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Sperare è potere …..

speranza 1

La mia autostima alimenta la speranza. Solo se mi riconosco, se mi considero di valore, se mi reputo degno di felicità, se sono consapevole delle mie potenzialità e della forza che posso esprimere, sono anche in grado di desiderare.

La speranza è desiderio e configura un futuro auspicato, ma incerto nella sua realizzazione. La speranza può assumere le forme immaginarie di uno scrittore, la visione di un leader, la strategia di un giocatore, i sospiri di un innamorato. In tutti i casi è movenza attiva e non semplice attesa.

Per scatenare le migliori energie, la speranza deve fare i conti con il principio di realtà, ovvero è necessario ancorare i desideri al possibile e al potenziale. La speranza è tale solo se configura un’utopia possibile, un luogo che non è presente, ma è realisticamente raggiungibile.

E’ la speranza di Colombo, armato di centinaia di mappe, di infiniti giorni di calcolo, di equipaggi professionali, di navi forti e capaci di solcare tempeste, e soprattutto delle sue capacità di navigatore.

Colombo è stato protagonista di un incredibile fallimento: doveva cercare la strada più breve per le indie, ha trovato quella più lunga ……  Ma anche nel fallire possiamo ottenere risultati inaspettati!

E’ il principio di realtà che trasforma l’utopia in programma, obiettivi, strategie di azione. In questo senso la speranza è un fatto di prassi, si azione di iniziativa, di espressione concreta dei propri sogni, di analisi attenta del reale.

Ma l’analisi del reale non è mai soggettiva. La speranza permette all’osservatore di avere una visione attiva della realtà, dal punto di vista del suo possibile cambiamento.

Colui che spera cerca nella realtà le leve che possano permettere di realizzare quello che desidera. La fondazione pratica della speranza dipende dal numero di alleati che riesce a mobilitare intorno a sé. La presenza o assenza di alleati rappresenta l’ecologia della speranza.

Come il pessimista non farà altro che cercare conferme alla sua impotenza, colui che spera cerca indizi che lo conducano alla meta. Mosso dalla volontà di realizzarsi, cercherà nella realtà tutte le opportunità per farlo.

Colui che non ha desiderio, cercherà nella realtà chi gli offre prima un lavoro, qualunque esso sia. Il pensiero caricato dalla speranza, non può contemplare l’esistente, non può fermarsi e osservare; è carico di azione potenziale.

Viviamo in uno dei paesi più ricchi del mondo, eppure sembra che non ce ne accorgiamo …. Se alziamo lo sguardo in cerca di modelli, possiamo vedere centinaia di migliaia se non milioni di uomini e donne che si muovono sul pianeta mossi dalla speranza di una vita migliore. Sfidano stati canaglia, mafiosi senza scrupoli, mari in tempesta, popoli pregni di razzismo, perché animati dalla speranza. Invece di averne paura dovremmo imparare da loro …

La speranza è vita attiva !!!!!

Strategie di ottimismo: come rimanere ottimisti quando le cose vanno male.

germoglio pietra

Quando un particolare problema ritarda lo sviluppo dei progressi che avevamo messo in conto, capita di frequente che siamo subito pronti a dubitare di noi stessi,della validità dell’obiettivo che ci siamo dati e dei risultati da ottenere.

Gli eventi inaspettati che portano scompiglio nella routine delle nostre attività costituiscono una minaccia per la nostra stabilità; la nostra reazione allora sarà esagerata e proprio questo panico improvviso ci impedisce di risolvere il problema al più presto possibile.

Non è il problema in sé a scuotere la fiducia in noi stessi, ma il nostro atteggiamento nei suoi confronti che ci preclude il superamento dell’ostacolo in maniera rapida e incisiva.

Se ci facciamo prendere dal panico non appena le cose vanno male indeboliamo notevolmente le nostre capacità di risoluzione delle situazioni. Non appena percepiamo un segnale di pericolo, ci irrigidiamo nella convinzione di non riuscire ad affrontarlo, decidendo per la fuga o l’abbandono; in altri termini non sviluppiamo appieno il nostro potenziale. Se pensiamo di essere dominati da forze al di fuori del nostro controllo, la nostra risposta sarà conseguente, ma se crediamo nella nostra capacità di dirigere gli eventi, possiamo attivarci per mettere in pratica le nostre idee.

Quello di cui abbiamo bisogno è la consapevolezza della nostra forza per poterne disporre in caso di emergenza.

Ogni problema ha un punto debole, ed è lì che occorre fare leva per sbarazzarsene: prima di risolverlo però bisogna affrontare tutta intera la difficoltà; cercare di sfuggirvi rappresenta solo una liberazione a breve termine. Occorre quindi analizzare bene quello che ci infastidisce e ci fa indugiare troppo: allora scopriremo che il problema non era poi così difficile come pensavamo.

Svisceriamolo in tutti i dettagli e poi sbrogliamo la matassa verso la soluzione: ci accorgeremo di quanto ci sentiremo sollevati e sicuri delle nostre capacità. Concentrarsi sull’ostacolo da superare ci permette di perdere il controllo della situazione, privandola così dell’aspetto minaccioso. Smontando il problema in tutte le sue parti, sapremo trattarle ad una ad una con successo.

Ecco dunque i tre passi principali per conservarsi decisi a proseguire anche in una situazione difficile:

OSSERVARE – DECIDERE – AGIRE

Facciamo un esempio. Un giorno notate che una vostra collega di lavoro vi risponde a malapena: sembra che sia furiosa. Vi chiedete cosa possa essere successo e se avete fatto qualcosa per irritarla tanto, per cui cominciate ad osservare come si comporta con gli altri. E’ scortese con tutti o solo con voi?

A seconda di come valutate il suo comportamento, dovrete decidere cosa fare. Se la collega è ostile solo nei vostri confronti, potete girarle al largo e aspettare che passi la tempesta (non-azione), oppure potete chiederle che problema ci sia (azione). A seconda del vostro grado di sicurezza scegliete l’una o l’altra opzione (azione o non-azione).

