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Il sintomo come segnale di allarme

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La consapevolezza di attraversare una crisi esistenziale presuppone la capacità di un’osservazione critica di sé. Ugualmente, il riconoscere il proprio stato si smarrimento esige la presenza dentro di sé di un referente affidabile che ci consenta di prendere coscienza del concetto di mancare di Identità o di averla persa.

In realtà chi si trova a vivere un periodo di confusione il più delle volte non se ne rende conto e quello che avverte sono, quasi sempre, solo una serie di sensazioni corporee che segnalano e accentuano lo stato di sofferenza. Queste sensazione corporee “negative” sono quello che chiamiamo “Sintomi”.

Quale è il meccanismo alla base di tutto questo? E quale è la funzione del sintomo? Sostanzialmente il sintomo è un segnale di allarme.

Come dice Henri Laborit biologo filosofo ed etologo francese, quando un individuo si trova in uno stato di stress eccessivo, deve aggredire l’ambiente, fonte dello stress, o fuggire da esso. Ma quando è incapace di attuare una di queste soluzioni, allora si inibisce e sviluppa un sintomo.

I sintomi fisiologici fello stress: gola chiusa, collo teso, respiro corto, polso accelerato, inducono nella persona uno stato di ansia che prepara l’organismo a reagire ad una aggressione, con il fenomeno attacco/fuga.

Distrutto o evitato l’elemento aggressore, ritrovato un ambiente sicuro, l’individuo potrà tirare il famoso “sospiro di sollievo”, mentre il suo organismo recupererà l’equilibrio necessario al rilassamento e alla ripresa.

Quotidianamente ognuno di noi si trova a vivere un’ampia gamma di situazioni stressanti e di conseguenza reagirà di volta in volta con l’aggressione o con la fuga.

Esempi tipici di attacco all’ambiente sono ad esempio i comportamenti aggressivi di un padre o di una madre nei confronti dei figli, dei più grandi verso i più piccoli, oppure nel contesto lavorativo, quelli dei superiori verso i subalterni. Ogni attacco ben riuscito scarica lo stress e il rilassamento è ritrovato. In questo modo diverse persone, anche “psichicamente disturbate” , attraverso la posizione di dominio che concede loro il privilegio di “curarsi psicologicamente” a spese degli altri, riescono a compensare bene le frustrazioni e a vivere senza mai prendere coscienza del proprio stato di profondo disagio interiore.

Il comportamento alternativo all’aggressione, cioè la fuga, è altrettanto comune e si attua rifugiandosi freneticamente nelle più disparate attività esterne all’ambiente quotidiano, oppure, caso tipico di molti, rifugiandosi nel lavoro. Anche così l’insoddisfazione che si prova verso la propria vita, compensata dalla iperattività permette alla persona di sopportare le frustrazioni scaricandole altrove.

Il problema insorge quando il tipo, o l’ambiente di lavoro non permettono di scaricarsi, quando la famiglia è refrattaria o si ribella alla scarica, quando non esiste la possibilità di attività compensatorie. E anche quando il nostro ruolo di esseri civilizzati ci impone di affrontare e/o attuare le aggressioni in maniera socialmente accettabile, mentre alcune parti di noi vorrebbero risposte fisiche (pugno, calcio etc..).

A questo punto lo stress è continuo, il respiro non ritrova il suo ritmo, i muscoli rimangono tesi, il cuore lavora sotto sforzo.

Senza la possibilità di rilassamento non rimane che uno spostamento continuo di questa energia che, non scaricandosi nell’attacco/fuga, finisce per rivolgersi contro noi stessi, in una sorta di autoaggressione, generando prima sintomi, poi disfunzioni, poi vere e proprie patologie organiche.

L’insorgere della sofferenza fisica, segnalata dai sintomi, costringerà la persona a consultare uno specialista: il medico che gli prescriverà medicinali e giorni di riposo.

Risultato: ritiro dall’ambiente, tramite una fuga autorizzata, e quindi recupero dello stato di rilassamento.

Terminato l’intervallo curativo, l’individuo si re immergerà nell’ambiente e riprenderà la vita di sempre. Ma la radice è nel profondo e il problema non è stato realmente risolto. La sofferenza ricomincerà e la persona tornerà dal medico, per sentirsi nuovamente autorizzata a dire sia al lavoro che a casa: “Sto male, lasciatemi in pace!” ottenendo così il visto per un nuovo ritiro/fuga , per un nuovo illusorio rilassamento.

