Mese: luglio 2015

Da bruco a farfalla ….. dal buio alla nuova vita

bruco farfalla

“Colui che cerca non desista dal cercare fino a quando

non avrà trovato e quando troverà sarà commosso

e si stupirà, e così commosso contemplerà e

regnerà sul Tutto” 

Il Vangelo di SanTommaso, verso 2

Questo week-end week-end ho condotto ,insieme a Lucilla, fantastica collega e sorella nel cuore con cui condivido la meravigliosa esperienza della formazione, il residenziale che concludeva la prima parte dell’anno accademico della nostra scuola ADYCA. Il tema dell’evento era: “Dalla Nigredo all’oro del Sé:il processo alchemico come metafora di trasformazione e cambiamento”.

Un viaggio che partendo dal buio dell’opera al Nero dove le nostre forze oscure in perenne dualità si combattono in una lotta incessante che ci sfinisce, attraverso le fasi dell’Albedo e della Rubedo ci porta a ricomporre i nostri opposti nell’Oro lucente di una nuova consapevolezza.

Sono state due giornate molto intense, ricche di emozioni e di prese di consapevolezza che hanno gettato i semi per nuovi germogli di crescita e cambiamento . Ora c’è bisogno di quiete, di ritiro , di “vuoto fertile” per far sedimentare gli insight in modo che il nuovo entri dentro piano piano e occupi il posto dei vecchi schemi e delle vecchie paure.

A questo proposito dunque un post di riflessione su quella che è la via verso il cambiamento che ha anche bisogno di ritiro e allontanamento prima di aprire le ali …..

Il cambiamento, la liberazione del Sé autentico avviene spesso improvvisamente e irreversibilmente , anche se non subito in modo completo.

Dapprima si avverte che dentro qualcosa è cambiato, che la vita di prima non potrà più tornare, ma il cambiamento ha ancora bisogno di essere coltivato, fatto crescere custodito.

Il bruco per diventare farfalla si chiude dapprima in un bozzolo e si trasforma all’interno di un involucro che lo preserva dagli sguardi altrui.

Così accade alle persone che da prigioniere di vecchi copioni diventano libere e vitali. Ogni trasformazione ha bisogno di un processo, che necessita di nascondimento lontano dagli sguardi e dalle interferenze altrui.

La trasformazione necessita di un luogo nascosto dove compiersi. Diventa indispensabile, vitale, stare da soli, creando le condizioni perché il piccolo seme della nuova vita non possa essere calpestato.

Quindi tranquilli se avvertite l’esigenza di “scappare”, andare via lontano da tutto e se provate un’insofferenza istintiva nei confronti di chi tende ad imporsi impedendovi di fare quello che sentite.

Ogni nascita , ogni parto richiede un nascondimento che non è lecito violare . Chi sente che qualcosa sta cambiando si sottrae agli sguardi, tiene tutti a debita distanza, perché questa è la condizione per poter trovare se stesso, senza che nessuno lo influenzi dicendogli cosa è vero, cosa è giusto o sbagliato. Se un pensiero, una emozione non viene percepita come propria non serve alla costruzione di sé.

Entrare in profondo e solitario contatto con se stessi ha un potente effetto rivitalizzante : il sangue torna a scorrere nelle vene, la linfa arriva al bocciolo che comincia a dischiudersi, una nuova energia fa sentire vivi …… si annuncia la primavera e la farfalla può iniziare il suo volo ….

Essere presenti

essere presente 4

Sulla scia del post precedente spunti liberamente tratti dal libro di B.Pozzo “La vita che sei” Ed.BUR.

Alla domanda “quante volte durante la giornata ti ricordi chi sei?”, la maggior parte di noi risponde con una espressione sbalordita come se fosse scontato che sappiamo benissimo chi siamo.

Alla domanda “Quante volte durante la giornata sei consapevole di ciò che stai facendo?”, la maggior parte di noi risponde che crede di saperlo.

L’atto semplice ma significativo di “notare” qualcosa inteso come “accorgersene, esserne coscienti, esserne consapevoli” gioca un ruolo fondamentale nella nostra vita.

A prima vista può sembrare ovvio ma non facciamoci ingannare.

Essere consapevoli dei nostri pensieri, emozioni, comportamenti è il primo e forse più importante ingrediente nella creazione di un cambiamento desiderato.

L’importanza di portare consapevolezza a qualsiasi aspetto della propria vita è il primo passo fondamentale quale che sia la direzione che si vuole prendere.

Purtroppo molti di noi attraversano la vita (e quella degli altri) in una sorta di sonnambulismo.

Si prendono decisioni inconsciamente sulla base di condizionamenti passati.

Si viene sopraffatti dagli eventi e si va avanti con il pilota automatico, offuscati dalle abitudini, spinti dall’inerzia.

Si beve per dimenticare.

Si mangia per saziare la fame dell’anima

Si fa qualunque cosa per colmare il vuoto.

Parliamo distrattamente a noi stessi senza poi nemmeno ascoltarci perché a malapena riusciamo a fare silenzio sopra il baccano di tutti gli altri pensieri che si spingono l’un l’altro nella mente.

Ma quando vediamo, davvero vediamo noi stessi, quando siamo anche solo per un attimo consapevoli di chi siamo, di ciò che stiamo facendo, di quello che stiamo pensando, senza giudicarci, allora vediamo ciò che è.