Se però notate che la collega è brusca con tutti, avete sempre due possibilità: se vi è indifferente, probabilmente la ignorerete per un po’ (non –azione); se siete interessati a lei o a mantenere un’atmosfera gradevole in ufficio, forse vorrete rivolgerle la parola per scoprire le ragioni del suo cattivo umore (azione).

Il più delle volte si sceglie la non-azione perché si teme di andare a scoprire la realtà. Invece di chiarire la situazione, ci avveleniamo la vita elucubrando sulla possibilità di avere fatto qualcosa all’altra persona per offenderla. Invece di puntare a scoprire la verità, ci torturiamo rivolgendoci accuse ed evocando fantasmi; in altre parole, ci rifugiamo nell’elucubrazione mentale, ma così non facciamo altro che crearci delle angosce.

Assumere un atteggiamento costruttivo per la soluzione delle difficoltà allarga lo spettro delle possibilità che abbiamo perché meglio sapremo risolvere le piccole difficoltà e più grande è la probabilità di essere in grado di tener testa nelle situazioni più difficili. Imparando a trattare i problemi spinosi, estenderemo i confini di ciò che siamo consapevoli di fare e sperimentare, collocandoci giustamente sulla strada che porta alla nostra pena realizzazione.

Proviamo a rimuovere gli ostacoli e poi a dimenticarcene. Possiamo fare davvero tutto quello che vogliamo, possiamo superare le difficoltà e, mente le vinciamo, conosceremo meglio noi stessi, le nostre capacità e le nostre potenzialità per ottenere le cose

Smarriti nella Landa Desolata

paesaggio con nebbia

Non vi siete mai persi nelle illusioni, nella nebbia di un futuro immaginario i cui contorni vi allettano ma rifiutano di manifestarsi nella realtà?

Qualunque territorio può diventare una Landa desolata se ci stiamo troppo a lungo; e in una landa desolata non c’è crescita, movimento o evoluzione, bensì una stagnazione intrappolata da pensieri ripetitivi che affievoliscono il nostro sentire.

Tutto ci sembra trasparente e senza sostanza, vaghiamo in questo paesaggio smarriti e al di fuori del tempo, finchè non ci autorizziamo a provare quelle emozioni che per paura di sentire ci hanno precipitato in questo limbo.

Come ho detto sopra ci possono essere molte “lande desolate” una di queste è la “Landa Desolata del passato”, luogo occupato da fissazioni in cui si rivive costantemente sempre lo stesso film. Non è uno spazio di presa di coscienza e scelta, piuttosto un luogo dove la nostra mente è occupata da continui rimpianti. Rimpianti però privi di sostanza, bensì ininterrotti rimuginii della mente che continua a pensare a come sarebbe potuto essere e non è stato, una sorta di ossessione che ci porta ad arrotolarci sempre più tra le spire di un circolo vizioso difficile da invertire.

Spesso in questa Landa ci vengono a trovare tre fantasmi il “dovrei”, il “vorrei”, il “potrei” pensieri al condizionale privi di reale concretezza, perché solo pensati ma non giunti a quella reale consapevolezza del cuore che li trasforma in azione.

Vivere nel passato non ci da alcun nutrimento emotivo né ci aiuta a trovare motivazioni nel presente, che è il tempo che ci è dato da vivere. Più rimaniamo lì, più il tempo ci sfugge e ci sentiamo smarriti e privi di controllo. L’essenza della vita scivola via finchè non diventiamo anche noi fantasmi.

Anche se spesso ci vuole coraggio per accettare il presente, questo è l’unico modo per cominciare a creare un futuro migliore.

Anche qui però attenti, può succedere che quando pensiamo al futuro ci ritroviamo in un’altra Landa Desolata anche se sicuramente più allettante della precedente, che ci attira con grandi promesse. Ricordiamoci che il futuro non è solido, è un pensiero, un desiderio, un sogno proiettato non ancora diventato reale.

Possiamo scrivere un vero e proprio copione sullo svolgimento della nostra vita, però il futuro non siamo in grado di controllarlo; possiamo cambiare il presente sul quale il futuro si fonda. Quando invece ci illudiamo di poter controllare il futuro, finiamo in una Landa Desolata.

Pensare ai potenziali problemi che potrebbero accaderci cercando di comprendere quali eventuali emozioni potrebbero suscitare sarebbe un buon esercizio, se lo facessimo consciamente e se, dopo, avessimo la coerenza di riflettere sulla mossa da fare e quindi realizzarla.

La difficoltà, però, sta nell’evitare il pessimismo cosmico che ottenebra la mente e la nostra possibilità di pensare creativamente ad una possibile soluzione, e la successiva fuga dal dolore ad ogni costo che ci porta a cercare di arrivare ostinatamente alla destinazione magica, dove non ci saranno problemi da risolvere.

La domanda che sorge spontanea a questo punto è: come si fa ad uscire da queste Lande Desolate?

L’uscita passa attraverso due porte l’Accettazione e l’Azione Creativa. Accettazione consapevole di quello che è, con tutto ciò che questo comporta, non avendo paura di cadere preda del dolore, bensì imparando a starci lasciando la via del pensiero per avvicinarci a quella del cuore.

Accettare che il passato “è stato” e di non essere l’unica forza a poter determinare il futuro ci permette di assumerci quella responsabilità necessaria a fare dei cambiamenti invece di aspettare che qualcuno venga a salvarci. Si mette in atto quell’Azione Creativa che comincia a lavorare nel momento in cui si lascia andare l’ossessione di raggiungere quello che non è stato e mai potrà più essere per andare verso un obiettivo che partendo dal “qui e ora”  ci porterà, attraverso un cammino vissuto consapevolmente passo dopo passo, a ciò che siamo “destinati” ad essere.

La magia della vita è dappertutto, anche nei luoghi meno probabili e se miglioriamo le nostre doti di navigatori ci risulterà più facile tollerare le regioni ostili e così facendo potremo evitare quelle Lande Desolate fuori dal tempo che ci impediscono di evolvere ingabbiandoci in un eterno limbo.

