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I fili della vita

fili della vita

Chi muove i fili della tua vita???

Solo tu! Nessuno attorno a te è responsabile di quello che accade nella tua vita.

Tu sei l’unico responsabile, tutto prende vita da te, dai tuoi pensieri, dalle tue emozioni.

E’ necessario che tu ti assuma la piena responsabilità della tua vita.

Nessun altro può farlo per te. Spesso cerchiamo l’appoggio degli altri, cerchiamo di delegare, di trasferire, di scaricare perché così è più semplice. E’ meno faticoso aggrapparsi a qualcuno e farsi trainare, sicuramente è un vantaggio, ma solo apparente.

Le tue gambe, a lungo andare, si indeboliscono, perdi l’allenamento, perdi la tonicità fisica e la forza emotiva. Prima o poi quel qualcuno al quale ti aggrappi si stancherà, e ti troverai a dover proseguire con le tue gambe, oppure semplicemente ti fermerai ad aspettare il prossimo aiuto.

Questo è il percorso di una vita in superficie, di una vita “sopravissuta”, in balia degli altri, di quello che gli altri decidono per se stessi e per te.

Spesso non vogliamo né decidere, né agire, perché preferiamo siano gli altri a farlo per noi. E’ questa una vita basata sui contrasti, sulle frustrazioni, sui rimpianti, sui mille “perché”, e semplicemente non ci rendiamo conto che stiamo vivendo una vita aliena. Ma a molti questo ruolo piace e diventano dei maestri nell’agirlo.

Vivono di luce riflessa, dei pensieri, delle abitudini, dei comportamenti di qualcun altro. E alla fine questa proiezione diventa un’abitudine così radicata da creare una nuova realtà basata sull’illusione.

Ma come ogni illusione, prima o poi dovrà fare i conti con quello che siamo noi.

E’ il nostro sé più profondo che chiederà di essere ascoltato e di emergere dal mondo virtuale dove l’abbiamo confinato.

E tu pensi di impedirti di ascoltarla??

Assolutamente no, la sua voce si farà via via più forte e se sarà necessario ti metterà con le spalle al muro, così che tu trovi il modo e il tempo di ascoltarti e decidere di ri-trovarti.

Questa è la via, l’unica via per vivere pienamente.

Molte persone vivono in profondità, non in superficie.

Hanno capito che ai loro pensieri, alle loro emozioni, ai loro stati d’animo, va riservata un’attenzione costante e consapevole.

Hanno pieno controllo della loro vita semplicemente perché hanno accettato la piena responsabilità di esserne creatori.

Hanno imparato a osservare prima con gli occhi del cuore e poi con gli occhi della mente, sia attorno a sé, che dentro di sé.

Da questa osservazione attenta e costante hanno intrapreso azioni dirette, attivandosi per raggiungere quel ben-essere che molti aspettano dagli altri.

Dunque, chi muove i fili della tua vita?

Tu e soltanto tu. E se non lo hai fatto fino ad ora, forse è il momento di iniziare ……

Stress e resistenze

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Abbiamo visto nei post precedenti come la maggiore fonte di stress non sono tanto i fatti del mondo esterno, ma siamo noi, il nostro stile di vita, il nostro modo di affrontare le cose.

Insomma noi siamo abituati a dare la colpa di tutto a fattori esterni: il lavoro eccesivo, il traffico, i parenti insopportabili, gli amici noiosi. Ci tocca fare troppe cose e di questa la maggior parte non le vorremmo fare: per questo ci sentiamo stressati.

Se ci pensiamo bene questa è una “diagnosi” senza speranza. Il lavoro è sfibrante, ma non possiamo certo vivere di aria. I parenti spesso sono una palla al piede, ma in fondo gli vogliamo bene. Il traffico non possiamo certo deciderlo noi. Dunque non se ne esce, non c’è speranza!!

E se invece provassimo a spostare il tiro? … e se fossimo noi che orchestriamo male tutto quanto? …. E se non fossero le azioni che dobbiamo fare – controvoglia – a stressarci, ma la nostra resistenza? …. Ebbene sì, la nostra resistenza all’azione innesca il circolo vizioso che ci fa fare azioni inutili e che ci impedisce, alla fine, di essere felici.