Il paradosso della nostra vita è che le difficoltà che affrontiamo spesso sono meno problematiche di quello che abbiamo fatto inconsciamente per evitarle.

Nel tentativo di allontanare certe emozioni cosiddette negative, le neghiamo e le reprimiamo cercando di relegarle in zone di noi che proviamo poi a dimenticare.

Facendo ciò nel breve periodo troviamo sollievo, ma a lungo termine questi meccanismi creano ancora più problemi dei  disagi originari che li avevano causati.

Si dice che il primo passo per risolvere un problema è riconoscere che se ne ha uno. Essere consapevoli, ecco il primo passo fondamentale!

Ecco perché dovrebbe diventare un esercizio quotidiano, in ogni cosa che facciamo, ogni pensiero che pensiamo, ogni emozione che proviamo.

Quante volte durante la giornata ci ricordiamo chi siamo?

Proviamo a pensarci davvero.

E’ chiaro che conosciamo il nostro nome, la nostra professione, il ruolo che abbiamo nella vita. Ma a prescindere da tutto questo, chi siamo davvero?

Lo sappiamo?

Ce lo ricordiamo?

La consapevolezza nasce da quel nucleo profondo che palpita in ognuno di noi e che, se riconosciuto e ascoltato, ha la voce della nostra anima, ha la magia della sorgente da cui proviene ogni cosa.

E’ un atto di pura presenza.

E’ una presa di coscienza che se applicata ad ogni aspetto della nostra vita, e in primo luogo a noi stessi, permetterà un procedo positivi ere nell’esistenza ricco di apprendimento e crescita, aprirà le porte alle possibilità, faciliterà i cambiamenti.

Inizialmente è un vero e proprio esercizio che va messo in pratica volontariamente prima che diventi spontaneo e naturale, un richiamo a noi stessi, che possiamo fare anche solo per brevi istanti, ma ripetuti durante la giornata.

Semplicemente prendere contatto con il proprio corpo, sentire se è teso o rilassato, ascoltare il respiro, fare silenzio per un istante dentro di noi.

Una breve pausa per dire a te stessa che ci sei …

Nel tempo la perseveranza in questa direzione permetterà alla coscienza di espandersi sempre di più e sarà più facile ritrovare il tuo centro.

Tutta la nostra intera esistenza parte da lì, la nostro nucleo profondo e dall’esserne consapevole.

E la consapevolezza è permettere alla vita di espandersi vedendoci protagonisti e partecipi, senza farci trascinare passivamente dagli eventi, senza subire quello che accade, ma permettendoci di scegliere.

La consapevolezza è affidarsi al flusso della vita senza fatalismo, ma avendo chiaro che c’è un posto giusto per noi in questo mondo.

Essere consapevole significa essere presente a noi stessi.

Vuol dire attenzione, cura, onestà e chiarezza di idee, intenti e azioni.

Vuol dire saper ascoltare, saper osservare, saper scegliere e decidere, vuo dire fare attenzione alle parole che usiamo e ai gesti che compiamo.

Vuol dire rispetto verso noi stessi e verso gli altri.

Vuol dire essere responsabili e leggeri allo stesso tempo.

Vuol dire essere sempre dalla parte dell’amore che inizia con l’amore incondizionato verso noi stessi.

Come non accettiamo la realtà: le 5 libertà per vivere consapevolmente

consapevolezza 6

Tra i vari motivi per cui mettiamo davanti a noi barriere, difese, scuse per non accettare  la realtà , due , sono a parer mio, le più dure a cambiare.

Non accettiamo la realtà perché molto spesso abbiamo imparato che c’era il modo giusto di fare le cose, di vivere, di manifestare la nostra verità.

Perché abbiamo imparato a non vedere quello che è, bensì piuttosto quello che crediamo di dover vedere.

Negli anni settanta una psicoterapeuta assai famosa, antesignana della terapia famigliare, aveva riassunto magistralmente questa situazione postulando cinque libertà che l’essere umano era necessario imparasse se voleva vivere consapevolmente fino in fondo.

Secondo Virginia Satir la prima libertà consiste nel “vedere e capire ciò che è, anziché ciò che dovrebbe essere, che dovrebbe essere stato e che dovrebbe prodursi”.

Accettare quello che è , come ho già scritto in precedenti post, significa riuscire a prescindere temporaneamente da tutto quello che ci è stato detto riguardo tale realtà, vuol dire essere in grado di entrare in contatto con essa riducendo al minimo filtri e programmazioni mentali.

Vedere e capire ciò che è sembra semplicissimo, ma la nostra interpretazione oppone una strenua resistenza. Vediamo in funzione di quello che crediamo di dover vedere e capiamo in funzione di ciò che crediamo dover capire.

Vedere e capire ciò che è; nessuna soluzione è possibile fino a quando non riusciamo ad accettare ciò che è, fino a quando non ci permettiamo di vedere e di capire ciò che è.

La seconda libertà consiste nell’”avere il coraggio di dire quello che sentiamo e pensiamo”, anziché quello che crediamo di dover sentire e pensare.

Parecchie persone non possiedono questa libertà personale. Quanto dicono pertanto non corrisponde a ciò che è, a ciò che sentono e pensano davvero, bensì è quello che i loro pensieri irrazionali le inducono a credere sia opportuno sentire e pensare.

Molte vite vengono rovinate perché non si ha la libertà di dire quello che si sente e si pensa!