Dall’Osare al “mettere in pratica”

OSARE 1

Troppo spesso nella vita le persone non riescono a ottenere ciò che vogliono veramente perché si lasciano trascinare dagli eventi e imprigionare dal tempo e dalle pretese che gli altri hanno su di loro.

Non compiono mai il passo di decidere cosa vogliono davvero ottenere dal loro tempo, dal loro lavoro, dalle loro relazioni e soprattutto da se stesse.

Non stabiliscono liberamente e consapevolmente l’obiettivo che si impegnano a raggiungere per vivere in modo completo e gratificante. Al contrario, finiscono col percorrere una qualsiasi strada che la vita offre loro, e che per di più molte volte si rivela deludente.

Come poter invertire questa rotta?

=> OBIETTIVO: più fai chiarezza su quello che vuoi raggiungere e più facile sarà trovare un modo per riuscirci.

Se viaggi su una barca a vela, se sai esattamente dove stai andando, eventuali cambiamenti repentini  della direzione del vento non ti potranno creare alcun problema: ti basterà posizionare le vele in modo da proseguire la navigazione verso la destinazione che avevi scelto. Invece, chi naviga nel mare della vita senza avere una meta precisa, sarà facilmente portato ad andare “dove tira il vento”, focalizzandosi sull’atto di navigare invece che sul mantenere la rotta: le probabilità che in questo modo arrivi in un porto non gradito sono davvero alte, sempreché non finisca addirittura sugli scogli.

Quindi la prima domanda a cui dobbiamo abituarci a rispondere è: “cosa voglio veramente?” “quale è il mio vero obiettivo?”

=> LO SCOPO: spesso nella vita sappiamo quello che dovremmo fare, ma non abbiamo sufficienti ragioni che ci entusiasmino, dei perché tanto importanti da predisporci a fare qualsiasi cosa necessaria per ottenere quello che vogliamo veramente.

Una persona che ha un motivo valido per andare da qualche parte, in un modo o nell’altro riuscirà ad arrivarci, trovando le risorse sufficienti a superare qualsiasi ostacolo. La nostra motivazione non è mai legata all’obiettivo in sé, ma a ciò che ci darà raggiungerlo, a come ci farà stare, alle sensazioni che ci farà provare.

Pensa per esempio ad una situazione nella quale sei stata fortemente motivata e la tua determinazione non è venuta meno nel tempo: sicuramente quell’obiettivo per te era davvero importante aveva un significato speciale, ti avrebbe fatto stare incredibilmente bene, cos’ come non raggiungerlo sarebbe stato un dolore insopportabile. In poche parole valeva la pena impegnarsi per quello, c’erano dei validi motivi che ti spingevano all’azione.

Perciò quando sai cosa è che vuoi veramente prova a chiederti: “perché lo voglio? Cosa mi darà? Come mi sentirò dopo aver raggiunto questo risultato? Quale è il mio vero scopo? Perché vale la pena impegnarsi per questo?”

=> PIANO DI AZIONE: “quali azioni specifiche devo fare per ottenere questo risultato che sono impegnato a raggiungere?”.

Quando il tuo obiettivo è veramente chiaro e le ragioni per cui vuoi raggiungerlo ti danno la spinta emozionale abbastanza forte, scoprire il modo migliore per portare a termine il lavoro diventa qualcosa di ovvio.

Ci sono molto modi per raggiungere un qualsiasi risultato: se una strada  non funziona, ma sei focalizzato sul tuo obiettivo e hai uno scopo sufficientemente importante, allora potrai essere flessibile e ti sarà facile trovarne un’altra.

Quindi, prima di decidere cosa fare, è bene sapere che cosa vogliamo e perché lo vogliamo e solo allora stabilire il nostro piano di azione, come un qualunque viaggiatore che, prima di mettersi in cammino, ha deciso dove andare, per quale motivo vuole andare e che strada percorrere per arrivarci……

 

“Tutti noi abbiamo una mission che perseguiamo senza esserne del tutto consapevoli. Nel momento in cui la portiamo completamente alla coscienza, le nostre vite possono decollare…” James Redfield

L’Eroina che è in ogni donna

donna in viaggio

Ogni donna è il personaggio principale della propria storia di vita.

In lei è presente un’Eroina potenziale protagonista del viaggio che inizia con la sua nascita e prosegue per tutta la durata della sua vita.

Lungo il cammino potrà incontrare la sofferenza, la solitudine, scoprirsi vulnerabile, sperimentare il limite e imbattersi nella sua Ombra.

Ma potrà anche trovare significati, sviluppare il carattere, apprendere la saggezza, conoscere l’amore.

Il viaggio dell’Eroina è un viaggio di scoperta, di crescita e di integrazione di tutti gli aspetti di sé in una personalità intera e complessa.

Il compito più importante che spetta alla donna-eroina nel suo cammino verso l’individuazione è la capacità di scelta.

Muoversi dalla “dinamica immobilità” che la fa stare ferma in mezzo al crocevia delle possibilità, incerta sui propri sentimenti, astenendosi dalla scelta perché incapace di rinunciare a perdere qualcosa, oppure vittima-martire degli eventi che le passano sopra travolgendola o ancora sentendosi inadeguata ad accettare il rischio che ogni scelta comporta.

Assumersi la responsabilità di fare una scelta non sempre è facile , ciò che contraddistingue la donna-eroina è che lei lo fa!

La donna non-eroina, al contrario, si affianca alla scelta di qualcun altro invece di decidere attivamente se questo è quello che vuole fare.

Ciò che spesso ne risulta è una persona passiva, vittima degli eventi che, molto spesso dopo il fatto, dice:”Non era questo che volevo. L’idea è stata tua” oppure “Facciamo sempre e solo quello che vuoi tu”, non riconoscendo in questo modo la sua incapacità a prendere una decisione.

A parziale discolpa di questo tipo di comportamento va sottolineato che le radici della “scelta” affondano nel terreno dell’autostima.

L’autostima è il proprio modo di vedere se stessi e se stessi nella relazione con gli altri. Essa è una spia luminosa che di fronte ad un bivio ci segnala la strada da seguire.

