza emotiva

Proiezione: pensate che lui vi odi (attribuite a lui il vostro odio nei suoi riguardi)

Vari studi sulle ragioni addotte e sugli scopi che ci si prefigge di raggiungere manifestando la rabbia hanno trovato che esistono tre tipi di rabbia che assolvono a funzioni abbastanza diverse:

  • La rabbia malevola: che la lo scopo di rompere o peggiorare i rapporti con l’altra persona, di vendicarsi per un torto subito e comunque per esprimere odio e disapprovazione
  • La rabbia costruttiva: che ha lo scopo di modificare il comportamento altrui, di rendere più stretta la relazione con la persona con cui ci si arrabbia, di asserire la propria libertà e indipendenza.
  • La rabbia esplosiva: che serve principalmente per dare sfogo alle tensioni e manifestare l’aggressività, con le probabili funzioni aggiuntive di rompere il rapporto.

Quello che è certo che i due peggiori modi per gestire la propria rabbia sono:

  • L’esplosione: lasciandola esplodere in maniera incontrollata o per futili motivi. E’ il caso delle arrabbiature di cui si pente, che si portano dietro strascichi inutili, lasciano rancori tenaci o rendono addirittura ridicoli. Questi eccessi di collera ci permettono a volte di ottenere ciò che si vuole a breve termine, ma a prezzo di conseguenze nefaste a lungo termine nei rapporti con gli altri.
  • L’inibizione: reprimere completamente la propria rabbia dissimulandola all’altro e talvolta a se stessi. In questo caso si rischia di covare un cumulo di rabbia dannosa, passando inoltre per persone che è possibile contrariare senza alcun timore. Questo eccesivo ritegno rischia, prima o poi, di farci precipitare brutalmente nella situazione precedente, perché a furia di accumulare rabbia, si finisce per esplodere e spesso nel momento meno opportuno.

Come fare allora????

  • Provare a ridurre i motivi di irritazione rendendoci la vita più gradevole anche nei dettagli e facendo in modo di ritagliarci il più possibile momenti piacevoli, ottimi paraurti contro le cause di irritazione.
  • Riflettere sulle nostre priorità mantenendo sempre il dialogo con noi stessi: “ci arrabbiamo perché pensiamo” (teoria cognitiva) per cui: “pensiamo in modo diverso e ci arrabbieremo meno spesso” . Scopriamo le nostre convinzioni di base che scatenano in noi la collera e proviamo a renderle meno rigide, ad esempio: “le persone devono comportarsi con me come io mi comporto con loro, altrimenti è insopportabile e quindi si meritano la mia rabbia” potrebbe diventare: “non mi piace che le persone non si comportino con me come io mi comporto con loro, ma posso sopportarlo esprimendo però il mio punto di vista”.
  • Consideriamo il punto di vista dell’altro lasciando all’altro il tempo di esprimerlo : ascoltiamo!!!
  • Rimaniamo concentrati sul comportamento che ci ha fatto arrabbiare, anziché attaccare la persona: “Messaggio IO” … “IO MI SENTO …..quando tu ….. e quindi …..”

In sintesi quando ci arrabbiamo dovremmo cercare di salvaguardare almeno quattro cose:

  1. Un decente rapporto con la persona con cui ci arrabbiamo
  2. La difesa dei nostri interessi e la possibilità di far presente le nostre ragioni
  3. La stima di noi stessi
  4. La nostra salute e il nostro equilibrio

Una delle preoccupazioni più comuni e comprensibili è di non perdere la testa, non dire o fare cose di cui ci si pentirà dopo, e così via. Insomma si teme che la maggiore impulsività ed energia scatenate dalla rabbia inducano comportamenti che non ci sono propri. Infatti si dice “ero fuori di me”, “non ero più io”, perché la rabbia è letteralmente una passione, che fa patire/subire il senso di essere invasi (invasati), in preda ad una forza superiore al nostro potere.

Sulla rabbia

hulk 1

“Non fatemi arrabbiare, non sono per niente simpatico,

quando mi arrabbio …” Hulk

Non vi sono dubbi che la rabbia sia un’emozione tipica, considerata fondamentale da tutte le teorie e perfino inclusa fra i sette vizi capitali con il nome di “ira”.

E’ un’ emozione centrale e primitiva perché in essa, forse più che in altri stati emotivi, è possibile identificare una chiara origine funzionale, degli antecedenti caratteristici, delle manifestazioni espressive e delle modificazioni fisiologiche costanti, delle prevedibili tendenze all’azione.

