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Riflessioni sulla tristezza

TRISTEZZA 7

Tristezza − stanchezza che penetra nell’anima –

Stanchezza − tristezza che penetra nella carne.

Christian Bobin,

In questo momento è così … un mantello in cui avvolgo il mio animo stanco; uno scudo per proteggermi dai forti scossoni dei ricordi ; una presenza lieve e confortante che ammorbidisce i contorni, travalica i miei confini insediandosi al posto centrale del mio “qui e ora”.

Se cerco la definizione di tristezza trovo: “invasione della coscienza da parte di un dolore o di un malessere che ci impedisce di essere contenti”.

In questa definizione tre sono le parole che si accendono:  invasione – dolore – impedimento. Qualcosa che tracima dalle profondità più nascoste occupando l’anima, dolore, spesso sordo e venato di dolcezza, che  impedisce l’azione.

Quando siamo tristi nella nostra testa, tutto diventa triste in noi: il nostro sguardo, il nostro modo di camminare, il timbro della nostra voce. Di contro, non è sempre così “doloroso” essere tristi, perché vi è qualcosa di particolare nella tristezza: la dolcezza. Cosa che è alquanto unica rispetto ad altri stati d’animo: si pensi all’ostilità o all’inquietudine.

Provo ora ad addentrarmi un po’ più a fondo tra le pieghe di questa emozione ….

Ci sono molti generi di tristezze: tristezze dolci in cui siamo come anestetizzati, e questo è il mio caso ora: un confortevole ripiegamento, una sorta di “cuccia” spiegazzata che  mi difende dai rumori del mondo. Tristezze grevi che ci soffocano, e anche questo è il mio caso in questo momento di perdita: un polipo dai lunghi tentacoli che si attorciglia intorno al cuore lasciandomi senza fiato. Ci sono poi  tristezze per la sconfitta, ma anche per certe vittorie (perché ci sono stati dei vinti). E anche tristezze per il senso di colpa, quando abbiamo ferito pur amando, e tristezze per l’indifferenza, quando non amiamo più.

La tristezza alimenta molti stati d’animo complessi: sensazioni di incompletezza, in questo momento, per me, non appartenere più alla categoria di “figlia” come se un piccolo pezzo di me si fosse definitivamente staccato. Cambia il mio essere al mondo: verrò chiamata “mamma” ma non potrò mai più chiamare “mamma” e “papà”. Sensazioni di inadeguatezza, sensazioni di impostura, di solitudine. A volte anche di consolazione: dopo la fine di un amore in cui tutto è diventato complicato ci sentiamo tristi e sollevati.

Gli psichiatri, riferendosi alla tristezza, parlano di “una perdita di slancio vitale”, il mio desiderio di non fare nulla; far scorrere le ore galleggiando in uno spazio-tempo senza stimoli. E secondo gli psicologi evoluzionisti, questa è la sua funzione naturale: incitarci all’immobilità e al rallentamento quando siamo stati feriti o colpiti da un lutto, per aiutarci a riparare e a ricostruirci. Ritessere con pazienza e amore, quella parte di cellule danneggiate, private dal nutrimento della presenza, trasformando la mancanza in un più saldo legame con se stessi.

Ma il meccanismo naturale spesso si guasta. Per questo esistono tristezze più pericolose di altre. Ci sono tristezze che ci arricchiscono e tristezze che ci amputano. E qui occorre che io stia attenta per non ricadere in quel buco oscuro e senza fondo della “depressione” che a momenti alterni mi accompagna dall’adolescenza, eredità materna che attraversa, da diverse generazioni, la via femminile della mia famiglia.

“Non puoi impedire agli uccelli della tristezza di volare sopra la tua testa, ma puoi impedire che facciano il nido tra i tuoi capelli”, dice un proverbio cinese . E’ necessario quindi monitorare tutti quei fattori di rischio che potrebbero trasformare una tristezza funzionale e “sana” in una depressione.

Tra questi, per me ha grande importanza il “rimuginio” quel continuo borbottare dell’anima che mi trascina nel circolo vizioso del pensiero, dove è la mente a far da padrone a scapito del sentire. Quell’invischiamento  che mi fa stare appiccicata con lo scotch a quello che non c’è più, riandando ostinatamente con la memoria, come davanti ad una moviola impazzita, a quelle scene da “paradiso perduto” , lasciandomi ad ogni giro sempre più sfinita e un po’ più orfana.