Possedere una buona autostima significa essere consapevoli dei propri punti di forza e di conseguenza saper attivare le proprie risorse di fronte agli ostacoli e alla conseguente necessità di fare nuove scelte.

In origine la stima di sé si costruisce e si modifica sulla base delle caratteristiche individuali, dei successi o degli insuccessi che registriamo dentro di noi in diversi momenti della vita. Allo stesso tempo essa si modella anche in rapporto all’immagine che ci rimandano gli altri, alle loro valutazioni più o meno comprensive o incoraggianti.

Va anche detto che a causa di stereotipi culturali che rendono più difficile alla donna l’autodeterminazione, la via femminile all’autostima ha un percorso più lungo e tortuoso di quello dell’Eroe maschile.

Ha più fermate, giri più ampi e bisogno di più rifornimenti ma, forse proprio per questo movimento lento, contiene sfumature, dettagli, sensazioni e osservazioni che contribuiscono a formare una rappresentazione composita e multiforme di noi stesse.

La mutevole essenza di noi donne che tanto affascina l’Eroe sottende una molteplicità di bisogni e comportamenti che fanno emergere alcune diversità fondamentali rispetto al modo in cui uomini e donne sviluppano e vivono il senso di sé e del proprio valore.

L’Eroe e l’Eroina, cioè, differiscono sensibilmente nel modo in cui ai autorappresentano, vivono, agiscono e affrontano il Viaggio.

Ai primi posti per l’uomo c’è l’autonomia per la donna la relazione.

Con una metafora possiamo dire che lo sguardo dell’uomo guarda avanti, quello della donna guarda intorno a sé.

Questo in virtù dei diversi percorsi che hanno caratterizzato il processo di individuazione del maschile e del femminile.

Il primo rivolto soprattutto alla ricerca del “potere”, il secondo relegato al mondo degli affetti.

Il femminile è sovrano nel regno dell’anima, consigliere saggio e accorto, maestro dei sentimenti e di emozioni, ossia di quegli aspetti e di quei valori con il quale il maschile ha poca dimestichezza. Tutto questo a discapito della propria capacità ad autodeterminarsi.

Vita dura per la nostra Eroina nel suo cammino verso l’integrazione….

La nostra capacità di scelta, l’autoefficacia e la stima verso noi stesse sono sempre subordinate all’ abilità di “stare in relazione”.

Difficile spezzare la catena e darci il permesso di percepire noi e la nostra vita appagante e piena in senso integrale e non solo “in relazione a..”.

Da qui tutta una serie di ansie, paure di essere respinte, competitività e conflitti reali derivanti dall’impegno richiesto, dalla famiglia e dal lavoro cui si dedica tempo ed energia.

Possiamo quindi comprendere quanto sia profonda e diffusa la sensazione di non sentirsi adeguate se non si tessono e mantengono legami…

E’ indispensabile, quindi, sviluppare la capacità di “disobbedire” alle etichette appiccicate su noi stesse e sul mondo attraverso la ri-appropazione di tutti gli elementi “ombra” del femminile.

E la nostra Eroina si sentirà tale nel momento in cui si sentirà sufficientemente forte da poter affrontare il suo “drago” sviluppando la capacità di espandersi nell’ambiente andando verso l’altro e nello stesso tempo la capacità inversa di ritirarsi dal contatto, scegliendo di appartenersi.

Ed è in questa continua danza tra lo “stare in relazione” e scegliere di ascoltarsi che consiste l’equilibrio e l’integrazione.

A questo punto potremmo ridefinire la scala dei valori al femminile, inserendovi oltre al relazionarsi e al mantenere il legame, altre priorità come il potere personale, il coraggio e la determinazione a perseguire i propri obiettivi.

In conclusione il Viaggio verso la completezza si traduce nella capacità di essere attive e ricettive ad un tempo, autonome e intime. Si tratta di parti di noi che possiamo arrivare a conoscere attraverso le esperienze della vita, parti che sono innate a tutte noi e come dice Thomas Eliot:

“Non desisteremo mai dall’esplorare . E la fine di ogni nostro esplorare sarà giungere là donde siamo partiti e conoscere quel luogo per la prima volta”

Liberametne tratto da: M.Menditto – “Autostima al femminile” – Ed.Erickson

Decision Making

scegliere

Dal libro di Katia De Luca ed Enrichetta Spalletta “Praticare il tempo”, editrice Sovera, che tratta dell’arte di prendere decisioni.

La decisione, come sappiamo, è la scelta di intraprendere un’azione tra più alternative possibili; è un processo il più delle volte complicato, fonte di disagi , paure e ripensamenti . E’ andare verso l’ignoto facendosi carico di una certa dose di rischio . E’ lasciare la “base sicura” anche se spesso traballante spingendosi verso territori sconosciuti. Imparare a de-cidere (de-caedo=> tagliare via) con consapevolezza, autonomia e responsabilità è un grande passo sulla strada del cambiamento.

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Le decisioni sono parte integrante della nostra vita, ogni azione intrapresa è il frutto di decisioni che stabiliscono chi siamo e cosa vogliamo fare nella vita.

Decidere diventa spesso un automatismo, che porta di fatto a perdere la consapevolezza di avere il controllo sulla propria vita. Per trasformare i sogni in risultati bisogna prendere le nuove decisioni in modo consapevole.

Non si può non decidere, quando rinunciamo a farlo stiamo solo decidendo di non compiere nessuna azione e lasciamo che siano gli eventi a decidere per noi.

La persona che usa i verbi al condizionale non dà a se stessa la possibilità di vedere realizzato ciò che desidera. Bisogna imparare a prendere decisioni senza condizioni: potranno non essere le migliori, ma è sempre meglio che non decidere affatto.

Le decisioni, come le azioni, hanno diverse fasi che implicano diversi stati motivazionali e mentali. La persona ha la tendenza ad arrivare quanto prima alla decisione e passare presto all’azione soprattutto se pensa di aver elaborato molte informazioni che hanno portato a quella scelta utilizzando molto tempo.