Per rompere questo circolo vizioso occorre un’autentica revisione esistenziale, che pochi, però, sono disposti a intraprendere, troppo legati ancora al tabù che il male dell’anima sia di predominio dei “folli”.

Fare il punto, fermarsi per guardare dentro se stessi, riconoscere che si sta vacillando , che si è perso l’orientamento vuol dire prendersi cura di se stessi.

Significa smettere di perdere tempo a preoccuparsi e cominciare ad occuparsi per ri-trovare il proprio ben-essere.

Chiedere aiuto ad un professionista che ascoltando incondizionatamente e senza giudizio può sostenerti nella ricerca delle tue soluzioni vuol dire essere un adulto consapevole dei propri limiti , non sempre si può fare tutto da soli, e questo è il primo passo verso lo scioglimento del disagio.

Il Counseling può essere un buon inizio; non ti da soluzioni preconfezionate, bensì ti aiuta a trovare le tue ritenendo che ogni individuo abbia in sé la capacità intrinseca di ri-trovare la sua strada. Per questo il Counselor ha nei confronti del proprio cliente un atteggiamento attivo, propositivo e stimolante le capacità di scelta volto ad incentivare il concetto di responsabilità individuale.

Il Counseling ti aiuta a ri-prendere in mano il timone della tua vita lasciando a te la scelta della rotta, direzione e velocità.

Il Counseling è un processo di apprendimento interattivo: facendo leva sulle capacità qualità e risorse della persona coinvolta nella situazione problematica, il Counselor mira a sviluppare nel cliente nuovi processi di esplorazione, comprensione e apprendimento, al fine di raggiungere una migliore espressione del proprio sé.

L’obiettivo principale del processo di Counseling è quello di fornire ai clienti l’opportunità di procedere in modo più autonomo, verso una vita più soddisfacente e piena di risorse, come individui e membri di una società più ampia.

Una storia …

SENTIERO

“Metà di ciò che dico è insensato,

ma lo dico perché l’altra metà possa raggiungerti…” (Gibran)

Non possiamo modificare il passato: possiamo invece modificare la valutazione del passato e le emozioni con cui accettiamo, neghiamo o dimentichiamo eventi ormai trascorsi……

Se dunque vogliamo procedere verso una vita ricca e diventare autonomi è necessario vivere l’attimo, traendo da esso tutto ciò che può renderci migliori e liberarci dal peso del passato, per guardare con fiducia al nostro futuro……

Due monaci erano in pellegrinaggio, avevano già camminato molte miglia evitando dove potevano la società; appartenevano ad un ordine particolare di monaci che proibiva di parlare o toccare donne. Non volendo offendere nessuno, si mantenevano fuori mano e vivevano lontani.

Ci fu la stagione delle piogge e stavano attraversando una larga pianura, sperando che il fiume che dovevano attraversare non fosse impraticabile.

Da lontano videro che il fiume aveva rotto gli argini, ciononostante i due monaci speravano che il traghettatore sarebbe stato in grado di portarli al di là del fiume con la sua barca, ma avvicinandosi al punto di attracco non videro segno del traghettatore.

La barca sembrava fosse stata spazzata via dalla corrente e l’uomo del traghetto era restato a casa.

C’era invece una donna vestita con abiti eleganti ed un ombrello, che implorò i monaci di aiutarla a passare poiché aveva una cosa urgente da fare e il fiume, sebbene largo, non era profondo.

Il monaco giovane la ignorò e guardò lontano, il più vecchio non disse niente ma la portò sulle spalle fino all’altra riva.

Per la successiva ora di viaggio, attraverso fitti e intricati boschi, il monaco più giovane ignorò il più anziano condannando la sua azione, accusandolo di tradire l’ordine e le sue regole. Si chiedeva: come ha potuto? Cosa stava pensando? Cosa gli ha dato il diritto di farlo?

In maniera fortuita i monaci entrarono in una spianata, e il monaco anziano si fermò e guardò dritto negli occhi del più giovane, ci fu un lungo momento di silenzio.

Alla fine in tono dolce, con occhi lucidi e gentili, il monaco più vecchio, semplicemente disse:” Fratello mio, io ho messo giù quella donna un ‘ora fa. Tu la stai portando ancora”.