Che si tratti della famiglia, della coppia, della vita professionale o delle relazioni amicali, tante persone hanno imparato a dire soltanto quello che sembra loro adatto alla situazione o alle persone con cui si trovano.

Il tutto ha inizio durante l’educazione del bambino, quando i genitori non riescono né ad ascoltare né a dialogare con lui, oppure si arrabbiano se il figlio dice sinceramente quello che pensa o sente. Si prosegue poi con la vita familiare e sociale, in particolare nelle coppie in cui uno dei partner prende il potere, instaurando una specie di terrorismo emotivo, “costringendo” l’altro a filtrare tutto quello che dice e spesso a esprimere qualcosa di diverso da quanto pensa e sente.

La terza libertà consiste nel “permettersi di provare ciò che  si prova”, anziché quello che si crede di dover provare.

Per esempio, se nella coppia l’amore è scomparso, se uno dei due partner non prova più amore per l’altro, succede che la persona si convinca di dover provare amore e non si permetta di rimanere davvero in contatto con quanto avverte, dando così vita ad un rapporto e ad un discorso fittizi che le impediscono di prendere in considerazione ciò che è e  magari di accettarlo per poter costruire qualcosa di altro.

La quarta libertà è quella di “chiedere con chiarezza ciò che vogliamo”, anziché aspettare che ci venga data una ipotetica possibilità di farlo.

A causa della loro educazione e delle loro credenze, molti sono coloro che vivono in una dolorosa illusione, convinti a torto che questa illusione sia la realtà. Non hanno quello che desiderano, vivono male perché si impediscono di comunicare i loro bisogni e desideri.

Infine, la quinta libertà consiste nel “mettersi in gioco in prima persona” anziché ricercare unicamente la sicurezza e l’immobilità.

A seconda della loro capacità di vedere la realtà e accettarla, le persone si concedono il diritto di intraprendere, di agire, di correre rischi calcolati oppure, al contrario, vivono confinate e mutilate di ogni ambizione.

Sviluppare quindi la capacità di essere davvero in contatto con la realtà, di vivere il momento presente, ci permette poco a poco di accettare quello che è per decidere poi quale strada prendere

Dalla solitudine all’essere soli ….

sola con me

“ .. non si può toccare l’alba

 se non si sono percorsi

 i sentieri della notte….”

Gibran

Vorrei riprendere un articolo postato qualche tempo fa su come sbarazzarsi dalla paura delle ferite di abbandono con una riflessione sulla solitudine cosa ben diversa dall’essere soli.

Affrontare l’abbandono, la privazione e il vuoto, che siano piccoli o grandi, significa affrontare la nostra solitudine, confrontarsi con quello spazio interiore in cui ci sentiamo soli nell’universo, non protetti, non amati e senza nessuno che si prenda cura di noi.

E’ un buco nero nel quale non vogliamo assolutamente entrare!

Quando siamo immersi nel dolore dell’abbandono non sentiamo la gioia e la libertà di essere soli, almeno non all’inizio.

Abbiamo paura e soffriamo, proprio di quel dolore che abbiamo  così astutamente evitato con il nostro essere anti-dipendente. Aprirsi all’amore invita il dolore della perdita ad entrare. Rimanere chiusi e non dover mai fare l’esperienza di questo dolore è più sicuro, ma allora viviamo senza amore.

Fa male in entrambi i casi, ma se attraversiamo il dolore, si risolve; se non lo facciamo si protrae per tutta la vita.

Fondamentalmente, abbiamo tutti un profondo desiderio dentro di noi, quello di essere riempiti, di essere completi. Il dolore dell’abbandono e  della privazione risveglia semplicemente questo desiderio che noi, normalmente proiettiamo su un partner. Ma nessun amante può contenere o soddisfare questo desiderio. Esso è la parte più profonda del nostro essere perché noi desideriamo ritornare alla fonte a quel paradiso perduto da cui siamo stati cacciati diventando orfani. Rappresenta il cuore della nostra ricerca e viene erroneamente indirizzato verso un’altra persona. L’abbandono provoca questo desiderio. Spesso lo sentiamo come una spaventosa solitudine ed è necessario soffrirne tutto il dolore prima di arrivare a godere del nostro essere soli riscoprendo in questo una beatitudine interiore e la fiducia nella vita.

L’incontro con la nostra solitudine è uno dei punti in cui il nostro cammino perde le sue fantasie romantiche e idealiste. Quando questa ferita si affaccia siamo in trincea. Fa male ed ogni parte della nostra mente vuole evitare di sentire dolore.

Finchè non abbiamo la volontà di affrontare questa ferita, la nostra relazione con la vita e con gli altri è controllata dal nostro bambino che pretende. Incontriamo dolore, delusione e frustrazione con rabbia e aspettative. Il nostro viaggio attraverso la vita non può essere profondo e beato e le nostre relazioni saranno solo espedienti superficiali che ricoprono montagne di risentimento. Non troveremo mai un altro che ci riparerà dalla paura o dal dolore. Una volta che abbiamo ritirato questa proiezione, possiamo realmente condividere con un’altra persona il cammino di ricerca. Ma fino ad allora il nostro partner non è ancora un compagno, ma qualcuno su cui proiettiamo le nostre frustrazioni per alleviare il nostro dolore.

Quale modo migliore per superare la sofferenza se non passarci attraverso? … Di seguito due esercizi che vi aiuteranno a toccare quel nucleo di dolore da cui tutto ha inizio per poterne avere consapevolezza e finalmente lasciarlo alle spalle ….