Il tempo che le persone investono nella presa di decisione dipende da molti fattori, tra cui la natura e la complessità del compito, il rischio soggettivo implicato, le abilità, le esperienze personali e l’aspettativa della quantità di tempo da investire.

Le differenze personali e motivazionali influenzano la velocità con cui si prendono decisioni, chi con un orientamento a breve termine, chi con uno stile a lungo termine. Si può prendere una decisione rapida e comunque ponderata oppure decidere d’impulso come risposta ad uno stato di incertezza, di paura, una decisione da “salto nel buio”. In queste situazioni la persona, proprio perché sotto pressione, tenderà ad essere poco attenta alle informazioni, comportandosi come ha sempre fatto nonostante in quel momento e in quella situazione siano necessarie scelte diverse.

Conoscere nuove strade o nuovi modi di affrontare le situazioni aiuta a non temere i cambiamenti.

Le decisioni comportano diversi contesti temporali secondo due modalità: nella prima le decisioni possono influenzare specifici eventi o azioni e possono avere effetti pervasivi che si protraggono nel tempo; nella seconda possono esserci differenti spazi temporali tra il momento in cui si prende una decisione e il momento in cui si ottiene il risultato sperato. Il periodo che intercorre tra la presa della decisione e il suo risultato ha un effetto molto importante nelle decisioni “rischiose”, quelle cioè che potrebbero avere un risultato negativo; inoltre, molte decisioni sono viste in modo differente quando si avvicina il momento in cui si devono prendere.

La pressione di tipo temporale può non avere gli stessi effetti su tutti i tipi di decisione e in tutte le circostanze, e di solito ha un effetto differente per coloro che prendono quel tipo di decisioni per la prima volta o per coloro che le hanno già prese.

Una decisione veloce ed efficace di solito riflette un maggior numero di informazioni e varie alternative elaborate complessivamente.

(pagg. 73/74 opera sopra citata)

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E ora passiamo alla pratica …..  faccio quattro passi … e poi decido

Primo passo – Mi informo

=> Raccogliere il maggior numero di informazioni

=> Procurarsi delle brochure

=> Cercare su internet

=> Chiedere alle persone che l’hanno già fatto o che ci sono riuscite

Secondo passo – Quanto costa?

In questo passaggio avviene il confronto tra i valori personali e i valori della scelta.

Che cosa comporta questa decisione?

Terzo passo – Il prezzo è troppo alto!

In questa fase si fa una valutazione di costi/benefici nel fare o non fare quella cosa

Quarto passo – Ho deciso … il dado è tratto!

Esercitarsi nel fare scelte è una capacità importante per raggiungere il successo personale.

(box esplorativo pag.74 opera sopra citata)

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“ Il tempo della decisione è il tempo del presente con una proiezione in un futuro definito” (cit.)

Fidarci di noi

credere in se stessi

Troppo spesso ci risulta difficile realizzare quello che ci sta a cuore, se per certi aspetti possono esserci degli ostacoli davanti a noi, dall’altra parte accampiamo scuse per non realizzarlo, per paura.

Certo, non possiamo sapere come andrà a finire, ma se sapessimo già il risultato di ogni nostra azione la vita sarebbe poco emozionante.

L’Universo però ci chiede di metterci in gioco.

Rifiutare la chiamata della vita, significa la stasi.

L’energia potenziale racchiusa in ognuno di noi va realizzata altrimenti, prima o poi, pur di trovare un modo per manifestarsi, esploderà e potrà farci male.

Molte volte la verità è che non crediamo pienamente che qualcosa funzionerà a nostro favore.

Siamo dubbiosi, ansiosi  ci manca quel sano coraggio per osare fare quel famoso e così fondamentale “primo passo”….. La parola coraggio deriva da “avere cuore”. Ci vuole coraggio per agire. Ci vuole cuore, cuore per ciò che stiamo facendo, cuore per noi che lo facciamo.

E questo si può tradurre in un’altra parola: fiducia.

Agire confidando in noi.

Procedere con fiducia nella vita, in ogni giornata, in ogni azione, in ogni pensiero, ci permetterà di realizzare chiaramente quello siamo chiamati a fare: realizzare chi siamo!

Questo significa dare contenuto alla vita, seguire la nostra mission.

La fiducia è qualcosa che si ripone, come un’intenzione chiara e aperta, nelle pieghe dell’esistenza.

La fiducia è consapevolezza di chi siamo, terreno fondamentale e punto di partenza di qualsiasi percorso.

Tutto il tempo impiegato a criticare gli altri, le cose che non ci vanno bene, tutti i dubbi, le possibilità negative, tutto questo è tempo sprecato.

La fiducia è una disposizione d’animo che non è sinonimo di ingenuità. Fiducia significa guardare avanti portando nel cuore la certezza che ogni cosa andrà esattamente come deve andare.

Non facciamoci distrarre dal caos o, peggio ancora, non utilizziamolo come alibi. Proviamo a muoverci in quel caos con leggerezza e determinazione.

Nel flusso della vita la nostra intenzione sarà la nostra guida e il timone sarà la nostra fiducia, sarà quanta consapevolezza abbiamo nel nostro essere presente a noi stessi e sereni nel sapere che ogni coxa, ogni evento, ogni circostanza hanno un senso preciso.

Anche quando è sbagliato … anche quando non ci fa stare bene … anche quando niente va come dovrebbe andare. Secondo noi.

La fiducia è avere tenacia nel procedere.

La fiducia ci permette di non essere in lotta, ma di seguire il flusso delle cose.

Lasciamo posto alla possibilità … accogliamo l’incertezza.

Riconsideriamo i dolori e le sofferenze … rivalutiamo le difficoltà e gli ostacoli.

Ci sono momenti in cui è bene fermarsi, certo. Ci sono situazioni che richiedono attenzione e passi ponderati e cauti. Ma ricordiamo ci sempre di scegliere di alzarci quando è il momento.

Non “dobbiamo” essere fiduciosi, non per dovere, non perché temiamo le conseguenze, non perché pensiamo che essere fiduciosi ci può rendere più capaci di fare. Nemmeno perché così siamo buoni e così saremo ripagati.