Il fatto che sia un’emozione primitiva la rende osservabile anche in bambini molto piccoli e in specie animali diverse dall’uomo.

Gli studi di psicologia infantile sono in questo caso particolarmente interessanti, perché le manifestazioni dir abbia sono rimproverate nella cultura attuale e quindi parzialmente inibite o comunque modificate. Di conseguenza alcuni tratti costitutivi delle espressioni di rabbia si possono osservare meglio in individui che non hanno ancora appreso la competenza emotiva che regola l’esibizione della rabbia.

La rabbia è una delle più precoci fra le emozioni, insieme alla gioia e al dolore. Le due cause della rabbia sono la presenza di un ostacolo al soddisfacimento di un desiderio e l’imposizione di un danno.

Se immaginiamo una situazione che simboleggia la rabbia, possiamo pensare al tentativo frustrato di uscire da una gabbia, o alla mano che si protende verso un oggetto che nello stesso momento si allontana e sfugge.

John Bowlby  sostiene che la rabbia sia una reazione alla frustrazione di bisogni essenziali. In particolare Bowlby ha dimostrato che sia un periodo di separazione dalla persona da cui si dipende emotivamente (figura di attaccamento), sia la minaccia di separazione e altre forme di rifiuto causano, nei bambini come negli adulti, dei comportamenti ansiosi e collerici. A suo parere, l’angoscia della separazione e il sentimento di frustrazione sono quindi alla radice dell’ostilità verso la figura di attaccamento. La collera servirebbe sia come rimprovero per quello che è accaduto, sia come deterrente perché ciò non si verifichi più. Questo è un dei casi tipici nei quali amore, angoscia e collera vengono suscitati da una stessa persona. In seguito, poiché vi è la tendenza a rimuovere dalla coscienza i propri sentimenti ostili verso le persone che amiamo, può succedere che questi sentimenti vengano attribuiti ad altri o proprio alla persona amata-odiata della quale temiamo o sentiamo l’ostilità.

Per Carroll Izard, psicologa statunitense conosciuta per la sua teoria della “differenziazione delle emozioni”, la rabbia è la tipica reazione alla frustrazione e alla costrizione, sia fisica che psicologica. Insieme con il disgusto e il disprezzo, la rabbia fa parte della triade dell’aggressività, di cui è il fulcro e l’emozione di base. Queste tre emozioni, pur essendo esperienze diverse ed autonome nel vissuto, negli antecedenti e nelle conseguenze, si presentano spesso in combinazione fra loro.

Vi sono moltissimi termini nel vocabolario che fanno riferimento a questa reazione emotiva: ira, collera e rabbia sono considerati pressappoco sinonimi di uno stato emotivo intenso; ve ne sono poi numerosi altri che invece descrivono lo stesso sentimento ma di intensità minore, come appunto irritazione, fastidio, impazienza; e ve n’è qualcuno, come esasperazione e furore, che invece ne accentua l’intensità.

Raccogliendo e analizzando termini, modi di dire e proverbi che si riferiscono alla rabbia è stato possibile tracciare una mappa delle conoscenze e teorie popolari riguardanti questa emozione. Nella cultura italiana sembra dominante la localizzazione e le conseguenze della rabbia nel corpo: “Non ci vide più dalla rabbia”, “si rodeva il fegato”; un’esperienza di passività e di patologia: “è stato più forte di me”, “perdere le staffe”, “pazzo di rabbia”; e la diffusa convinzione che il controllo della rabbia faccia male alla salute fisica più che a quella mentale: “se non glielo dicevo sarei scoppiata”, “era così controllato che gli venne l’ulcera”.

La rabbia, anche nelle sue forme più lievi di irritazione e di fastidio, è l’emozione che più di ogni altra si cerca di controllare sia all’interno del proprio vissuto che nelle manifestazioni osservabili.

Uno dei punti salienti ed espliciti dell’educazione dei bambini nella nostra cultura punta alla repressione della collera manifesta. L’atteggiamento dei genitori teso a rendere pubblicamente accettabili tali manifestazioni della rabbia inizia con i primi contatti faccia-a-faccia fra adulto e neonato. A mano a mano che il bambino cresce l’adulto tollera sempre meno le manifestazioni dir abbia ed esercita questa influenza in molti modi diversi. Le reazioni dei bambini a queste pressioni dirette o indirette hanno a loro volta un’influenza sul comportamento degli adulti. Per quanto riguarda gli adulti e le auto-prescrizioni che uno si impone, in alcuni casi si aderisce ad una teoria esplicita che scoraggia i sentimenti di collera ed invita a lasciar perdere, a non prendersela tanto, a non farsi cattivo sangue, etc.