Sentire la privazione….

Sistemate un cuscino di fronte a voi e fingete che rappresenti la persona che , nella vostra vita odierna, suscita maggiori emozioni.

Dietro a questo cuscino mettetene altri due, uno che rappresenta vostra madre e uno vostro padre.

Chiudete gli occhi e concentratevi sul primo cuscino e richiamate alla memoria tutti i modi in cui vi sentite o vi siete sentiti privati, delusi e frustrati da questa persona.

Passate in rassegna tute le fonti di privazione, tutti i modi in cui sentite di non ricevere ciò di cui avete bisogno e ciò che desiderate. Sentiteli …. Sentiteli come vi influenzano ….

Andate oltre la rabbia e sentite semplicemente che non avete nessuna speranza di poter cambiare mai l’altra persona, sentite la disperazione per questi bisogni che non saranno mai soddisfatti. Provate a sentire come sarebbe se non li aveste …

Passate del tempo con ciascuno di essi, con ciascuna delle maggiori fonti di privazione, sentendola e permettendo a voi stessi di vedere cosa provoca dentro.

Ora portate la vostra attenzione sui cuscini piazzati dietro, vostra madre e vostro padre. Se da bambini non avevate uno dei due, immaginate che sia vuoto.

Sentendo il vostro bambino interiore, lasciate che vi tornino in mente tutti i modi in cui ciascuno dei due vi ha causato delle privazioni. Esaminate accuratamente tutti gli aspetti della privazione che potete avere provato, sentirsi non nutriti, fraintesi, ignorati, abusati, respinti, messi sotto pressione, manipolati, sminuiti o giudicati. Limitatevi a notare e sentire.

Osservate le similitudini fra ora e allora.

Questa è la storia della vostra privazione. Questo è ciò che siete destinati a ripetere se continuate a vivere senza consapevolezza …..

Toccare la ferita dell’abbandono …

La ferita è sepolta sotto i nostri sforzi di controllo. Spesso il primo modo di mettersi in contatto con questa ferita consiste nell’osservare cosa sentiamo quando non otteniamo ciò che desideriamo.

Lasciate che vi torni in mente l’ultima occasione in cui vi siete sentiti frustrati dal vostro partner o arrabbiati con lui, oppure l’ultima volta in cui vi siete sentiti irritabili.

Riuscite a individuare il fattore scatenante si queste sensazioni?  Ecco che state toccando la ferita dell’abbandono….

Immaginate che qualcuno che amate vi abbia appena privato della sua energia per qualche ragione. Cosa sentite? … quale è la vostra reazione ? … provate ora a sentire cosa sta sotto a quella reazione ? …. Una paura? …. Vedete se riuscite a ricordarvela …

Andando più in profondità, vedete se riuscite a ricordare un’occasione, nel passato lontano o recente, in cui qualcuno che amavate vi ha lasciato.

Lasciate venire in superficie queste emozioni …. Sentite il dolore della perdita, rendetevi conto che non vedrete mai più allo stesso modo quella persona …. Lasciate che queste sensazioni rimangano presenti … dando loro spazio, permettendovi di sentire il dolore della perdita.

Lasciandovi andare, magari entrando in uno spazio di accettazione dello stato delle cose…. Sentendo l’energia nel vostro cuore, un senso di espansione mentre lasciate andare ….. mentre accettate … mentre permettete alle cose di essere come sono … forse anche sentendo un senso di vastità nella tristezza, persino un senso di gioia nella fiducia …. nel lasciare andare …..

Herrare umanum est, perseverare diabolicum ….

gorgo

“Follia è fare sempre la stessa cosa e aspettarsi risultati diversi “ Albert Einstein

“Un’altra volta lo stesso problema, ma non è possibile!”

“Mi succede sempre così”

“E’ la terza volta che questo appuntamento mi va storto”

“Non ce la faccio più, con te si litiga sempre per gli stessi motivi”

“Trovo sempre partner sbagliati!”

Qualcuna di queste frasi ti suona familiare? Magari l’hai sentita dire a qualche tua amica, oppure ti è capitato di dire qualcosa di simile? Conosci persone che commettono sempre gli stessi errori? Che agiscono seguendo sempre gli stessi schemi? Che non analizzano le esperienza passate? Che non imparano la lezione?

Si potrebbe anche dire che “non hanno sofferto abbastanza”.

Ma non basta solo sbattere la testa contro il muro, perché c’è anche chi, pure se soffre come un pazzo, non impara la lezione, anzi peggiora. Per fortuna, c’è anche chi trova la forza di rialzarsi dopo essere caduto in una buca profonda.

Alle volte sembra davvero di essere bloccati nei famosi “corsi e ricorsi storici”, abbiamo l’impressione di essere la puntina che gira su un disco graffiato che s incanta sempre nello stesso punto oppure abbiamo sensazione di déjà vu e ci ritroviamo in situazioni simili ad altre già vissute in passato chiedendoci:”come ho fatto a cascarci un’altra volta?”.

Questa domanda è cruciale ed è davvero utile, peccato che spesso sia formulata in maniera retorica e quasi autocommiserativa, senza realmente cercare quella risposta che eviterebbe, probabilmente, di tornare a porsi in futuro il medesimo interrogativo.