Ancora sul Counseling

guida alpina 3

Una guida alpina accompagna i suoi clienti in paesaggi con i quali ha già una certa dimestichezza, ma ogni percorso è sempre nuovo e ognuno deve camminare sulle proprie gambe. La presenza della guida potrà essere utile e di conforto, ma il progresso verso la meta dipenderà dall’impegno del soggetto in prima persona, oltre che dall’abilità di chi conduce nel fornire le indicazioni giuste al momento giusto.

Anche il Counselor è una guida di montagna, con il preciso obiettivo di rendere quanto più autonomo e indipendente il proprio cliente, mettendogli a disposizione la sua esperienza e gli strumenti necessari per diventare a sua volta guida di se stesso.

Il Counseling è stato proprio definito “l’arte del guidare”, in quanto non consiste nel trovare che cosa non funziona nel cliente e dirglielo, ma nell’insegnarli a conoscere se stesso: “se aiutiamo il cliente a comprendere se stesso in relazione ad una data situazione, la decisione di cambiare verrà da lui” (Rollo May)

Il Counseling è quindi una pratica professionale svolta all’interno di una relazione definita da un contratto, che consente ai clienti di sviluppare il proprio potenziale, l’autonomia personale per gestire al meglio le proprie risorse nella risoluzione di problemi soggettivi e interpersonali; inoltre favorisce la promozione del benessere e la prevenzione del disagio psico-sociale.

E’ uno spazio di ascolto, supporto e orientamento all’interno di una relazione basata sul riconoscimento, sul rispetto, l’empatia e la congruenza.

Le azioni del Counseling: orientare, agevolare,contenere,sostenere.

Il Counseling è focalizzato sul concetto di salute, non più inteso come assenza di malattia, ma come sviluppo e promozione del benessere della persona. I concetti basilari di autonomia, libertà , autorealizzazione, empowerment promuovono la comprensione dell’individuo e del suo contesto come un tutto che interagisce sinergicamente.

Il counselor può essere definito come colui che accoglie e agevola la persona nella scoperta del proprio potenziale promuovendo la sicurezza di sé e la sensazione di auto-efficacia. Possiede conoscenze versatili e utilizzabili in vari settori, ha assimilato e padroneggia teorie e tecniche dei principali modelli operativi per poter facilitare la persona che si rivolge a lui. Il cambiamento, infatti, richiede, l’integrazione di tutte le dimensioni dell’espressione umana: sensoriale, affettiva, cognitiva, sociale e spirituale, il counselor entra in sintonia con ognuna di queste dimensioni, aiutando così il cliente a divenire responsabile dei propri pensieri, sentimenti e comportamenti, riducendo le contraddizioni e favorendone il benessere personale e sociale.

Il fattore più importante nel processo di cambiamento è costituito dalla relazione nei suoi aspetti strutturali (setting, regole, contratto) e interpersonali (empatia, alleanza, sintonizzazione, fiducia).

Nel Counseling, a differenza di altre professioni, la preparazione personale del Counselor è prioritaria, perché mentre la tecnica si può sempre acquisire, modificare, perfezionare, così come si possono inventare modi sempre nuovi di condurre un colloquio, le qualità umane dell’operatore sono l’elemento più importante per attivare in un’altra persona il processo di crescita. Prima ancora del metodo utilizzato, è la capacità del Counselor di entrare in relazione con il cliente a favorire l’esito positivo dell’incontro.

Il Counselor dovrà essere in grado di misurarsi con la possibilità di modificare continuamente l’immagine ormai acquisita di sé e degli altri, con il rischio di trovarsi in difficoltà e con il coraggio di trasformare questa difficoltà in una opportunità di crescita per sé e per il cliente.

Il Counseling è la sinergia tra due persone che cercano insieme qualcosa di più alto, che vogliono creare ponti là dove ci sono muri.

Sviluppare la propria intelligenza emotiva

intelligenza emotiva

E continuando a viaggiare sulla strada che porta alla libertà e all’autonomia affettiva , incontriamo un altra grande risorsa che ci può aiutare nel cammino: l’intelligenza emotiva.

L’intelligenza emotiva è la capacità dell’individuo di gestire le proprie emozioni così da agire in maniera coerente in funzione di quello che è e compiere scelte che gli siano favorevoli.

Sviluppare la propria intelligenza emotiva richiede una buona dose di attenzione verso i propri veri sentimenti, in modo da identificarli, esaminarli e farne un’analisi lucida.