Proviamo a pensarci: noi non vogliamo fare quello che stiamo facendo, che sia lavoro o altro, e quindi scantoniamo, tergiversiamo, rimandiamo, accumuliamo …. Accumuliamo lavoro, accumuliamo rabbia, viviamo male gli impegni … e perché tutto questo? Perché sogniamo di fare altre cose più interessanti. Perché abbiamo assimilato la cultura che dice: devi avere un posto interessante, di prestigio, di successo. Soprattutto non devi fallire. Una cultura che trasforma in un modello ciò che è socialmente accettato, e pretende che noi ci adeguiamo a quel modello.

Cosa accade allora? Accade che non godiamo quello che facciamo, perché, vivendo ogni cosa in funzione di qualcos’altro, la giudichiamo indegna di noi, seguendo i criteri del mondo.

Inoltre non impariamo nulla, perché si impara solo facendo e sperimentandosi, gettandosi dentro le cose: non impariamo nulla di noi, di ciò che sappiamo o non sappiamo fare e quindi di ciò che ci piacerebbe davvero. E infine, limitandoci a sognarlo, non otterremo mai nemmeno ciò che continuamente sogniamo.

E’ questo il vero inizio dello stress. Perché la nostra energia vitale, che saprebbe benissimo dove condurci se solo la ascoltassimo, è sopraffatta da tutto il mormorio della nostra mente, piena di questi pregiudizi e di queste false mete. E non potendo fluire si ritorce contro di noi, ritorna indietro, trasformandosi in tensione, insoddisfazione, irritabilità, rabbia repressa, stanchezza, delusione, frustrazione, apatia …. in una sola parola … stress!

E allora se vogliamo uscire dallo stress la nostra soluzione è …. sognare!!!

Basta vivere per il fine settimana, basta demandare i nostri momenti di gioia alla serata davanti alla TV o alle vacanze estive, basta fantasticare sulla vincita al totocalcio.

In realtà più sogniamo questi momenti, meno sapremo goderceli. Anzi, essi aumenteranno ancora di più il nostro stress perché li avremo caricati di aspettative salvifiche, regolarmente smentite e vivendoli già penseremo alla loro fine come ad un’eterna condanna che ci colpisce.

Se vogliamo uscire dallo stress non è al riposo che dobbiamo rivolgerci, bensì all’azione consapevole. E non serve affatto fare cose impossibili; l’azione che rende felici è semplice perché è ogni azione che facciamo, se la facciamo nela consapevolezza: se ci abbandoniamo a lei, senza scopo, diventa perfetta e non richiederà alcuno sforzo.

Si ri-creerà ogni giorno grazie alla sua capacità di mantenersi costante che non è obbligo, ma è la stessa costanza che fa crescere ogni giorno lo stelo di un fiore.

E’ l’adesso, ogni adesso cui non manca nulla. Non è la costanza dell’orario fisso, l’autocostrizione, ma è la capacità di essere nelle cose, imparando a misurarsi con esse diventando progressivamente capaci di scegliere, di tenere e di scartare.

Non di sognare un futuro migliore, ma di VIVERE un presente che abbiamo scelto …..

Azione

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“Non resta veramente niente altro da dire…. eccetto il perché.

Ma siccome il perché è difficile da gestire,

si deve cercare rifugio nel come”. Toni Morrison

Alcuni eventi nella nostra vita apparentemente non hanno proprio alcun senso. Succede, per esempio, che i nostri progetti falliscano, benché noi ci fossimo impegnati al massimo per realizzarli. E’ importante allora fare il bilancio della situazione, accettare il nostro ruolo nel fallimento e andare avanti.

Se ci intestardiamo a voler scoprire il “perché”, rischiamo di rimanere fermi per molto tempo. Tuttavia noi vogliamo assolutamente capire, ed è molto difficile accettare l’idea che alcune cose non hanno proprio alcun senso.

“Chiedere il perché significa morire” : è una frase che si sente spesso nelle riunioni degli Alcolisti Anonimi, ed è assolutamente vera.