Per quanto forti le pressioni contro la manifestazione della rabbia, essa ha una tipica espressione facciale, riconoscibilissima in tutte le culture. I movimenti sintomatici del viso sono l’aggrottare violento delle sopracciglia e lo scoprire e digrignare i denti, oppure lo stringere forte le labbra, mentre gli occhi appaiono lampeggianti. A seconda che si parli di rabbia fredda o calda, il resto del corpo può tendersi fin quasi all’immobilità o accentuare notevolmente l’attività motoria. Le sensazioni soggettive più comuni sono: calore, irrigidimento della muscolatura, irrequietezza estrema, paura di perdere il controllo. La voce molto spesso si alza di volume e di intensità, il tono può essere minaccioso, stridulo o sibilante.

Nell’organismo intervengono tutte quelle modificazioni che sono tipiche di una forte attivazione del sistema nervoso autonomo; cioè accelerazione del battito cardiaco, aumento della tensione muscolare e della sudorazione, aumento della pressione arteriosa e irrorazione dei vasi sanguigni, tipicamente si dice che “uno è rosso di collera”. Queste modificazioni sono apparentemente funzionali al vissuto che è di grande impulsività e di forte propensione ad agire, con modalità aggressive o di difesa poco importa. La rabbia certamente uno stato emotivo che crea nell’organismo un propellente energetico utilizzabile per passare alle vie di fatto, siano queste azioni o solo espressioni verbali.

Ci si arrabbia quasi sempre con le persone, ma sembra che a volte si provi e si manifesti rabbia contro oggetti inanimati o contro istituzioni. Di fatto accade che molti scatti di collera diretti verso gli oggetti siano degli spostamenti dall’obiettivo originale che era un’altra persona. Oppure erano manifestazione di ira verso se stessi che si sfogano sulle cose, ma ci sono anche casi di persone che arrivano a farsi male davvero ….

Ci si arrabbia a volte verso i tanti oggetti meccanici ed elettronici che popolano la nostra vita, l’auto che non parte, il computer che si incanta, la segreteria telefonica che si mangia le voci registrate. Non è chiaro quanto siano profondi e diffusi i sentimenti e i rapporti di tipo personalizzato che intratteniamo con questi oggetti. Di sicuro ci procurano delle frustrazioni e quindi si prendono la loro parte di insulti.

In generale però sono gli esseri umani la fonte delle nostre frustrazioni e difficoltà ed è quindi con loro che ce la prendiamo più spesso; sovente poi, le persone con cui ci arrabbiamo sono quelle a cui vogliamo più bene: innamorati, amici, parenti. Ci sono molte ragioni per questa scelta dell’oggetto dell’ira fra gli intimi. Per prima cosa, le persone a cui siamo affettivamente legati sono quelle che più facilmente possono infliggerci delle sofferenze e di cui temiamo l’abbandono. Inoltre, una relazione sentimentale comporta una certa perdita di autonomia, il che costituisce in sé una spina irritativa. C’è poi da considerare il maggior tempo che si passa con le persone con sui si è in intimità, di conseguenza sono più numerose le occasioni di contrasto. Vi è poi con loro una maggiore confidenza, che diminuisce il controllo dell’aggressività.

Inoltre una cosa sbagliata fatta da qualcuno che ci è molto vicino: un genitore, un coniuge, un figlio, è particolarmente irritante, perché in qualche modo coinvolge anche noi stessi come co-autori di quel comportamento che disapproviamo. E da ultimo, ha senso arrabbiarci con chi frequentiamo spesso o con chi cii vive accanto perché è importante ottenere proprio da queste persone delle modifiche dell’atteggiamento e delle azioni.

Arrabbiarsi chiarendo le ragioni dello scontento è uno dei modi per ottenere queste modifiche. Anzi nelle relazioni sentimentali durature e considerate felici, i litigi aperti sono abbastanza frequenti, e spesso ad un’arrabbiatura di uno dei due segue un miglioramento della qualità della relazione dovuto alle spiegazioni e all’aumento della comprensione e dell’affiatamento reciproco.