A lungo andare la continua ripetizione di questi pensieri e i conseguenti stati d’animo di che ne derivano finiscono per solidificarsi: gli stati d’animo si aggregano dando vita ad una sensazione di tristezza e deprivazione continua e pervasiva . Le pulsazioni della tristezza si amplificano e finiscono per entrare in risonanza. Tutto il passato, il presente e il futuro si mettono a vibrare dello stesso dolore, che finisce per diventare dolore di vivere. E’ la tristezza anticamera della mia depressione che incomincia ad allontanarmi dalla vita stessa.

A poco a poco la mia visione del mondo, e di me nel mondo, comincia ad alterarsi in modo sempre più duraturo. La mia capacità di affrontare la vita inizia ad incepparsi. A questo punto la tentazione di arrendermi è grande, smettere di lottare e abbandonarmi alla depressione vista come un rifugio.

Quindi come poter affrontare la tristezza schivando il pericolo che si possa trasformare in un pozzo senza fondo?

Essere prudenti con la dolcezza di essere tristi => il gusto della tristezza può essere per certe persone (ed io sono fra queste) molto seducente. E’ necessario quindi stare attenti e cercare di delimitare i nostri stati di “spleen”. Questo non significa non avere più stati d’animo tristi, il dolore qualunque esso sia va attraversato bagnando bene i piedi nelle sue acque, bisogna però evitare di consegnarci indefinitivamente tra le sue braccia.

Individuare subito dentro di noi il passaggio alla modalità di rimuginio => renderci conto che stiamo scivolando in questa modalità è la prima tappa per contrastarla: e per fare questo è fondamentale un’attenta osservazione, senza giudizio, di tutti gli stati d’animo e movimenti emotivi che si scatenano dentro di noi.

Accettare l’imperfezione e soprattutto la “finitudine” => è necessario accettare il fatto che nelle nostre vite esistono dei cantieri che non vengono mai portati a termine e imparare che questo non è un fallimento o di incompetenza: è semplicemente il fatto che siamo vivi e abbiamo una vita normale che non può essere controllata in ogni sua parte. E anche accettare il fatto che siamo esseri finiti e che la parola “fine” in tutte le sue diverse sfaccettature fa parte della nostra vita e forse, a pensarci bene, è ciò che rende così  prezioso ogni attimo di vita.

Alla fine tornare sempre verso la felicità => la felicità di essere vivi  è il solo antidoto profondo e durevole per ogni tipo di tristezza, e in questo momento di ripiegamento ed elaborazione del mio  dolore sono sicura che …… ” Cuore, ci sarà un tempo in cui ti rifarai di questo vuoto, e giovani parole si tufferanno su di te e le carezze faranno nidi e le speranze metteranno semi nuovi. E il tuo battito tornerà a essere potente e condiviso…” F.C.

Per una ecologia emotiva (I parte)

emozioni sentire

A volte si incontrano persone che appaiono in grande difficoltà rispetto alle emozioni. Altri invece risultano freddi, stabili e nella loro quasi imperscrutabilità sembrano essere completamente padroni di sè. In realtà hanno semplicemente imparato a non lasciar trapelare quello che provano, ma approfondendo la conoscenza non è detto che così facendo siano sereni e in definitiva stiano bene con se stessi e con gli altri.

Una persona equilibrata non è quella che non è mai arrabbiata, triste o timorosa, ma neppure quella che è sempre triste, arrabbiata e insicura e pare non conoscere altri toni e modi nella vita.

La nostra ecologia psicologica e relazionale è necessario che si avvalga di tutte le sfumature che le emozioni possono offrirci.

Non con tutte le persone riusciamo ad instaurare lo stesso tipo di legame e del resto sarebbe assurdo pretendere di voler bene a tutti o di provare dell’affetto per un estraneo. Quotidianamente ognuno di noi entra in contatto con colleghi, conoscenti, compagni di corso in palestra etc. senza che si debba necessariamente sentire un particolare trasporto verso queste persone. Ma provate a immaginare la nostra vita se tutte le relazioni fossero di questo tipo! Se cioè provassimo della pura e semplice indifferenza per tutti gli altri. I nostri volti rivelerebbero una profonda apatia, le nostre azioni e i nostri gesti diverrebbero automatici e privi di qualsiasi espressione e forma di vitalità. Le nostre reazioni davanti agli avvenimenti sarebbero nulle,perché non saremmo spinti da nessun tipo di motivazione.