In realtà formalmente ci chiediamo come abbiamo fatto a sbattere di nuovo sullo stesso muro, ma di fatto ci stiamo dicendo: “Ah povera me!” e andiamo in giro raccogliendo attenzione e approvazione: “Dai non importa, vedrai che la prossima volta andrà meglio”.

E come farà ad andare meglio se non ci interroghiamo su cosa si possa migliorare? Sarà la prova, l’esame, il contratto, la presentazione, la storia d’amore, la relazione con gli altri ad andare meglio o, per caso, dovremmo essere noi a fare qualcosa di diverso affinchè la prossima volta qualcosa di meglio effettivamente accada?

C’è da dire che l’abitudine è un elemento fortemente presente nella vita di ciascuno di noi e non corrisponde, per forza, a qualcosa di negativo. Basta pensare a quante migliaia di cose abbiamo imparato a fare da quando siamo nati, che ora facciamo automaticamente. Dal camminare, al guidare, la reiterazione è qualcosa che da sicurezza, che permette di risparmiare tempo, che consente di sfruttare uno schema collaudato nel tempo.

Però che succede se il comportamento che si ripete non è qualcosa di voluto o sperato? Cosa accade se invece che conforto e benessere per una consuetudine piacevole, proviamo un grande senso di insofferenza e di frustrazione per la necessità di affrontare ancora una volta una situazione sgradita?

La ripetizione dei nostri comportamenti, anche quelli poco produttivi, crea un solco, esattamente come il passare sempre per lo stesso cammino in un bosco crea un sentiero e alla fine, anche se ci rendiamo conto che il sentiero non è buono, che in alcuni punti si impantana o prende salite troppo ripide, preferiamo continuare a percorrerlo piuttosto che cercarne (o crearne …) uno nuovo.

Di solito, se si percorre sempre lo stesso sentiero, si arriva sempre nello stesso punto e questo crea la sensazione che ci sia una sola strada percorribile. Risultato: monotonia, irritazione, frustrazione e senso di incapacità nel cambiare lo stato delle cose.

Con la ripetizione dei medesimi errori non solo otteniamo sempre gli stessi risultati ma rafforziamo anche le nostre credenze limitanti su quella particolare situazione.

Visto che non ci si ferma a guardare l’errore, a osservarlo e imparare da esso, si comincia a credere di essere sbagliati o a credere che qualcosa nell’ambiente sia sbagliato (colleghi, partner, clienti … etc ..).

Tutto questo nel breve termine ci allevia sollevandoci da un po’ di responsabilità, ci fa sentire meglio perchè in fin dei conti non dipende da noi e quindi non ci possiamo fare nulla: problema risolto!

Ma a lungo termine ci crea frustrazione e insoddisfazione. E continuiamo a commettere gli stessi errori. Un inferno in terra ……

Ricercatori di noi stessi ….

cercare se stessi

Che magnifico spettacolo intrattiene la vita!

E ogni essere vi partecipa recitando una parte. Ciascuno di noi mentre mette in atto la parte che gli compete, assume  di volta in volta dei ruoli diversi. Inoltre, ogni attore, mentre interpreta il personaggio del momento, interagisce con gli altri e, consapevolmente o meno, contribuisce alla realizzazione dei loro copioni. Lo spettacolo che ne risulta è immenso e affascinante. Tuttavia, i singoli attori sono così compresi dal ruolo che stanno recitando, che solo raramente si interessano allo spettacolo nella sua complessità, oppure al suo funzionamento; soprattutto, di rado indagano per scoprire se esso sia reale o illusorio. Quando accade, significa che faceva parte del loro copione.

Fu così che, tanto tempo fa, due personaggi qualunque, un uomo e una donna semplici conoscenti, si incontrarono “per caso”. Mentre chiacchieravano del più e del meno, l’uomo sentì la necessità di pronunciare questa frase: “Sii te stessa!”.

In un lampo, un brivido intenso percorse il corpo della donna dalla testa ai piedi e si sentì catapultata in un’altra dimensione. Lì tutto sembrava cristallino. Il tempo, lo spazio, il mondo e persino il suo corpo, non c’erano più. L’unica cosa esistente, che era anche il tutto, era qualcosa di morbido che palpitava e irradiava un senso di pienezza totale. Si accorse che non riusciva più nemmeno a pensare.

“Sii te stessa” sembrava aver agito su di lei come la frase magica del gioco delle statuine. Poi, lentamente e come se arrivasse da lontano, nella sua mente fece capolino un pensiero che assomigliava ad un dubbio esistenziale: “Essere me stessa? Vuol dire che sono un’altra e non me ne sono neanche accorta? Che cosa è questo incubo?”

Quando finalmente si riprese, un po’ confusa e disorientata, chiese: “Che cosa intendi con questo?”

E l’altro rispose: “Sii come sei”.

“Ahi dalla padella alla brace!”, pensò la donna. Da quel momento in poi, per giorni, settimane, mesi, aveva continuato a rimuginare: “Chissà cosa avrà voluto dire? E cosa significa esattamente ‘essere me stessa o ‘essere come sono’ ?”.

In seguito, la donna capì che quelle erano state le prime battute di un ruolo che avrebbe recitato per molti anni: quello di ricercatore di sé.

E tu che mi stai leggendo in questo  momento, che ruolo stai recitando ora?

Quando stai per entrare in un nuovo ruolo, accadono spesso situazioni particolari che ti aiutano a calarti nel personaggio. Ma dopo un po’ te le dimentichi.