E in campo lavorativo? Ci si arrabbia più spesso con i superiori, con i sottoposti o con i nostri pari-grado?

La risposta cambia a seconda che ci si riferisca ai sentimenti di collera o alle manifestazioni di collera. Le persone che hanno autorità e potere su di noi sono più spesso oggetto della nostra ostilità, che però viene poco manifestata o solo in forme distorte e indirette. Le persone che dipendono da noi sono oggetto di irritazione frequente, che in questo caso viene facilmente manifestata, se non addirittura amplificata a scopo implicitamente pedagogico.

Rispetto, invece, ai nostri pari-grado la rabbia si manifesta con una forma ed un’intensità intermedia, è comunque rilevante che i rapporti siano almeno quelli di una discreta conoscenza, perché pare sia molto raro arrabbiarsi con qualcuno che si conosce poco o che si incontra per la prima volta.

……………………….. e continua nel prossimo post ….. la rabbia è un emozione che ha bisogno di spazio …..

Herrare umanum est, perseverare diabolicum ….

gorgo

“Follia è fare sempre la stessa cosa e aspettarsi risultati diversi “ Albert Einstein

“Un’altra volta lo stesso problema, ma non è possibile!”

“Mi succede sempre così”

“E’ la terza volta che questo appuntamento mi va storto”

“Non ce la faccio più, con te si litiga sempre per gli stessi motivi”

“Trovo sempre partner sbagliati!”

Qualcuna di queste frasi ti suona familiare? Magari l’hai sentita dire a qualche tua amica, oppure ti è capitato di dire qualcosa di simile? Conosci persone che commettono sempre gli stessi errori? Che agiscono seguendo sempre gli stessi schemi? Che non analizzano le esperienza passate? Che non imparano la lezione?

Si potrebbe anche dire che “non hanno sofferto abbastanza”.

Ma non basta solo sbattere la testa contro il muro, perché c’è anche chi, pure se soffre come un pazzo, non impara la lezione, anzi peggiora. Per fortuna, c’è anche chi trova la forza di rialzarsi dopo essere caduto in una buca profonda.

Alle volte sembra davvero di essere bloccati nei famosi “corsi e ricorsi storici”, abbiamo l’impressione di essere la puntina che gira su un disco graffiato che s incanta sempre nello stesso punto oppure abbiamo sensazione di déjà vu e ci ritroviamo in situazioni simili ad altre già vissute in passato chiedendoci:”come ho fatto a cascarci un’altra volta?”.

Questa domanda è cruciale ed è davvero utile, peccato che spesso sia formulata in maniera retorica e quasi autocommiserativa, senza realmente cercare quella risposta che eviterebbe, probabilmente, di tornare a porsi in futuro il medesimo interrogativo.

In realtà formalmente ci chiediamo come abbiamo fatto a sbattere di nuovo sullo stesso muro, ma di fatto ci stiamo dicendo: “Ah povera me!” e andiamo in giro raccogliendo attenzione e approvazione: “Dai non importa, vedrai che la prossima volta andrà meglio”.

E come farà ad andare meglio se non ci interroghiamo su cosa si possa migliorare? Sarà la prova, l’esame, il contratto, la presentazione, la storia d’amore, la relazione con gli altri ad andare meglio o, per caso, dovremmo essere noi a fare qualcosa di diverso affinchè la prossima volta qualcosa di meglio effettivamente accada?

C’è da dire che l’abitudine è un elemento fortemente presente nella vita di ciascuno di noi e non corrisponde, per forza, a qualcosa di negativo. Basta pensare a quante migliaia di cose abbiamo imparato a fare da quando siamo nati, che ora facciamo automaticamente. Dal camminare, al guidare, la reiterazione è qualcosa che da sicurezza, che permette di risparmiare tempo, che consente di sfruttare uno schema collaudato nel tempo.

Però che succede se il comportamento che si ripete non è qualcosa di voluto o sperato? Cosa accade se invece che conforto e benessere per una consuetudine piacevole, proviamo un grande senso di insofferenza e di frustrazione per la necessità di affrontare ancora una volta una situazione sgradita?

La ripetizione dei nostri comportamenti, anche quelli poco produttivi, crea un solco, esattamente come il passare sempre per lo stesso cammino in un bosco crea un sentiero e alla fine, anche se ci rendiamo conto che il sentiero non è buono, che in alcuni punti si impantana o prende salite troppo ripide, preferiamo continuare a percorrerlo piuttosto che cercarne (o crearne …) uno nuovo.