Non avremmo più paura di nulla con la conseguenza che rischieremmo continuamente la vita. Non proveremmo gioia di fronte ad un nuovo amore, alla nascita di un figlio. Qualsiasi cosa potrebbe succedere senza il rischio di addolorarci e renderci tristi. Gli altri potrebbero fare qualsiasi cosa, senza farci arrabbiare.

Senza emozioni non ci sarebbe sopravvivenza. È impossibile non provare emozioni perché esse sono comunque presenti dentro di noi, fanno parte della nostra vita, di quello che siamo.

Purtroppo, spesso, la cultura e l’educazione ci hanno insegnato a soffocarle, perché si pensa possano minare l’integrità fisica e psichica e quindi di prendere decisioni giuste. Tuttavia le emozioni che reprimiamo trovano comunque la via per emergere, sfuggono al nostro controllo e si manifestano in sintomi fisici o in stati d’animo complessi.

Spesso esprimiamo la tristezza invece dell’emozione che realmente in quel momento proviamo, ma che temiamo di far emergere : la rabbia o la paura.

Ogni emozione influenza il nostro atteggiamento di fronte agli avvenimenti, la nostra memoria, il nostro giudizio ed esercita una notevole influenza nelle nostre relazioni interpersonali. Reprimere le emozioni non è mai positivo in quanto conduce all’attivazione di tutta una serie di meccanismi di difesa, fino a manifestarci con sintomi fisici.

È stato dimostrato che le emozioni provocano una serie di modificazioni all’interno del nostro organismo in grado di influenzare le funzioni regolate dal sistema neurovegetativo  o autonomo (quelle che avvengono indipendentemente dalla volontà del soggetto).

La rabbia che non ci autorizziamo ad esprimere, la sofferenza che non lasciamo trasparire e la paura che ci paralizza non ci danno la possibilità di mostrarci agli altri per quello che siamo realmente e di instaurare con essi un rapporto equilibrato. Molte ricerche hanno evidenziato la presenza di una chiara relazione fra la rabbia repressa o espressa e il rischio cardiovascolare; sembra che il pericolo maggiore per il cuore sia attribuibile a un globale atteggiamento di ostilità verso gli altri.

Impariamo a riconoscere , attribuire ad esse un nome, a esprimerle e a utilizzarle positivamente, per evitare che esse prendano il sopravvento e ci travolgano. Le emozioni che reprimiamo hanno infatti la capacita di assumere potere. È fondamentale trasformare la sofferenza in parole e trovare una modalità personale che consenta di riconoscere, elaborare e gestire le emozioni. Talvolta il dolore che ci portiamo dentro si esprime nel nostro corpo; la rabbia e la tristezza, se non espresse, si manifestano a livello somatico in una postura caratteristica: spalle incurvate, bacino rigida, schiena dolorante.

Impariamo a parlare con il nostro corpo; tiriamo fuori la rabbia, la tristezza dialogando con le parti del corpo che ci fanno male. In questo modo iniziamo a prendere coscienza delle nostre emozioni e a esprimerle.

Provate a fare questo esercizio:

  • Descrivete le emozioni che avete vissuto nel corso di questa giornata. Vi ritroverete senza rendervene conto, a raccontare gli avvenimenti
  • Evitate di elencare le cose fatte, bensì soffermatevi sulle vostre sensazioni.

 E’ difficile fare tutto questo manca l’abitudine, tuttavia potrebbe essere un buon primo passo per riconoscere e attribuire il giusto nome alle nostre sensazioni, ai nostri vissuti emotivi.

Segue nel prossimo post ……

Grazie mente, oggi non gioco!

la mente

Giudicare è uno dei modi più comuni con cui la nostra mente accresce il nostro malessere ; ma ce ne sono moltissimi altri.

Di seguito un elenco di domande e commenti comuni che la mente fa, i quali spesso suscitano o intensificano delle emozioni spiacevoli.

“Perché mi sento così?”