Numerosi fattori influenzano l’intelligenza emotiva di una persona. Il fatto di essere cresciuta in un ambiente sano, di aver potuto appropriarsi degli strumenti necessari durante la sua crescita o di aver progredito sul piano personale rappresentano fattori che facilitano lo sviluppo di questo tipo di intelligenza.

L’intelligenza emotiva è la capacità di descrivere le emozioni a parole, di inquadrarle con sufficiente precisione per poterle esprimere nella maniera più “sana” e coerente possibile. Riuscendo a distinguere le emozioni, diventa più facile esternarle e comunicarle apertamente. Abbiamo così una migliore comprensione di quello che viviamo e siamo meno prigionieri dei nostri turbini emotivi.

Se riusciamo poi a identificare e a isolare le emozioni dominanti è più facile capire ciò che viviamo individuando così più chiaramente quello che succede nel nostro universo interiore. L’acume che sviluppiamo viene applicato anche a coloro che ci circondano. Acquisiamo una sensibilità particolare che ci permette di capire più facilmente quello che vive l’altro e quello che tenta di esprimere; il mondo delle emozioni ci è meno alieno.

Avere una migliore comprensione del nostro vissuto emotivo ci permette di collegare le emozioni ai pensieri. Le emozioni influenzano i pensieri, le azioni e le percezioni. Più facilità abbiamo a decodificare rapidamente le nostre emozioni e più siamo consapevoli del loro impatto sui nostri pensieri.

Sviluppando la nostra intelligenza emotiva, siamo così maggiormente in grado di vedere il collegamento tra quello che viviamo e quello che pensiamo; i nostri pensieri possono allora influenzare positivamente le emozioni, permettendoci di prestare più ascolto ai nostri sentimenti e di cercare di armonizzarli con le nostre azioni. Tutto questo si manifesta soprattutto quando compiamo scelte coerenti con quello che avvertiamo. Ci concediamo il tempo di decantare prima di prendee decisioni, di ascoltare maggiormente con il nostro cuore. Rimanendo ricettivi, vigili e paerti a quello che le nostre emozioni hanno da dire, invece di crogiolarci nel diniego e di fuggirle, permettiamo alla nostra intelligenza emotiva di svilupparsi finendo per essere molto più in armonia con noi stessi e migliorando il nostro modo di comunicare.

Essere all’ascolto di sé per il dipendente affettivo, che spesso si sente confuso sul piano emotivo, è qualcosa da imparare.

Quando le emozioni si presentano in blocco e il dolore che le accompagna è forte, la paura sovente fa in modo che tutto venga represso. Può succedere che una situazione vissuta faccia talmente male che non si sa da quale parte iniziare per districare questo groviglio di emozioni e pensieri.

Anni trascorsi ad evitare le nostre emozioni ci allontanano dai nostri bisogni, da quello che siamo. Più prendiamo in considerazioni il nostro sentire, più la comunicazione con noi stessi migliora, cosa che esercita ripercussioni favorevoli sul nostro modo di comunicare con chi ci sta vicino. Essere all’ascolto di sé apre la porta ad una comunicazione più autentica con l’altro: ci apriamo ed in questo modo invitiamo l’altro ad aprirsi.

Quantunque sia ipersensibile ai bisogni e alle aspettative altrui, il dipendente affettivo scarseggia in quanto a comunicazione. Dato che dubita di se stesso ha paura ad aprirsi e ad esternarsi. Più impara a conoscersi e a stimarsi, più va diritto al punto. Si creano così comunicazioni più chiare con gli altri. La comunicazione è sempre meno inquinata dal filtro della dipendenza.

Prestando più attenzione, il dipendente affettivo sviluppa una migliore qualità dell’ascolto e questo risana il suo rapporto in quanto, come ben sappiamo, la comunicazione rappresenta il cemento di una relazione ….

Sviluppare la fiducia in sè

fiducia in sè

Dipinto di Amanda Cass

Mano a mano che ci abbandoniamo dalla paura dell’abbandono cresce la fiducia in noi stessi e la meta dell’autonomia si fa più vicina …

Il dipendente affettivo coltiva un rapporto complesso con il concetto di fiducia. Non ha fiducia in se stesso e non ripone fiducia negli altri. Non ha nemmeno molta fiducia nella vita.