Ma siamo fiduciosi perché vogliamo e scegliamo di crescere, di espandere il nostro essere, la nostra vita, le nostre possibilità.

Siamo fiduciosi perché la nostra energia è fatta per essere usata ogni santo giorno che ci viene dato di vivere.

Siamo fiduciosi per esplorare il nostro posto nell’Universo.

Siamo fiduciosi per poterci conoscere e guardare dentro.

Quando si ha fiducia si impara ad andare oltre le circostanze. Significa guardare il mondo da un luogo senza tempo che si trova dentro di noi.

Siamo fiduciosi ricordandoci che noi siamo ben di più di un insieme di reazioni all’ambiente in cui viviamo.

Siamo fiduciosi che la vita vuole che noi ce la facciamo. L’esistenza è dalla nostra parte e ci viene chiesta la nostra partecipazione.

Siamo stati scelti, proprio noi, e da parte della vita è stata riposta totale fiducia in noi. Ricambiamola!

Apriamo il nostro cuore per andarle incontro.

Siamo vivi, non diamolo per scontato.

Siamo vivi, il nostro cuore batte, il nostro respiro ci accompagna ….

Siamo completamente, assolutamente e preziosamente VIVI!

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Tratto liberamente da alcuni passi

Barbara Pozzo – “La vita che sei” – Ed.BUR

Alibi … scuse … e lamentele …

LAMENTELE

Partiamo da questa frase di Stephen Covey, stimata autorità nel campo della leadership esperto della famiglia, insegnante e consulente aziendale “se pensate che il problema sia all’esterno, è quello stesso pensiero il problema!”

Questo è “il” problema. Tante persone cercano scuse per non fare ciò che desiderano fare perché costa fatica. Preferiscono fermarsi ai problemi e incolpare elementi esterni (persone, cose e situazioni) piuttosto che iniziare a cercare soluzioni.

Tutti noi abbiamo desideri, obiettivi, aspettative in merito alla nostra vita, al nostro presente e al nostro futuro. Alcuni di noi trovano forza in tutto questo e lo utilizzano come un motore, come la freccia che viene scagliata dall’arco solo dopo essersi caricata della forza dell’arciere.

Altri, pur sapendo nel profondo cosa desiderano e quali risultati vorrebbero ottenere, fanno finta di non vedere, di non ascoltare la vocina interiore che li sprona ad andare in quella precisa direzione. Ti sei mai chiesto il perché?

Per quale motivo molte persone si nascondono dietro gigantesche scuse, illudendosi di non essere viste?

Paura di non riuscire, paura della fatica, incapacità di perseverare e andare fino in fondo. Questi alcuni dei motivi che impediscono all’essere umano di costruire la propria felicità. Gli uomini sono travolti dagli eventi esterni solo fino a che credono di essere una foglia al vento in una giornata autunnale di vento forte. Sballottati da una parte all’altra, senza poter decidere dove andare, spinti, guidati, travolti dalla tramontana: questo siamo noi finchè deleghiamo al mondo esterno problemi, risultati, stati emotivi e sconfitte.

Le circostanze, le condizioni esterne, le persone, la società, i colleghi, i clienti, sono solo degli attori, rappresentano la scenografia all’interno della quale si snoda la vicenda della nostra vita. Ma la regia, che dirige i lavori e stabilisce chi fa cosa, i tempi, le modalità di recitazione spetta ad ognuno di noi. O meglio: a coloro che hanno deciso di prendersi questa responsabilità.

Se vuoi fare qualcosa, trovi un modo. Se non vuoi fare qualcosa, trovi una scusa!!!!

Ecco una serie di domande e affermazioni usate spesso da chi vive nella deresponsabilizzazione, intesa come mancanza di iniziativa nel risolvere problemi e ottenere i risultati sperati:

=> Perché devo sempre fare tutto io?

=> Perché il mio capo non mi valorizza?

=> Perché proprio io?

=> Perché non mi prendono sul serio?

=> Perché non mi dedicate più tempo?

=> Quando imparerete ad ascoltarmi?

=> Lei/lui non mi capisce.

=> Io sono fatta così …

=> E io cosa posso fare se …

E queste sono solo alcune delle domande o affermazioni che ogni giorno ascoltiamo e pronunciamo. Quando non riusciamo nel nostro intento, quando ci sono dei problemi, difficoltà, circostanze impegnative, tendiamo a non essere più noi i responsabili e accusiamo il mondo esterno di quanto ci succede.

Lamentele, scuse, giustificazioni condiscono la nostra esistenza, rendendo gli altri, il fato, Dio, la società, il lavoro, la crisi le cause dei nostri problemi e più raramente anche degli eventi positivi. Insita nell’essere umano c’è questa tendenza sacrosanta a delegare a tutto e tutti la responsabilità di quanto si vive. E’ innegabile che siamo tutti inseriti in un ambiente caratterizzato da persone ed eventi che ci sfiorano e ci attraversano lasciando cicatrici. E’ da approfondire però il peso della capacità di scegliere e la possibilità che permette di imprimere una direzione, quella che preferiamo, all’imbarcazione che stiamo guidando.

Tempeste, forti venti, correnti, nebbia, sole, guasti al motore, secche: la vita è piena di imprevisti ed eventi da gestire per ognuno di noi.

A chi tocca agire? Molti si crogiolano nel vittimismo e nell’attribuire la colpa a qualcuno o qualcosa: e la libertà che ci spetta di diritto? Siamo influenzati o completamente determinati dall’ambiente? Siamo essere umani che si autodeterminano o siamo robot più simili agli animali che reagiscono agli stimoli esterni senza poter scegliere cosa fare?

E’ facile e comodo fermarsi al problema: lamentarsi è quasi gratificante, un’ottima valvola di sfogo. E poi? I problemi restano: il traffico, il prodotto che non vende, il partner egoista, i genitori oppressivi, il brutto carattere di qualcuno, le esperienze negative passate: tutto ciò non fa che alimentare una cultura della colpa. Più vittime, pedine, comparse prese e spostate nel grande film della vita invece che registi di se stessi.