Questa domanda ci predispone a passare in rassegna tutti i nostri problemi, uno per uno, per vedere si riusciamo a identificare quello che ha causato le nostre emozioni. Naturalmente, questo ci fa stare peggio, perché crea l’illusione che la nostra vita sia fatta solo di problemi. Inoltre fa perdere un sacco di tempo in pensieri spiacevoli  (e questo processo ci aiuta in qualche modo pratico? Ci aiuta a fare qualcosa per migliorare la nostra vita?)

In genere ci si fa questa domanda perché si pensa che, se si riesce a trovare il motivo per cui si sta così “male” si riuscirà a trovare un modo per sentirsi meglio. Purtroppo questa strategia è quasi sempre controproducente; nella maggior parte dei casi non è importante “perché” esattamente sono emerse le emozioni spiacevoli; quello che conta è “come” si reagisce a da esse..

Il fatto fondamentale è sempre lo stesso: proviamo quello che proviamo! Quindi, se riusciamo ad imparare ad accettare le nostre emozioni senza per forza doverle analizzare, ci risparmieremo un sacco di tempo e fatica.

“Cosa ho fatto per meritarmi questo?”

Questa domanda ci predispone a dare la colpa a noi stessi. Rimastichiamo tutte le “brutte” cose che abbiamo fatto per cercare di capire perché l’universo abbia deciso di punirci. In questo modo finiamo per sentirci indegni, inutili, cattivi o inadeguati.

“Perché sono così?”

Questa domanda ci porta a frugare in tutta la storia della nostra vita alla ricerca dei motivi per cui siamo come siamo. Spesso l’unico risultato di questa domanda è rabbia, risentimento e scoraggiamento.

“Non ce la faccio!”

Fra le variazioni sul tema ci sono “Non lo sopporto!”, “E’ troppo per me”, “Avrò una crisi di nervi” e via dicendo. Sostanzialmente, la nostra mente ci sta dicendo che siamo troppo deboli per reggere la situazione e che se continueremo a sentirci come ci sentiamo ci accadrà qualcosa di brutto. (E’ una storia utile a cui prestare attenzione?)

“Non dovrei sentirmi così”

Questo è un classico. Qui la nostra mente contesta la realtà. La realtà è questa: in questo preciso momento proviamo quello che stiamo provando. Ma la nostra mente dice: “La realtà è sbagliata! Non dovrebbe essere così! Basta! Datemi la realtà che voglio io!”

Questa specie di lite con la realtà non si conclude mai a nostro favore. E serve a cambiare qualcosa?

“Vorrei non sentirmi così”

Pia illusione: uno dei passatempi preferiti dalla mente (“Vorrei avere più fiducia in me stessa”, “Vorrei non essere cos’ ansiosa”). Così possiamo passare ore e ore a immaginare quanto la nostra vita potrebbe essere migliore se soltanto provassimo emozioni diverse. (E questo ci aiuta ad affrontare la vita che conduciamo oggi?)

L’elenco potrebbe continuare a lungo. Basti dire che il sé pensante ha molti modi per acuire direttamente i nostri stati d’animo negativi o per farci perdere un’enorme quantità di tempo a ruminare inutilmente su di essi.

Quindi d’ora in avanti, cogli la tua mente sul fatto quando cerca di agganciarti con domande e commenti di questo tipo. Poi rifiutati semplicemente di stare al gioco. Ringraziala per aver cercato di sprecare il tuo tempo e concentrati invece su qualche attività utile o significativa.

Può esserti utile dire: “Grazie mente, ma oggi non gioco …!”

Sugli stati d’animo

stati d'animo 1

“Noi siamo le sole creature sulla terra che possono cambiare la propria biologia col modo in cui pensiamo e sentiamo.”Deepak Chopra

Che cosa sono i miei stati d’animo? Sono tutto ciò di cui prendo coscienza quando esco dai miei automatismi quotidiani, quando mi astraggo dall’agire e mi lascio andare all’osservazione di quanto succede dentro di me.

Gli stati d’animo sono l’eco che risuona dentro di me di quello che sto vivendo, o di quello che ho vissuto, o di quello che non ho vissuto ma mi sarebbe piaciuto vivere, o di quello che spero di vivere.

Sono anche quello che mi continua a ronzare nella testa dopo che mi sono detto: va bene, basta, smettila, non pensarci più.

Insomma gli stati d’animo sono un intero universo, sono il cuore pulsante del nostro legame con il mondo.