Di solito, se si percorre sempre lo stesso sentiero, si arriva sempre nello stesso punto e questo crea la sensazione che ci sia una sola strada percorribile. Risultato: monotonia, irritazione, frustrazione e senso di incapacità nel cambiare lo stato delle cose.

Con la ripetizione dei medesimi errori non solo otteniamo sempre gli stessi risultati ma rafforziamo anche le nostre credenze limitanti su quella particolare situazione.

Visto che non ci si ferma a guardare l’errore, a osservarlo e imparare da esso, si comincia a credere di essere sbagliati o a credere che qualcosa nell’ambiente sia sbagliato (colleghi, partner, clienti … etc ..).

Tutto questo nel breve termine ci allevia sollevandoci da un po’ di responsabilità, ci fa sentire meglio perchè in fin dei conti non dipende da noi e quindi non ci possiamo fare nulla: problema risolto!

Ma a lungo termine ci crea frustrazione e insoddisfazione. E continuiamo a commettere gli stessi errori. Un inferno in terra ……

Conflitti … limiti … frustrazioni …

biglie 2

Molte persone odiano e temono i conflitti. Cosa non farebbero per evitare uno scontro: fuggire, scusarsi, capitolare al solo scopo di smussare le asperità. Sono convinte che i conflitti rappresentino un fiasco in un rapporto e che nella vita sociale occorre fare molte concessioni. Tuttavia è la vita stessa che regolarmente dimostra a questi individui come ciascun permesso fatto al solo scopo di evitare un conflitto alimenti l’astio. Tutte queste concessioni vengono poi immagazzinate e contabilizzate dall’inconscio e, prima o poi, il conflitto non risolto esplode con una violenza ed una aggressività direttamente proporzionale al tempo in cui è rimasto latente.

Non è possibile evitare sempre di dire no!

Ad un certo punto, bisognerà pur stabilire dei limiti.

Nel frattempo, se non diciamo di no agli altri, diciamo dei no a noi stessi, al rispetto verso la nostra persona, verso i nostri bisogni e i nostri desideri. E’ dunque un tradimento personale ciò che ci infliggiamo ogni volta che rifiutiamo lo scontro.

Nel momento in cui rifiutiamo di prendere in considerazione la possibilità di un confronto, permettiamo all’altro di occupare tutto lo spazio del rapporto. Conflitto non è necessariamente sinonimo di violenza e aggressività. Inoltre, i conflitti rappresentano una componente naturale della vita di gruppo e sono indispensabili per far rispettare l’individualità e lo spazio personale. Accettare questo fatto è il primo passo da compiere per non avvertire più quella sensazione di smacco ogniqualvolta si prospetta un conflitto. Occorre inoltre prendere coscienza del fatto che i limiti sono indispensabili. Una vita senza limiti è come un paesaggio immerso nella nebbia.

L’integrazione mentale dei limiti è indispensabile all’equilibrio psicologico di un essere umano, perché i limiti rassicurano, strutturano e costruiscono l’identità.

Abbiamo bisogno di avvertire il nostro territorio e i suoi confini, così da sapere fino a dove possiamo spingerci e dove è bene fermarsi.

Spesso i genitori storcono il naso all’idea di stabilire dei limiti per i figli, ma ciò e lo dico soprattutto da mamma penso sia sbagliato.

Infatti se il bambino va alla ricerca dei limiti dell’adulto è solamente per trovarli, proprio come potrebbe aver fisicamente bisogno di trovare un muro al quale appoggiarsi. Nella sua ricerca di limiti, il bambino si spinge sempre più lontano, fino a che non li trova.

I limiti interno sono quelli che definiscono il territorio mentale e che permettono alla persona di essere.

I limiti esterni sono quelli delle persone che ci circondano e dell’ambiente in cui viviamo.

La scoperta dei limiti esterni non avviene senza difficoltà. Di fatto, il neonato viene al mondo con l’illusione di onnipotenza. Crede che il mondo graviti attorno a lui.

Tuttavia, presto o tardi, in maniera brusca o progressiva, il bambino dovrà capire che alcune cose sfuggono al suo potere, accantonando così l’illusione di onnipotenza. Non è possibile avere tutto e subito. E’ indispensabile che egli lo capisca, così da poter distinguere tra sogno e realtà.

La sofferenza che deriva da questa scoperta si chiama frustrazione. Essa è quella dolorosissima sensazione di sentirsi impotenti nei confronti del proprio ambiente.