Ripone fiducia e poi la toglie secondo criteri che sono noti solo a lui. E’ stato messo a dura prova perché lo hanno tradito o perché ha vissuto esperienze infelici. Sviluppa quindi relazioni senza fiducia e in questo senso tutto si complica.

La fiducia in noi stessi si nutre di esperienze in grado di dimostrarci come tale fiducia possa instaurarsi comodamente senza venire tolta di mezzo. Quando siamo alle prese con la dipendenza affettiva, a richiamare la nostra attenzione sono soprattutto le esperienze contrarie. La fiducia è fragile.

La fiducia in noi stessi è un pilastro che ci aiuta a consolidare il nostro intimo. Più è solida meno facilmente crolliamo; essa si costruisce un mattone alla volta nel corso di occasioni varie che ci permettono di svilupparla. Quando c’è fiducia le cose funzionano, quando la si perde tutto crolla. Ogni certezza vacilla, non crediamo più nell’amore, nella sincerità, nell’impegno. Ricordiamo solo le ferite d’amore, provocate da una fiducia tradita.

Man mano che sviluppiamo la fiducia in noi stessi cresce l’indipendenza; disponiamo di munizioni a sufficienza per affrontare la vita e incassare rovesci senza dubitare di noi stessi. In questo modo dipendiamo meno dagli altri per la nostra sopravvivenza, non siamo più alla mercè della loro approvazione perché ci concediamo il permesso di scegliere il meglio per noi.

Nessuno possiede un’incrollabile fiducia in sé; tutti attraversiamo momenti di dubbio e di incertezza, è umano. Tuttavia, se conserviamo dentro uno stabile nucleo di fiducia in noi stessi, la vita diventa più facile, compiamo scelte migliori, esitiamo di meno.

Man mano che impariamo a conoscerci, a stimarci e ad affermarci, la fiducia prende piede. Quando il rapporto si stabilizza, quando le nuvole all’orizzonte si dissipano, la fiducia è là, ma un colpo basso può fare in modo che tutto crolli. I rapporti che seguono ne soffrono, il nuovo partner non ha il beneficio del dubbio bensì il fardello della prova. Considerato che non nutriamo fiducia, la gelosia ci ruba il nostro primo bacio, manomette tutto quello che l’altro dice e lo rende colpevole ai nostri occhi. Vorremmo, ma non ci riusciamo.

Ci affidiamo al tempo che passa affinchè sistemi le cose. E tutto questo lo viviamo in silenzio, nel sospetto, cosa che non ci aiuta. Parlarne è necessario.

Aprendoci, ci lasciamo scoprire per quello che siamo. Apriamo la porta ad una relazione basata sulla comunicazione, cosa che facilita l’instaurarsi di un rapporto di fiducia.

La fiducia si sviluppa aprendosi ad esperienze di coppia costruttive. Per farlo, occorre compiere buone scelte, ossia evitare di seguire l’istinto del bambino ferito che cerca ad ogni costo di rivivere esperienze che gli permettano di porre rimedio al passato. Occorre cambiare rotta!!!

Fiducia in sé significa avere esperienze a sufficienza per convincersi del proprio valore personale. A questo proposito, occorre conoscersi ancora di più per riuscire a distinguere i punti deboli da quelli forti, calcando la mano su questi ultimi. Siamo consapevoli degli ambiti in cui abbiamo del talento, di ciò che riusciamo a compiere con facilità e dei motivi per i quali gli altri potrebbero essere interessati a noi.

La fiducia in sé è un segno di forza; segna il confine tra quelli che osano e quelli che si bloccano.

Se vi chiedo di elencarmi dieci delle vostre più belle qualità, in mancanza di fiducia me ne fornirete una o due, dopo molte esitazioni. Se invece avete fiducia in voi mi elencherete con sicurezza le qualità e farete lo stesso per quanto riguarda i punti deboli.

Per sviluppare la fiducia in se stessi occorre concedersi dei diritti che ancora non erano stati rivendicati, ad esempio il diritto di dire “No”, di cambiare idea o di sbagliare. Si acquisisce fiducia a forza di provare e di osare ad essere. Nessuno è immune dal fallimento o dal rischio di perdere la faccia. Chi osa avrà sempre il merito di averci provato. E’ attore della propria vita!