Dal punto di vista psicologico si potrebbero definire gli stati d’animo come contenuti mentali consci o inconsci, in cui si mescolano sensazioni fisiche, sottili emozioni e pensieri automatici,e che influenzano la maggior parte dei nostri atteggiamenti. Di solito non prestiamo loro una particolare attenzione, né ci sforziamo di capirli, o di integrarli alla nostra riflessione. Per fortuna tutto questo lo fanno per conto loro: il ruolo e l’influenza che esercitano su ciò che siamo e che facciamo sono immense.

Pensiamo a quanto ci influenzano le nostre malinconie, i nostri dispiacere. Pensiamo alle nostre collere espresse o meno, ma così spesso sproporzionate rispetto ai fatti immediati: tutto questo non proviene forse dal rimuginio di stati d’animo di risentimento, di rancore, oppure di umiliazione e di inquietudine? Stati d’animo rimuginati da tempo, e tanto più potenti quanto meno se ne è consapevoli.

I nostri stati d’animo sono qualcosa di più che pensieri o emozioni: sono la loro mescolanza. Nessuna emozione è priva di pensiero, nessun pensiero è privo del ricordo, nessun ricordo può esistere senza emozione, etc …. Gli stati d’animo sono l’espressione di quella grande commistione indissociabile di tutto ciò che succede dentro di noi e intorno a noi: un misto di emozioni e pensieri. Di corpo e di mente, di fuori e di dentro, di presente e di passato.

Questa mescolanza è ovviamente tanto ricca quanto complessa: unica, labile, sempre rinnovata, mai esattamente la stessa. Come le onde del mare.

Gli stati d’animo non sono solo un accumularsi di idee, emozioni o sensazioni ma sono anche la sintesi che operiamo automaticamente  tra il dentro (stato fisico e visione del mondo) e il fuori (come reagiamo a quello che ci succede); essi collegano passato, presente e futuro in una visione coerente di insieme.

Un’altra caratteristica degli stati d’animo è che perdurano ben oltre le situazioni che li hanno giustificati o scatenati.

Per parlare dei nostri stati d’animo disponiamo di diversi termini: disposizione di spirito, umori, sentimenti . Gli inglesi parlano di feeling, mood . Un bel termine che ho trovato sfogliando vari articoli è “sentimenti di fondo” , la base, lo sfondo da cui poi emergono i nostri diversi “sentire”.

Vi sono diversi modi di accostarsi ai propri stati d’animo. Spesso dobbiamo fermarci e rimanere in ascolto del rumore di fondo; come quando passeggiamo nel bosco, ci fermiamo e tendiamo l’orecchio: allora sentiamo il vento, gli alberi, gli uccelli …. Tutti i rumori che se non restiamo in ascolto ci sfuggono. Il semplice fatto di fermarci e osservare ciò che mormora dentro di noi è sufficiente. Poi, se vogliamo andare un po’ più lontano, scendere un po’ più in profondità, potremo imparare ad ascoltare i nostri stati d’animo per esempio con la mediazione o con la scrittura del diario.

A proposito di meditazione vorrei concludere questo primo post sugli stati d’animo con una metafora a cui si ricorre sovente nella meditazione zen: la cascata.

Ognuno di noi può osservare i propri stati d’animo, restando nelle loro immediate vicinanze, come quell’uomo che, mentre camminava, si è insinuato dietro la cascata, e per un momento si è trovato al riparo tra la roccia e il torrente che precipitava, un po’ bagnato, un po’ tremante, ma protetto e privilegiato.

Uno degli obiettivi della meditazione di “piena consapevolezza” è appunto quello di mettersi per un momento da parte e guardare i propri stati d’animo che passano, scomporli, capirli. Ma senza cercare di arrestarne il flusso: a chi potrebbe venire in mente di fermare l’acqua di una cascata? ….

Isolare la sensazione

SENSAZIONI

Eccoci all’ulteriore passo necessario per liberarsi dai nostri “blocchi emozionali”.

Ogni volta che ci troviamo in uno stato emozionale, siamo bloccati in una particolare sensazione e, se tentiamo di decifrarla, dobbiamo sempre ricordare che essa viene dal passato, non dal presente. Anche se la situazione attuale è caratterizzata da una sensazione, l’intensità, il tipo, la portata e la profondità di quest’ultima sono determinati dal passato.