Poi, ad un certo momento della vita arriva, ospite a volte inatteso, il desiderio di cercare questo “se stessi”. All’inizio questo desiderio, come gli altri d’altronde, è un optional, cioè puoi fare qualcosa per soddisfarlo oppure no; non è fondamentale per la tua vita. Ma dopo un po’, da desiderio diventa bisogno e allora preme, spinge per essere realizzato. Diventa una specie di tarlo mentale: rode, e rode, e ancora rode!

Da un giorno all’altro diventi un “ricercatore di te stesso”! Strano mestiere! Che tu lo faccia part time oppure a tempo pieno, non è contemplato in nessuna categoria lavorativa. E non ti paga nessuno, anzi, ti tocca spendere un sacco di soldi, di tempo ed energia come cercatore di verità. Eh, sì, perché non ti accontenti di qualsiasi risposta, tu vuoi la Verità!

Quando cominci a esercitare il tuo mestiere di ricercatore ti accorgi ben presto che altri prima di te si sono trovati nella necessità di placare il tarlo. Anzi, molti, come Platone, sono convinti che “una vita senza la ricerca non è degna di essere vissuta”.

Nei primi tempi in cui il desiderio è appena comparso, ti puoi anche chiedere” Che cosa avrà di così importante questa ricerca?” E magari ti trovi a leggere, come risposta non cercata, frasi come quella incisa sul frontone di ingresso dell’oracolo di Apollo a Delfi: “Conosci te stesso e conoscerai l’universo”.

E tu potresti replicare: “Dopotutto, io voglio conoscere solo me stesso! L’universo è troppo grande e lontano da me!”

E invece, se decidi di andare avanti con la ricerca, ti toccherà inghiottire in un sol boccone te stesso e l’universo ….. buona digestione …..

“Per gli uomini non esiste nessunissimo dovere,

tranne uno: CERCARE SE STESSI,

consolidarsi in sé,

procedere a tentativi per la propria via,

ovunque essa ci conduca…” H.Hesse

Sguardo dell’altro e fragilità personale

sguardo dell altro 1

Il “ti voglio bene solo se …” ha spesso impresso in noi la dipendenza o, quanto meno, la fragilità in rapporto allo sguardo dell’altro. Abbiamo acquisito inconsciamente l’abitudine a credere che fossimo amati per le nostre azioni, le nostre competenze, i nostri risultati, e non per noi stessi e così abbiamo lasciato che molti nostri atteggiamenti fossero appiattiti dalla paura di essere giudicati, criticati, rifiutati, invece di lasciare che fossero l’espressione gioiosa della nostra personalità e della nostra creatività: “cosa penseranno di me se dico questo e penso quest’altro, se mi vesto in un modo e mi pettino in un altro, se oso fare questa cosa o quell’altra?”

Tutti conosciamo persone, quando non lo siamo noi stessi, che allineano la propria vita su questo criterio: cercare di piacere, evitare ad ogni costo di non piacere, fare tutto come “si deve”.

Molte di loro, poi, si stupiscono di essere sempre alla ricerca, sempre in attesa e di non essere mai felici. Come potrebbero esserlo? Come potrebbero essere interiormente soddisfatte se tutte le loro aspettative sono esteriori?

Credo che sia impossibile essere felici senza accettare a volte il disagio di non piacere a tutti. Con ciò, di certo, non invito nessuno a cercare deliberatamente di non piacere a qualcuno; propongo, invece, di mostrare rispetto e considerazione per l’altro senza rinunciare a se stessi. Esistono molte persone che pensano si manchi loro di rispetto quando non facciamo quello che vogliono o che trovano giusto. Esse perpetuano, loro malgrado, la confusione tra bisogno e richiesta, tra richiesta negoziabile e pretesa.

In fondo, non credo che potremmo mai godere della sicurezza e della dolcezza di essere fedeli nei confronti degli altri e della vita, se non fossimo fedeli nei confronti della prima persona con cui siamo in relazione, cioè noi stessi.

Se aspettiamo di piacere a tutti e di essere sicuri di non deludere nessuno, rischiamo quasi sicuramente di mancare la nostra vita, come delle brave ragazze o dei bravi ragazzi, molto saggi, che si annoiano pazientemente senza osare nemmeno dirselo.

Rispettarsi, non significa fare tutto quello di cui si ha voglia, né assecondare tutti i propri desideri. Rispettarsi, è allo stesso tempo ascoltarsi, capirsi e rendere giustizia ai propri veri bisogni, nascosti dietro i desideri e le voglie; significa anche accettare il disagio di stabilire delle priorità, la difficoltà di rinunciare e di scegliere, la difficoltà di vivere dei disaccordi.

Rispettare l’altro, è esattamente la stessa cosa: non significa fare tutto ciò di cui ha voglia, né assecondare tutti i suoi desideri. Rispettare l’altro, è ascoltarlo, capirlo e rendere giustizia ai suoi veri bisogni; significa anche accettare il disagio di porre delle priorità, di rinunciare per scegliere, si non essere sempre d’accordo.

Ascoltare il proprio slancio e seguirlo, imparare ad avere autostima e fiducia, cambiare quello che c’è da cambiare e abbandonare quello che c’è da abbandonare, con fermezza e benevolenza, cercando di rispettare l’altro e se stessi.