Ma se il bambino non impara a gestire questa frustrazione c’è il pericolo che possa diventare un adulto violento o compulsivo, poiché la frustrazione non controllata si trasforma in rabbia, violenza e compulsione.

Conoscere ciò sui cui abbiamo potere e ciò su cui non l’abbiamo per mette di incanalare l’energia in maniera costruttiva. Invece di sprecare le forza battendosi invano contro elementi incontrollabili, è più produttivo concentrare le proprie azioni su ciò che possiamo davvero modificare, allentando la presa sul resto.

Alcuni, che vivono con un costante ed eccessivo senso di controllo, cercano di governare tutti i parametri della propria vita. Come bambini che tentano di stringere nelle mani troppe biglie, queste persone hanno la sensazione che le cose sfuggano loro in continuazione e vivono dunque in un perenne stato d’ansia.

Al contrario, stringere in pugno solo le proprie biglie è rilassante e rassicurante, perché quelle biglie, le nostre, non ci sfuggiranno più…..

Aspettative. Ciò che alimenta le reazioni e le pretese.

ASPETTATIVA 3

“le aspettative”  un argomento che mi ha sempre toccata da vicino e che ora “vedo”, nel mio lavoro di Counselor e di Mediatore Familiare , come esse siano la base di molti dei disagi intrapsichici e relazionali.

Stamattina sfogliando il libro di Krishnananda “a tu per tu con la paura” , sono incappata in un capitoletto, il cui titolo ha dato il nome a questo post, che mi sembra perfetto per chiarire alcuni punti.

______________________________________________________________________________

La fonte e l’alimento del nostro reagire e pretendere proviene dalle aspettative. Tutti noi nutriamo aspettative reciproche che, se rimangono inconsce, possono distruggere qualsiasi tipo di armonia e intimità desideriamo creare. Perché le aspettative trasformano l’altra persona in un oggetto per i nostri voleri..E poniamo le stesse aspettative sulle situazioni e sulla vita in generale….. Invece di sentire le nostre paure, noi entriamo nel “bambino che pretende” e ci sentiamo vittime della gente, delle situazioni e della vita.

Per conseguire una maggiore consapevolezza del nostro “pretendere”, dobbiamo esaminare le nostre aspettative.

E’ più facile a dirsi che a farsi….. come facciamo a riconoscere le nostre aspettative??

  1. Uno dei modi è notare quando ci sentiamo delusi e reagiamo, sia colpevolizzando e arrabbiandoci che isolandoci con rassegnazione. A seconda del nostro temperamento. Possiamo scagliare la rabbia e la delusione sull’altra persona perché non soddisfa i nostri bisogni, oppure possiamo trattenerle dentro di noi e cuocere nel nostro brodo. … E’ imbarazzante vedere quanto ci aspettiamo dagli altri. Per questo non abbiamo voglia di analizzare questa parte di  noi. Ogni qualvolta sentiamo frustrazione o rabbia, un’aspettativa è stata delusa.
  2. Un altro modo per scoprire un’aspettativa è esaminare cosa si nasconde sotto il nostro giudizio. Spesso proprio dietro ad un giudizio c’è qualcosa che vogliamo o ci aspettiamo da qualcuno.
  3. Un terzo modo per cominciare a riconoscere le nostre aspettative è quello di prendere qualcuno che ci è molto vicino – la nostra relazione fondamentale è l’esempio migliore – e vedere tutti i modi in cui possiamo incolpare questa persona. Incolpiamola per tutto quello che non va in lei, per tutto ciò che non ci dà, per tutto ciò che vorremmo cambiasse. Sotto ognuna di queste colpe c’è una aspettativa.

Quando un’aspettativa non è soddisfatta possiamo avere una reazione esplosiva o implosiva. Le aspettative che provocano il primo tipo di reazione sono positive e si trovano appena sotto lo stato di rabbia e di giudizio. Esse hanno una energia che le sorregge e sono accompagnate dalla sensazione, nella mente del nostro bambino, che meritiamo di vederle soddisfatte. Le definisco positive perché c’è almeno un po’ di energia con cui possiamo connetterci. Quando c’è energia è più facile riconoscere le aspettative e cercare il bisogno insoddisfatto, il buco della nostra vita che esse ricoprono. Le aspettative sono i coperchi dei buchi interiori. Invece di sentire la paura e il dolore che questi buchi provocano, trasformiamo l’energia nell’aspettativa che qualcuno, o la vita stessa, li colmino.