Quando osiamo, sviluppiamo la fiducia in noi stessi e questo ci aiuta ad osare di più, fino a farci gonfiare d’orgoglio. Ci affermiamo con più facilità, ci esprimiamo meglio, ridiamo dei nostri errori, ci prendiamo meno sul serio, siamo più clementi nei nostri confronti e, in questo senso, ci risulta più facile esserlo nei confronti degli altri.

La fiducia che riponiamo in noi influenza i nostri pensieri, le nostre azioni, il nostro giudizio e le nostre scelte. Il dipendente che sviluppa la fiducia in se stesso è, tutt’un tratto, un po’ meno dipendente. Si crea più spazio per la libertà all’interno della coppia uscendo dalla spirale della gelosia e del possesso.

Quello che ieri sembrava troppo bello per essere vero diventa realistico, possibile e compatibile con la nostra realtà. Quando in una relazione si instaura la fiducia, le basi si consolidano e la vita quotidiana diventa più semplice.

E allora come procedere???? Imponendosi delle esperienze arricchenti e nutrienti sul piano emotivo. Imparando a conoscersi, a dare il giusto peso alle cose; nulla è del tutto nero o del tutto bianco. Sviluppare la fiducia in se stessi esige tempo, energia e attenzione, implica l’impegno sul piano personale e, soprattutto, l’azione. Solo “pensare di …” come sappiamo bene ha i suoi limiti, è l’esperienza che fa in modo che la trasformazione si avveri. Occorre fare esperienza di vita e guardare se stessi agire, in interazione con gli altri.

E come in ogni percorso di crescita la strada più efficace è quella di ricentrarsi su se stessi, di esprimere a parole quello che si sente e di agire in prima persona ….

Uomini e donne collimano?

uomo donna

Numerosi popolari manuali, secondo cui gli uomini vengono da Marte e sanno parcheggiare, mentre le donne vengono da Venere e quindi appunto non so  sanno fare, hanno contribuito a dare vita ad una discussione decisamente più profonda e complessa dei libri da cui ha preso spunto.

Ai tempi delle nostre nonne le regole del gioco erano fisse. Gli uomini assumevano il loro ruolo e le donne pure. Perlomeno all’esterno queste direttive sociali venivano rispettate e seguite in maniera abbastanza coerente.

Dagli anni Sessanta la situazione è cambiata in modo radicale. Se in passato i costumi sociali e la morale trasmessa dalla Chiesa valevano come istanze su cui improntare la convivenza relazionale, oggi questi sono stati progressivamente sostituiti da ideali che vedono ai primi posti della propria scala di valori concetti come libertà, autorealizzazione e indipendenza.

Accanto a questi cambiamenti sociali generali vanno tenute presenti le rivoluzioni specificatamente sessuali, secondo cui gli uomini non sono più i soli che vanno a “caccia” e le donne non sono più le uniche “addette al focolare domestico”.

Le società moderne prevedono individui autonomi e indipendenti, capaci di badare a se stessi e mantenersi da soli. I cambiamenti esterni perché siano considerati in modo evolutivo è necessario che portino con sé anche cambiamenti interni. Il rapporto intrinseco a matrimoni e relazioni sentimentali oggi non solo è ampiamente improntato alla parità dei diritti, ma ha anche acquisito una nuova dimensione profonda.

Nelle relazioni fra individui che vivono la propria vita in piena consapevolezza, la convivenza viene sempre più esperita come un movimento di “anime” e un “viaggio a due”. Si vive insieme per scambiarsi esperienze, cercare un contatto, incontrarsi e costruire qualcosa l’uno con il contributo dell’altro.

La formula che identifica queste dinamiche può essere riassunta con: “più consapevole è una relazione, maggiori saranno al suo interno rispetto, amore e libertà reciproca”. Il partner non viene più inteso come una proprietà o un possesso, bensì piuttosto come “specchio della propria anima”.

In passato era usuale la combinazione di un partner debole con uno forte per compensare debolezze e punti di forza. Oggi, dal momento che debolezze e punti di forza non vengono soffocati a lungo, ma in molti rapporti di coppia discussi apertamente, si tratta di crescere insieme a colui che ci sta di fronte e di mettere finalmente mano ai “compiti a casa” rimasti irrisolti. Per questo c’è bisogno di un luogo protetto che ogni relazione dovrebbe procurarsi, perché stirando, seguendo i figli per i compiti o stando davanti alla televisione non ci sarà l’opportunità di parlare di argomenti che scavino in profondità. Qui si richiede il silenzio, attenzione premurosa, intimità e sensibilità: perché questi sono i momenti che costruiscono davvero il valore e la sostanza di una relazione.