Credo che a volte per crescere ci occorra ritornare ad essere un bambino esitante, balbettante, ai primi passi, per permetterci veramente di imparare cose nuove. E non è facile! C’è una parte di noi che adora rinchiudersi comodamente nelle sue abitudini e nelle sue certezze e che preferisce tenere chiusa la porta dell’apprendimento.

Ho osservato che, sostanzialmente, le persone non si danno fiducia, agiscono spesso controllando la loro vita e quella dei loro cari. Si aspettano che gli altri funzionino come hanno deciso loro.

Ancora una volta tutto questo ha una sua spiegazione: la sicurezza è un bisogno fondamentale, se non la cerchiamo in noi, nei punti di riferimento interiori, nella fiducia profonda in noi stessi e nella vita, rischiamo di cercarla all’esterno, attraverso il controllo e la programmazione. Queste persone, raramente si sentono profondamente felici …  Dipendono dal loro ambiente, che naturalmente, non asseconda sempre i loro programmi e non si sottomette costantemente al loro controllo, né alla loro volontà.

Naturalmente, la fiducia e la stima in se stessi non si decretano per legge. Non si tratta solamente di un’idea o di una decisione, ma di una pratica quotidiana che comporta:

  •  Accettare ed elencare lucidamente quello che sentiamo non funzionare in noi, per esempio: “ in fondo, non ho fiducia in me stessa. Se l’altro parla più forte di me, se l’altro ricopre un ruolo di autorità, io mi ritiro”.
  •  Identificare i sentimenti e i bisogni che a volte possono essere mescolati e confusi.
  •   Lasciare che le priorità si chiariscano in termini di bisogni fondamentali.
  •   Tendere verso questi bisogni/priorità con infinita benevolenza per i primi passi, spesso esitanti e poco soddisfacenti.
  •  Prendersi il tempo di celebrare i micromovimenti, i micro cambiamenti che si producono in noi e nutrirsene come se fossero vitamine. Ricordiamoci sempre che siamo noi la nostra migliore amica/amico. Se non siamo noi stessi ad incoraggiarci per primi come potremo ascoltare gli incoraggiamenti degli altri?

E’ solo accettando di accogliere il disagio di cambiare, di affrontare gli sguardi e i commenti degli altri “Sei cambiata, non sei più quella di prima …” di addomesticare le nostre paure, che possiamo ritrovare il ben-essere e – udite udite!! – creare ben-essere intorno a noi ….

“ Quando il mio percorso è duro e

accidentato, quando gli altri non

capiscono dove vado né perché ci sto

andando, non significa che mi sto sbagliando ..”

A. Levy-Morelle

Non puoi pretendere di cambiare ciò che ti rifiuti di affrontare ….

barca

Quante volte ascolto persone che mi raccontano che “basta! Così non ce la faccio più! Non è possibile che incorro sempre negli stessi sbagli, che le mie relazioni vadano sempre male, che il lavoro non decolli, che i miei sogni si dissolvano, che le mie amicizie spariscano. Voglio che qualcosa cambi!”

Fin qui tutto bene, poi alla mia domanda “cosa ti aspetti da questo percorso? ….. la risposta “che TU mi dica cosa e come devo fare per cambiare …. Tu sicuramente lo sai, fai questo mestiere … Io non lo so”

Beh, mi dispiace molto deludervi ma non funziona così …

Sarebbe bello poter andare da qualcuno che con un colpo di bacchetta magica e qualche incantesimo ci liberi dai nostri rigidi copioni che portano a reiterare sempre gli stessi comportamenti ingabbiandoci in stereotipie disfunzionali.

Per uscire fuori dai recinti che ci siamo costruiti con tanta maestria, bisogna tirarci su le maniche e affrontare i nostri mostri.

Stare con i piedi a mollo in quello che ci fa più male, per lasciarcelo finalmente alle spalle….

Fare pace con noi stessi accogliendo e accettando tutte le parti di noi che concorrono tutte insieme, nessuna esclusa, ad essere la persona unica che siamo ….. integrando i nostri opposti invece di farci continuamente guerra ….

Allora , qualcuno potrebbe obiettare:” ma tu che ci stai a fare se tutto il lavoro lo faccio io?”

Io ti accompagno in questo viaggio che ti farà ritrovare la parte più autentica di te stessa…

Ti accolgo incondizionatamente ….

Ti ascolto ….

Sono lì con te e per te ….

Ti aiuto a ritrovare le risorse che avevi momentaneamente perso sotto una tonnellata di detriti …

Ti agevolo nel riconoscere ed elaborare le emozioni difficili, fonte spesso, di quell’impantanamento che blocca il cammino evolutivo ….

Favorisco i tuoi atteggiamenti attivi e le tue potenzialità stimolando la tua capacità di scelta …

Il mio aiuto non è proporti facili soluzioni bensì accompagnarti nel togliere quegli ostacoli che impediscono ale tue energie di manifestarsi.

In una parola ti aiuto a Vivere anzichè farti vivere in modo che tu possa riprendere il comando della tua nave, offrendoti l’opportunità di esplorare altre rotte per rendere sempre più agevole la tua navigazione ….

Ricorda però che il timone è solo in mano tua e sta a te decidere dove portare la tua barca …. se lasciarla alla deriva su una secca o tentare una manovra per disincagliarla e riprendere il tuo viaggio verso nuove e verdeggianti terre …

Hai bisogno di uno spazio “tuo” , dove far chiarezza ed essere Ascoltata? Compila il modulo qui sotto …. io sono qui per Te.