Le aspettative negative sono convinzioni che tratteniamo e che ci impediscono di ammettere che in realtà vogliamo o ci aspettiamo qualcosa. Quando neghiamo di avere bisogni e desideri o quando ci sentiamo così indegni che non pensiamo di meritare nulla, le nostre aspettative vengono sepolte in profondità. Ovviamente sono ancora lì, ma sono più difficili da raggiungere. Per esempio, alcuni di noi vivono nell’illusione che non abbiamo bisogno di niente e di nessuno. Altri provano così tanta vergogna che pensano di non meritare niente. In realtà continuiamo ad avere aspettative, solo che si manifestano indirettamente sotto forma di risentimenti inespressi, di depressione cronica, di malignità, di aggressione passiva.

Copriamo i nostri bisogni con convinzioni del tipo:

  • Avere bisogno degli altri non va bene; dobbiamo imparare a prenderci cura di noi stessi;
  • è inutile desiderare o avere bisogno di qualcosa perché in ogni caso non verremo soddisfatti;
  • esprimere un bisogno porta solo alla frustrazione.

E’ possibile che non riconosciamo assolutamente il fatto di avere bisogni. Li abbiamo rinnegati così a lungo che è diventato quasi impossibile averne la consapevolezza. Le nostre aspettative negative si trovano nel profondo delle nostre ferite interiori. E creano una grande disperazione: non saremo mai amati, accettati o compresi.

Sia che le nostre aspettative si manifestino sotto forma di rabbia, delusione o accusa (è il caso delle aspettative positive) sia che possano essere identificate come una convinzione negativa che copre i nostri desideri e bisogni (è così per le aspettative negative), esse continuano a coprire una parte dentro di noi profondamente ferita e affamata. Il nostro bambino interiore proietta le sue vecchie esperienze sul presente con tutta la paura e la diffidenza che quelle esperienze gli hanno insegnato. Il presente può anche essere più amorevole di quanto crediamo ma noi non ce ne possiamo accorgere. Continuiamo a reagire come farebbe un bambino.

Senza consapevolezza e comprensione è facile sentirsi vittimizzati dall’esistenza per quello che succede piuttosto che vedere che siamo noi stessi a crearlo. Identificando lo schema con profonda compassione possiamo cominciare a modificarlo. La mente del nostro bambino ha formato delle convinzioni e ripete degli schemi basati sulle esperienze della prima infanzia, e noi dobbiamo trovare un modo per risvegliarci dal film che sta distorcendo la mnostra realtà presente con proiezioni del nostro passato.

 

___________________________________________

Krishnananda

“A tu per tu con la paura”

Ed.Universale Economica Feltrinelli

 

Autostime vulnerabili: quelle basse e quelle false

autostima alta bassa

Immagine: Simon Howden / FreeDigitalPhotos.net

“Lo spirito del dubbio sospeso

sopra la mia testa, veniva a instillarmi

nelle vene una goccia di veleno..”

A.de Musset

Molti di noi soffrono di una forte sensazione di vulnerabilità. In questo caso ci sentiamo minacciati dal semplice svolgersi della vita quotidiana e delle sue vicissitudini: i piccoli rischi ai quali ci si espone (sbagliare, fallire, avere torto, trovarsi coinvolti in una situazione competitiva ..) evocheranno per noi altrettante minacce.

Questa sensazione di fragilità può portarci a compiere mille errori: il primo è quello di porre l’immagine e l’autostima al centro delle nostre preoccupazioni e dei nostri sforzi, dal quale deriva la segreta ossessione di sé. Il secondo risiede nella tentazione di difendere a ogni costo la propria autostima e di ricorrere in modo sistematico ad un atteggiamento offensivo (per promuoverla) oppure difensivo (per proteggerla).

Queste due strategie differiscono esteriormente, ma in realtà poggiano sulle stesse basi: una sensazione di vulnerabilità, consapevole nel primo caso, che è quella delle forme di basa autostima, e meno consapevole, se non addirittura totalmente inconscia, nell’altro caso, che è quello delle forme di alta autostima fragile.

Che siano autostime alte e fragili o basse, questi due profili di autostima sono così vicini che a volte si può assistere ad un passaggio dall’uno alla’altro a seconda dei periodi della vita.