Siccome il classico comportamento di ruolo è radicalmente mutato, uomini chiedono un congedo per paternità mentre giovani mamme riprendono ad esercitare la propria professione, i valori di una relazione sono stati trasferiti dalla sfera esteriore a quella interiore. Oggi, in molti legami, si tratta di vedere nell’altro un “individuo spiritualmente affine”, piuttosto che percepirlo nel classico ruolo uomo-donna. In questo contesto risulta evidente che sul piano psichico la differenza tra uomini e donne si riduce. E’ vero che nell’uomo continua a dominare la parte mentale, attiva e razionale, mentre nella donna è la parte emozionale, ricettiva a essere in primo piano, ma anche questi due mondi si stanno sempre più avvicinando. Le donne acquisiscono chiarezza mentale e gli uomini danno spazio a sentimenti e intuizioni.

Quindi gli uomini permettono alla loro “parte femminile” di estrinsecarsi, mentre le donne imparano ad avvantaggiarsi dei loro “aspetti maschili”. Più lucido e consapevole è questo processo, più facile sarà per i partner coinvolti in una relazione incontrarsi da individuo a individuo e non in primo luogo da uomo a donna.

Per non essere fraintesa: non si tratta di rendere interscambiabili uomini e donne. Le donne rivelano e riveleranno sempre la parte femminile della creazione e gli uomini quella maschile. Per la donna moderna si tratta di scoprire il suo nucleo essenziale più intimo, che non è più prevalentemente specifico di un sesso. Lo stesso vale naturalmente anche per gli uomini.

Se si compie questo passo verso la propria interiorità, l’incontro tra uomini e donne si realizza in una dimensione profonda e completamente diversa. Come ovvio una donna rimane comunque una donna e uo uomo un uomo. Ma nel contesto di questa nuova consapevolezza …. collimano!!!

Intraprendenza

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Eccoci alla sesta nota dell’Armonia: l’Intraprendenza.

Intraprendenza vuol dire prendere l’iniziativa, iniziare qualcosa di proprio, di originario, qualcosa la cui nascita e crescita dipende dalla nostra volontà, costanza e abilità.

Intraprendenza comporta un armonioso allineamento delle parti interne, dopo avr superato i conflitti interiori che avevano fatto titubare, altalenare tra diverse posizioni.

Per diventare intraprendenti bisogna credere e avere fiducia nelle proprie capacità, nella propria determinazione di superare gli ostacoli, nella propria motivazione autentica che non ha bisogno di permessi, spinte o riconoscimenti esterni.

Per mantenerci intraprendenti abbiamo bisogno di fare i conti con la nostra integrità, autenticità e coerenza. Integrità porta a superare i conflitti interni che ci facevano dubitare e vacillare o sospendere o rimandare l’intraprendenza. L’autenticità fa individuare il nucleo del sé più profondo, che non è un prodotto di forze esterne ma di motivazioni intrinseche basate sui propri valori. Porta ad essere consapevoli di quello che si vuole, si può, a privilegiare l’essere in sé, a valorizzare i propri talenti e a espandere le proprie possibilità.

L’integrità ci porta a considerarsi responsabili delle scelte operate senza autoinganni (dicendo per esempio che ci siamo sacrificati per far piacere ad una persona), senza manipolazione di dati (volendo far credere per esempio che siamo stati costretti).

Siamo integre quando ci assumiamo le responsabilità dei nostri comportamenti, frutto delle nostre scelte autonome.

L’intraprendenza fa fare il punto sulla propria identità. Essa ci porta ad essere chiari e trasparenti, senza ambiguità. E quando manchiamo di sincerità e autenticità sappiamo che stiamo manifestando una sorta di demenza sociale che sarebbe opportuno frenare. In quel momento sentiamo l’urgenza di ristabilire ordine, chiarezza, reciprocità e di risvegliare l’integrità.

Integrità ci ricorda che il dovere nei confronti di noi stessi è quello di evitare che alcuno ci tratti da stupidi o da imbecilli né renderci tali con la nostra passività o pigrizia.

E’ perciò importante considerare l’Assertività, la settimana nota di Armonia ….

“ Qualunque cosa tu sappia fare

o pensi di saper fare comincia a farla

subito. Nell’ardire v’è estro,

potenza e magia “ W.Goethe

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