A volte è , tuttavia, relativamente facile riconoscere la causa emozionale principale, sovente mascherata da numerose altre. Siamo, del resto, soliti “bendare” la ferita originaria con vari strati di sensazioni, in modo da proteggere il sé lesionato nella vita passata così da evitargli altro dolore.

In genere, quanto più è intensa l’emozione che provoca disagio, tanto più vecchia è la sensazione e tanto più giovani eravamo quando subimmo un danno emozionale. E’ importante tornare all’età in cui siamo stati feriti ed in cui si è formato il sentimento che oggi ci nuoce; il sé chiede aiuto, anche se potrebbe simultaneamente rifuggirlo.

A questo punto il lavoro diventa molto delicato: si tratta di far emergere proprio quell’antica sensazione che nel “lì e allora” ha dato origine al blocco e al conseguente schema emozionale disfunzionale.

Portare per mano il cliente a toccare la ferita originaria, agevolandolo nella sua presa di consapevolezza, attraversando senza paura il territorio del dolore, sicuro di trovare dall’altra parte la libertà di “essere quello che è”.

In questo percorso di “presa di coscienza” è importante rispettare il proprio tempo ; ognuno ha il suo . Nulla va forzato, bensì accompagnato, ascoltando tutti i segnali che il corpo rimanda.

Potrebbe capitare di rimanere paralizzati dalla paura, OK, facciamola nostra alleata e sperimentiamola fino in fondo. Cosa ci sta dicendo?

Oppure essere invasi da una enorme tristezza, diamole il giusto rispetto vivendola fino in fondo, ascoltando quello che porta con sé.

O ancora potremmo avere voglia di arrabbiarci, senza però riuscire a farlo. Anche la rabbia porta con sé un messaggio , evitiamo di reprimerlo, anzi proviamo ad amplificarlo sentendo quale parte del corpo è coinvolta dandole voce.

Per trovare “La Sensazione” che ci crea il blocco è necessario eliminare tutte le altre, strato dopo strato , senza mai perdere la speranza, accogliendo le nostre difficoltà e lo stato “in-panicato” della bambina (o bambino) ferita, finchè giungeremo a quella “giusta”, proprio quella, causa primigenia della nostra sofferenza per liberarcene così da poter VIVERE pienamente ….

 

Dai parole al dolore;

la pena che non parla sussurra il cuore sovraccarico

e lo spinge a spezzarsi…” W.Shakespeare

 

Porre le emozioni e i sentimenti al centro del palcoscenico.

blocco emotivo

Riprendo il post precedente occupandomi del primo passo necessario  per imparare a liberarci da quei blocchi emozionali  che ci impediscono di vivere in pieno tutte le nostre potenzialità.

Ogni “risanamento” emozionale inizia con il riconoscimento di chi siamo e di cosa “sentiamo” nel momento. Siamo bloccati in un sentimento, emozionalmente sensibili o abbiamo solo una giornata nera?

Quando il nostro modo di essere interferisce con il nostro bene, quando ci sembra di non essere in grado di affrontare i problemi, di ottenere ciò che vogliamo, di non essere capiti o di non capire gli altri, sappiamo probabilmente già di essere “emozionali”. In tal caso, se le condizioni illustrate sono croniche, se non riusciamo in alcun modo a liberarcene, può essere presente un copione emozionale di vecchia data.

A questo punto faccio una piccola parentesi e mi fermo un momento a spiegare cosa intendo per “emotività” e “sensibilità emotiva”. La prima si sperimenta quando le emozioni rimangono intrappolate nel sistema delle nostre convinzioni. Se reagiamo sempre nello steso modo ad ogni minaccia, se piangiamo in ogni occasione, se ci infuriamo ogni volta che qualcuno ci fa uno sgarbo. Essa genera delle sequenze fisse (copioni) difficili da controllare, gestire o cambiare. Ci fa sentire stanchi ed esauriti, divisi da noi stessi . Se invece sappiamo condividere le sensazioni altrui, se sappiamo piangere quando ne abbiamo veramente bisogno, arrabbiandoci se i nostri diritti vengono violati, siamo dotati di “sensibilità emotiva” che genera una reazione fluida e appropriata, permettendoci di modificare le reazioni abituali qualora sia necessario.

L’Emotività compromette il nostro equilibrio, allontanandoci dal nostro punto di riferimento, il senso del sé, e può farlo in due modi: attraverso l’iperpulsione o attraverso l’ipopulsione.