D’altro canto questi due profili possono anche coesistere nello stesso momento nella medesima persona secondo le situazioni: ci si può comportare in base alle regole di un’autostima con i familiari (vantarsi, sputare sentenze, pavoneggiarsi) ma adottare i riflessi di una bassa autostima con gli sconosciuti o con persone che incutono soggezione.

Un esempio di questa mescolanza talvolta stupefacente: i timidi, nei quali comportamenti i bassa autostima in un contesto sociale possono coesistere con un’alta autostima nelle fantasticherie. A volte presentano anche dei soprassalti di rivolta o di incoscienza, soprassalti che alla fine lo spingono ad osare, dotati come sono di quella leggendaria “audacia dei timidi”, che purtroppo per loro è rara e imprevedibile.

Uno dei comportamenti più comuni di chi è dotato di poca autostima è l’arte di “sottrarsi”: lo sminuirsi.

Mi diceva E. all’inizio del suo percorso:

“Sono assolutamente convinta di valere meno degli altri. In tutti i campi fisico e psicologico. E’ semplice: se qualcuno mi fa dei complimenti, in me si scatena un disagio fisico. Un desiderio di fuggire o di mettermi a piangere. Se qualcuno si interessa a me, mi dico che è per sbaglio, perché la persona in questione non sa ancora chi sono in realtà. E passato il primo momento di riconoscenza vengo sopraffatta dall’angoscia: che cosa farò di quella stima che sembra tributarmi?Quanto tempo ci vorrà perché la deluda e ricada quindi nell’anonimato?”

Quanto espresso è un esempio esemplificativo di come le persone con una bassa autostima  sono cieche a tutto quello che di buono e di bello e degno di stima vi è in loro. Non si tratta di un delirio, non si inventano i propri difetti, non li creano di sana pianta: sono proprio lì tutte quelle manchevolezze e limitazioni. Ma sono quelle di tutti, più o meno. Solo che nelle persone con bassa autostima, manca la capacità di relativizzare, nessuna distanza, nessuna clemenza nei confronti di queste incrinature.

E gli altri vengono osservati e sorvegliati, ma non per vedere come facciano a vivere bene con i loro difetti. Li si sorveglia perché ci si dedica costantemente al gioco malsano dei confronti sociali: non solo malsano, ma anche obliquo, perché si guarda e si vede negli altri solo il meglio. Di conseguenza il confronto è più doloroso.

In che modo vivere dunque? Innanzitutto è necessario evitare i rischi. Unica parola d’ordine: la protezione dell’autostima. Se si osa cercare un qualche riconoscimento del proprio valore, lo si fa con prudenza, evitando qualsiasi rischio di fallire. Si agisce con cautela, senza assumersi il minimo rischio. Si cerca l’accettazione ad ogni costo, si cerca di farsi accogliere e apprezzare, piuttosto che dimostrarsi combattivi o intraprendenti. Si evitano i conflitti, e tutto quello che potrebbe provocare un rifiuto: esprimere il proprio parere, chiedere qualcosa che potrebbe disturbare. Insomma si dipende molto dalla benevolenza altrui e a forza di pensare a che cosa pensano gli altri di noi, ci si dimentica di pensare a se stessi.

La bassa autostima è una forma di alienazione: non c’è da stupirsi se alla fine si ha la sensazione di essere vuoti e noiosi. In fondo si passa la vita a forza di impedirsi di esistere, obbedendo alla logica del “soprattutto non farmi notare né rifiutare”.

La loro scelta è quella della “rinuncia”, sottrarsi e posizionarsi al di sotto delle loro capacità è il loro pane quotidiano. Queste persone hanno sviluppato una vera e propria arte di evitare il rischio del giudizio sociale: quello che conta è restare incollati al gruppo, non cercare di smarcarsi, o di farsi sganciare. La loro mancanza di fiducia consiste in questo:agire il meno possibile, per paura non solo di fallire, ma anche delle conseguenze sociali del fallimento.

A forza di evitare i fallimenti, però, si evita di agire. E in questo modo si evita anche il successo con una conseguente reale svalutazione, lave a dire non solo una sensazione, ma una vita oggettivamente meno ricca e intensa.

Un altro rischio precipitare nella frustrazione e nell’amarezza, a forza di rinunce, a forza di vedere che gli altri, non migliori di noi, ci superano, ce la fanno, riescono, assaporano ed esibiscono il loro successo ……

 

…. Seguimi nel prossimo post parleremo del sovra posizionamento delle persone con un alta (apparente) autostima ….