Proviamo a pensare cosa succederebbe se fossimo noi i primi a sorridere al cliente “insopportabile” così da contribuire ad un rapporto più empatico? E se chi è un po’ insicura iniziasse a guardarsi allo specchio con amore invece che aspettare flebo di affetto da parte degli altri? E se per ogni maledetto problema che la vita ci fa incontrare, fossimo in grado di pensare in termini di soluzioni invece che di lamentele o di scuse, di quanto crescerebbe la qualità della nostra vita ????

“ Nell’universo c’è un unico angolo che possiamo essere certi di migliorare e quell’angolo siamo noi …” Aldous Huxley

Analizzare o comprendere … riflessioni sparse

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Pensare positivamente non significa “sezionare” all’infinito le cose, perché questo ci porterebbe facilmente ad accusare gli altri e a giustificare noi stessi.

Finalità e nuovo punto di partenza è la “comprensione”. Quella comprensione globale, olistica, che può diventare una sorta di solvente universale.

Analizzare non sempre aiuta. Proviamo ad abbandonare l’abitudine, più o meno radicata in noi tutti, di cercare le cause dei problemi presso gli altri o nel “sistema”. Anche se questo fosse vero (e spesso lo è, almeno in parte), questo pensiero non ci porta lontano: non ci aiuta a risolvere nulla, anzi ci blocca nella passività.

Se invece ci chiediamo: “quale è il contributo che ho dato a creare o a mantenere in vita questo problema?” siamo più disposti a cercare delle soluzioni. Soluzioni nuove, creative anche paradossali. Che potrebbero sembrare insignificanti rispetto all’importanze del problema, ma che potrebbero benissimo funzionare.

E’ difficile andare d’accordo con qualcuno? Lo sarà certamente meno quando si prova a comprendere davvero l’altro: i suoi punti di vista, le sue caratteristiche, i suoi condizionamenti. Se la comprensione all’inizio è difficile, è comunque doveroso partire da un punto fondamentale: il rispetto. Da lì si arriverà a poter augurare di cuore ogni bene, nonostante le diversità e le divergenze.

E’ inutile dire. “il tale mi ha fatto arrabbiare”. Siamo stati noi a lasciare che qualche cosa scatenasse in noi emozioni negative; abbiamo dato il nostro accordo e la nostra collaborazione.

Tuttavia abbiamo anche diverse alternative, per esempio quella di ammettere che avvertiamo l’insorgere di una emozione negativa, ma poi scartarla (consapevolmente) perché comprendiamo che inutile e dannosa. In questo modo non avremo risentimenti verso l’altra persona e non ci troviamo neppure a dover perdonare, né lui né noi stessi, per una situazione spiacevole o una incomprensione.

Osservazione

Spesso un malumore, anche improvviso, guasta il clima. Se non si comprende l’origine del malumore è più difficile ricucire lo strappo. Ma pensate cosa succede quando fate una indigestione. Se passate in rassegna gli ultimi cibi che avete mangiato, riuscite ad individuare facilmente quello che vi ha creato problemi, perché il solo ricordo aumenterà il senso di nausea.

Nello stesso modo potete chiedervi che cosa è successo subito prima che insorgesse il vostro stato di disagio, il vostro malumore. Magari una frase o anche solo una parola o un gesto vi hanno ricordato un evento spiacevole che potrebbe essere lontano nel passato e che forse non ha nulla a che vedere con la persona o il contesto attuale. Comunque , vedere che cosa avete “agganciato” dissolverà la nube; vi aiuterà a tornare più sereni e a giudicare obiettivamente la situazione e la persona che avete di fronte.

Provate ad osservare la realtà sempre senza dare etichette o giudizi. Prendete semplicemente atto di quello che si trova lì, come emozione o come pensiero. Dentro di voi potete dire all’emozione o al pensiero “va bene, ho notato che sei lì” e poi andare oltre in quello che state facendo.

Avete mai osservato i gesti e i modi di dire ripetitivi che quasi ognuno di noi ha? Può trattarsi di un intercalare come “cioè”, “dunque”, “in pratica”, “in realtà” o molti altri, o vezzi come sbuffare, aggrottare la fronte, accarezzarsi il mento o i capelli, mordersi le labbra o le unghie, schioccare le dita etc…  Queste abitudini hanno tutte un significato più profondo di quanto appare a prima vista , fanno parte del linguaggio non verbale proprio di ogni persona e possono essere rivelatori, più di mille parole, della qualità del pensiero. Provate ad osservare semplicemente, senza assegnare giudizi, quelle parole e quei gesti . Osservateli negli altri e in voi stessi vi potranno aiutare a comprendere molto di voi stessi e di chi avete davanti.

Azione

“Ogni cosa a suo tempo”, recita un antico adagio. La corretta sequenza è: Osservare, Decidere, Agire. Ma ci sono momenti in cui rischiamo di re-agire. Quel che facciamo cioè non è determinato dalla nostra volontà ma è semplicemente la risposta automatica ad uno stimolo esterno. E’ in questi momenti che rischiamo di agire in modo irrazionale ed emotivo.

Pertanto, tutte le volte che abbiamo la sensazione di non essere noi a scegliere come agire, attendiamo. Prendiamo tempo senza timore di esprimerlo.

O, se ci sentiamo troppo agitati per parlare in modo pacato, ritiriamoci. Attendiamo: il famoso “contare fino a dieci” nasconde una profonda saggezza.

Agire infatti non è qualcosa di automatico. Quando lo diventa può danneggiarci. Prendiamo ad esempio una persona che mangia come un automa, senza neppure rendersene conto. E’ facile che non si accorga di mangiare troppo e oberare così il suo organismo di un superlavoro di digestione e magari di un peso eccessivo.

Oppure potrebbe mangiare troppo in fretta, arrivando all’acidità gastrica e infine all’ulcera. O ancora potrebbe non accorgersi di mangiare cose che le fanno male.

Se avesse scelto di mangiare con calma e attenzione, concentrandosi esclusivamente su quell’azione in quel momento, avrebbe potuto evitare parecchi guai.