 

Essere nel mondo: l’incontro con sé e con l’altro.

incontro

Come entriamo nel mondo? Quale senso viene dato al nostro “essere” ed “esser-ci”? che cosa permette la nostra realizzazione? Che cosa e chi determina il rapporto Io-mondo?

L’esistenza dell’uomo è data dal passato, dal presente e dal futuro “l’uomo è la proprio esistenza”, essere nel mondo significa quindi essere in qualche modo determinati, ma avere anche in sé la possibilità di trascendersi continuamente, in una ricerca che spinge verso un progetto e un progettarsi nel mondo.

Nel proprio esser-ci la consapevolezza di sé può donare senso alla propria vita, perchè è insita in essa la possibilità di emergere, di “venir fuori”.

Non sempre però c’è la spinta al progetto e a volte è una spinta che non prevede un cammino positivo, cioè un cammino che preveda un ben-essere per sé e per gli altri; in questi casi è necessario comprendere le proprie difficoltà e lavorarci sopra per portare alla luce l’ombra che nascondono.

Come ha inizio la propria vita è sicuramente fondamentale per la propria esistenza: allora iniziamo questo viaggio considerando la nascita di un figlio e la situazione affettiva della coppia che diviene “coppia genitoriale”.

Quando nasce un bambino dovrebbe nascere un nuovo modo di percepirsi e di vivere nel mondo: dalla capacità di stare in coppia alla nuova vita a tre. La nascita di un figlio riporta inevitabilmente al passato, al proprio passato di figlio e figlia, al ricordo del rapporto che esisteva con i genitori, a un inevitabile collegamento con il passato per poter essere nel presente in modo costruttivamente sereno e di delineare di conseguenza il cammino che via via si sta compiendo.

Non è possibile disancorarsi dal passato, bello o brutto che sia quel passato ha posto le radici del nostro presente.

In tutto ciò non vanno dimenticate le basi cromosomiche, impronte basilari del proprio modo di essere nel mondo, per cui l’ambiente, con tutte le situazioni che in esso si determinano, si colloca su un terreno individuale già dato. L’humus cromosomico, infatti, potrà far recepire in un modo o in un altro le situazioni, con tutte le sfaccettature alle quali l’individuo spesso poi attribuisce lwe “colpe” dei fatti negativi che gli accadono.

Posto allora che l’impronta è data geneticamente, noi possiamo agire sull’ambiente e sull’individuo “dato” . L’essere umano alla sua nascita non è una tabula rasa, ma porta con sé i cromosomi dei propri genitori. Il padre ha una sua “impronta” e un suo passato esperienziale e la madre la propria “impronta” e il proprio passato: questi due diversi vissuti si vanno a collocare sul nuovo nato, proprio come si adagia una copertina sul bimbo per tenerlo caldo. Non solo ciò che è stato veramente vissuto, con tutte le attribuzioni del “proprio vissuto”, ma anche il proprio “immaginario” cadrà leggermente o pesantemente sul nascituro.

I vissuti dei genitori vengono così inevitabilmente e quasi inconsapevolmente proiettati sul figlio che li farà propri, insieme al latte che riceve.

L’immaginazione che la madre ha attivato, durante il periodo dell’attesa, può essere carica di paure e di aspettative: il nascituro è così già caricato di immagini e di fantasie e se, al momento della nascita  e nei primi periodi della sua vita, le immagini fantasticate non si sovrappongono con il reale, facilmente inizieranno a sedimentarsi vissuti sgradevoli, sensazioni di mancate corrispondenze, di fastidio, in quanto la discrepanza tra il proprio sentire e la realtà può generare turbamento e disagio.

E’ estremamente importante mettersi in con-tatto con il proprio sentire, con le proprie emozioni, con il proprio mondo interiore: prima ci si pone in ascolto di sé, in ascolto delle proprie insoddisfazioni e prima si potrà correre ai ripari attraverso un percorso di riflessione o di aiuto.

Il bambino nel corso della sua maturazione, si pone in contatto con il mondo e crea collegamenti tra le sue percezioni e gli oggetti.

Molti studi ci indicano l’importanza della relazione,  l’importanza dell’”individuazione” dell’adulto che vuole diventare genitore: un genitore che non ha raggiunto la consapevolezza di sé non potrà essere “specchio” e “contenitore” per la propria persona e quindi non potrà esserlo per il proprio figlio.

Ed ecco che i primi “rifornimenti” affettivi e relazionali vengono a costituire il riferimento per la costruzione del proprio sé; nella consapevolezza che esistono genitori reali, ma che decisivi sono anche i genitori creati nel proprio mondo interno, è possibile che si venga a strutturare un “falso sé” e uno sviluppo emotivo non adeguato.

Già dal primo vagito il bimbo è una persona unica e irripetibile separata e dotata di un proprio bagaglio che viene definito Sé primario; questo patrimonio gli consentirà di porsi in relazione con la madre e di modulare il rapporto in un gioco di relazione con sé e con gli altri.

Nel corso di questi processi si mettono in moto le predisposizioni a creare immagini, a organizzare le esperienze e a determinare la relazione tra mondo interno ed esterno dando forma al nostro “essere” e al nostro “esser-ci” nel mondo e per il mondo …..

“Con la forza di questo Amore e la voce di questo appello non cesseremo di esplorare. E alla fine dell’esplorazione saremo al punto di partenza. Sapremo il luogo per la prima volta …..” T.S.Eliot

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