Quando ci troviamo in “iperpulsione” abbiamo la sensazione di lavorare sempre, anche durante il sonno, ci sembra di continuare ad elaborare idee, pensare, sentire, muoverci e percepire. L’iperpulsione è uno stato di sforzo eccessivo, dettato dalla convinzione che è nostro compito compensare le mancanze delle altre persone o di quelle parti di coi che non svolgono adeguatamente il loro compito.

Le sensazioni associate a tale condizione sono schiaccianti: molto intense, forti o dolorose, in questo caso:

  • Ci sentiamo confusi e privi di autocontrollo
  • Ci sentiamo spesso irrazionali o costretti a rispondere secondo un preciso schema
  • Abbiamo difficoltà a distinguere la nostra realtà da quella altrui
  • Abbiamo difficoltà a differenziare i nostri problemi, sensazioni e desideri da quelli altrui
  • Proviamo sempre sensazioni intense, che ci confondono quando la situazione non le giustifica.
  • Ci sentiamo obbligati a farci carico degli altri, inducendoli a provare una determinata sensazione o a vedere le cose a nostro modo.
  • Abbiamo molte difficoltà a restare nel “qui e ora”: mente e sensazioni vagano nel passato o nel futuro
  • Ci sentiamo bloccati in una modalità comportamentale reattiva e sembriamo incapaci di liberarcene.
  • Siamo soggetti ad oscillazioni dell’umore, talora senza ragione
  • Ci sentiamo spesso iperstimolati o eccitati
  • Avvertiamo, ciclicamente uno stato di esaurimento; al di là di ogni azione, ci sentiamo stanchi.

Quando, invece, siamo in uno stato di ipopulsione, agiamo come robot: le nostre risposte sembrano automatizzate. Talora siamo incapaci di reagire ad una situazione, di rispondere a livello emozionale o di dire quello che pensiamo. Spesso lo stato di ipopulsione può manifestarsi come un atteggiamento eccessivamente intellettuale. Nonostante i tentativi, non riusciamo ad entrare in contatto con la sensazione, ma solo con i pensieri.

  • Viviamo all’interno della nostra testa, rispondendo in base alla logica e alla razionalità
  • Ci sentiamo distaccati dalla sfera delle emozioni
  • Siamo bloccati un una sensazione oppure in una serie di sensazioni
  • Proviamo un senso di letargia e apatia
  • Abbiamo difficoltà a motivarci per fare qualcosa di nuovo e di creativo
  • Riceviamo messaggi di feedback che ci indicano che siamo troppo freddi e insensibili
  • Abbiamo crisi di dubbio e insoddisfazione
  • Abbiamo difficoltà ad entrare in contatto con l’intuito, il senso di consapevolezza, l’empatia
  • Abbiamo energie represse e ci mancano le ragioni per liberarle

 

Chi ha una personalità estrema è spesso vittima di un iper o di un ipopulsione; gli altri variano comportamento a seconda delle circostanze. E’ facile riconoscere le iperpulsioni come comportamento emozionale poiché l’individuo appare maggiormente emotivo a se stesso come agli altri. In tal caso le emozioni e le sensazioni sono evidenti ed egli li esprime. Per chiunque invece è difficile riconoscere l’ipopulsione come uno stato emotivo: essa viene, infatti, usualmente scambiata per un tratto della personalità.

Quando siamo soggetti ad iperpulsione esprimiamo le nostre emozioni esternamente, se invece siamo in condizioni di ipopulsione, li esprimiamo internamente; le emozioni, cioè, si nascondono in noi invece di manifestarsi liberamente.

Ecco quindi che diventa fondamentale, per poterci liberare dei nostri blocchi emotivi, riconoscere in che stato siamo abitualmente in modo da poter iniziare a separare pensieri ed emozioni in maniera funzionale.

Se ci accorgiamo che per noi è consueta l’iperpulsione, cominceremo a lavorare prima sui pensieri , poi sulle sensazioni: questo perché detta condizione è determinata da queste ultime. In caso invece di ipopulsione, disagio causato dai pensieri, faccio il contrario: è, infatti, più facile iniziare ad esaminare lo strato superficiale di un problema piuttosto che quello più profondo …..

 

Questo secondo passo lo vedremo nel prossimo post …..

 

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