Cosa è la crescita personale?

crescita personale

Si parla di crescita personale, di percorsi evolutivi, di cammini di consapevolezza, di sviluppo personale … ma cosa vuol dire tutto questo? Provo a dare qualche risposta a queste domande facendomi aiutare da quello che ha scritto Giuseppe Falco nel suo libro “Scegli di essere felice”.

Da sempre l’uomo ha dovuto adattarsi all’ambiente naturale e sociale in cui viveva, risolvere problemi pratici e relazionali e dare un significato alla propria vita. Queste esigenze lo hanno portato spesso ad andare oltre i suoi limiti mentali e materiali per ideare e realizzare tecnologie, stabilire regole di convivenza civile, etc.

Da questo punto di vista, il concetto di crescita personale non è nuovo. Guide alla condotta quotidiana e all’evoluzione spirituale sono vecchie quanto l’uomo, basti pensare a tutta la tradizione religiosa e filosofica che ci accompagna da millenni.

Tuttavia il termine specifico “crescita personale”, in inglese “personal growth”, compare per la prima volta negli Stati Uniti grazie al “movimento per lo sviluppo del potenziale umano”, tra la fine degli anni Sessanta e i primi anni Settanta del secolo scorso. Lo scopo del movimento era quello di contribuire allo sviluppo delle potenzialità individuali attraverso vari approcci tra cui i gruppi di incontro o la psicoterapia di tipo umanistico.

Quest’ultima, che diede la base teorica al movimento, ebbe tra i suoi principali teorici Abraham Maslow, Carl Rogers e Fritz Perls.  L’obiettivo del movimento e della psicoterapia umanistica erano:

  • Portare l’attenzione su ciò che è tipicamente umano piuttosto che su ciò che condividiamo con gli animali;
  • Aiutare l’individuo in un processo di crescita aperta, piuttosto che finalizzarla ad un maggior adattamento sociale;
  • Interessarsi al “qui e ora” piuttosto che alla storia passata del soggetto o i suoi supposti conflitti inconsci;
  • Favorire uno sviluppo non solo intellettivo ma integrale del soggetto, per esempio nutrendo il suo lato creativo o spirituale;
  • Occuparsi del funzionamento ottimale dell’uomo, piuttosto che della patologia.

In sintesi lo scopo della psicologia umanistica è quello di aiutare l’individuo a fare pieno uso delle sue capacità personali per giungere all’auto-realizzazione, che richiede l’integrazione di tutte le componenti della propria personalità fisica, emotiva, intellettiva, comportamentale e spirituale.

Le caratteristiche di una persona auto-realizzata sono quindi: maturità, auto-consapevolezza e autenticità.

Dell’approccio umanistico beneficiano non solo persone che hanno ovvi problemi di salute mentale ma chiunque sia interessato alla propria crescita.

Sebbene ancora oggi l’approccio umanistico si utilizzi sia nella terapia che nella formazione, non è più l’unico possibile nel campo dello sviluppo personale. Si assiste anzi ad un proliferare di metodi diversi come: costellazioni familiari, rebirthing, PNL, EFT, Bioenergetica,  etc…

Al di là delle tecniche usate possiamo comunque intendere la crescita personale come un processo di cambiamento del nostro abituale modo di pensare, sentire o agire che ci permette di affrontare meglio le difficoltà quotidiane e vivere una vita più piena, reale e profonda.

Quindi possiamo dire che cresciamo quando cambiamo a livello cognitivo, emotivo o comportamentale o per adattarci meglio alle richieste dell’ambiente oppure per realizzare le nostre potenzialità, aspirazioni e valori più profondi.

Ma come può avvenire questo cambiamento? A partire dal riconoscimento dei nostri schemi o concezioni limitanti.

Se osserviamo una nostra giornata tipo, ci rendiamo conto che alcuni nostri pensieri, emozioni e comportamenti tendono a ripetersi. Sono quelli che chiamiamo schemi. Ora alcuni di questi possono essere molto limitanti : immaginiamo, per esempio, una persona che trova ogni occasione per polemizzare con gli altri. Si tratta di uno schema che limita la sua capacità di vivere relazioni interpersonali, in quanto la imprigiona in un modo rigido di relazionarsi con il mondo.

Possiamo dire che uno schema è limitante quando:

  • Ci causa problemi
  • Ci impedisce di vivere una vita piena, profonda e reale.

Riconoscere che un proprio schema di vita è limitante è quindi il primo passo per avviare un processo di crescita personale.

Di seguito, capire che noi non siamo i nostri schemi limitanti, bensì un campo di possibilità in larga parte irrealizzate. E’ come se dentro di noi esistesse un’orchestra formata da un numero enorme di strumenti e possibili melodie: il nostro compito di crescita personale consiste quindi nel consapevolizzare che i nostri schemi di vita limitanti ci portano a suonare quasi sempre gli stessi strumenti e le stesse melodie . Crescere significa risvegliare queste voci latenti.

Il secondo passo, che potremo chiamare di “apertura”, è confrontarsi con visioni del mondo o pratiche diverse dalle nostre ; in questo caso il confronto dei nostri schemi limitanti  con stili alternativi porta ad una relativizzazione e ad un indebolimento dei nostri schemi e alla loro conseguente perdita di potere.

Il terzo passo è l’azione; a nulla vale infatti conoscere, se poi non mettiamo in pratica nei nostri comportamenti quotidiani quello che abbiamo appreso, se no tutto ciò che scopriamo rischia di galleggiare solo come una foglia morta sul fiume della nostra vita.

Azione quindi che ci fa diventare i veri protagonisti del nostro vivere, abili nell’imprimere la direzione che vogliamo alle nostre azioni . Efficaci nel trovare il “giusto mezzo” , capace di trasformare i nostri modi rigidi di interagire con il mondo che ci circonda in contatti più funzionali ed equilibrati.

Azione che ci fa approdare a nuove idee, nuovi modi di pensare e sentire . Scenari alternativi che alimentano nuovi progetti di vita con prospettive diverse che ci arricchiscono e ci permettono di vivere in un modo più pieno.

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