Avere fede nella vita significa non chiedere “perché”, bensì “come”. E poi agire!

 Il problema spesso non risiede in ciò che ci succede, ma nella nostra necessità di capire.

Trasformare il mondo interiore

joyful child

Nel post precedente ho parlato di “flessibilità” come di quella capacità di comprendere che, ognuno di noi ha la sua maniera di leggere la realtà ed è proprio per questo che vale la pena aprirsi e confrontarsi ad approcci e schemi interpretativi diversi per arricchire la nostra esperienza.

La “flessibilità” ha anche un’altra caratteristica se la rivolgiamo al nostro sentire interiore è quell’atteggiamento mentale che ci permette di sostenere i pensieri e i sentimenti dolorosi in modo da poter agire più efficacemente per rendere la nostra vita ricca e significativa.

Vediamo insieme come poterla declinare questa “flessibilità”:

  • Provare a rapportarsi ai propri pensieri in modo nuovo, così che abbiano un impatto e un’influenza minore su di noi, soprattutto sul nostro comportamento.
  • Fare spazio alle emozioni e alle sensazioni spiacevoli anziché di reprimerle o di allontanarle. Aprendoci e dando spazio a queste emozioni, scopriremo che danno molto meno fastidio e che “fluiscono” molto più rapidamente, invece di “trattenersi” e disturbarci.
  • Connettersi completamente con qualunque cosa ci stia succedendo nel “qui e ora” impegnandoci a VIVERE, invece di indugiare sul passato o pre-occuparci del futuro.
  • Agire alla luce dei nostri valori ed entrare in contatto con essi. I nostri valori sono il riflesso di quello che è importante per noi: che tipo di persona vogliamo essere, che cosa ha valore o significato per noi e per che cosa vogliamo impegnarci in questa vita. I valori tracciano la direzione della nostra esistenza e ci motivano a realizzare cambiamenti importanti.
  • Una vita ricca e significativa si crea attraverso l’azione. Ma non un’azione qualsiasi; ci vuole un’azione efficace, guidata e motivata. E, in particolare, si crea attraverso un’azione impegnata: un’azione che si ripete e ripete, senza badare a quante volte si sbaglia o si va fuori strada.

Tutto questo è ciò che va sotto il nome di “Mindfulness”.

La “Mindfulness” è uno stato mentale di consapevolezza, apertura e concentrazione capace di dare enormi benefici sul piano sia fisico che psicologico.

Vivere secondo mindfulness significa mantenere il contatto con la realtà, per quella che è oggettivamente, senza farcirla di significati dati dal nostro modo giudicante di interpretarla e giungere a conclusioni nocive e fuorvianti per il nostro benessere.

Applicando questi principi alla nostra vita potremo aumentare costantemente il livello di flessibilità in modo da poter espandere la nostra capacità di adattarci ad una situazione con consapevolezza, apertura , creatività e concentrazione intraprendendo così un’azione efficace e vincente.

E’ importante tuttavia ricordare che questi principi possono sì trasformare la nostra vita in molti modi positivi, ma non sono i Dieci Comandamenti! Non si ha l’obbligo di usarli, è un’opportunità che potrebbe rendere più facile e soddisfacente il cammino. Possiamo quindi applicarsi se e quando scegliamo di farlo. Quindi perché non giocarci un po’. Sperimentandoli, mettendoli alla prova nella nostra vita, guardando come funzionano.

Ricordiamo è l’esperienza e l’esplorazione che ciascuno fa la nostra migliore Maestra di Vita …..

Pratica dell’accettazione di sè

accettazione

 

” Solo se mi accetto come sono posso cambiare ” C.Rogers

Quante volte mi viene fatta questa domanda: “in pratica come faccio ad accettarmi? In teoria è tutto chiaro ma metterlo in pratica è tutta un’altra cosa e non so dove cominciare ….”

L’accettazione di sé non è soltanto un concetto. E’ un modo di essere, che quindi si può acquisire solo per mezzo di una pratica ripetuta.

Ecco quindi alcune tracce su cui poter lavorare regolarmente nel momento in cui emergono alla coscienza quei pensieri automatici e intrusivi che intralciano la via verso l’accettazione di sé.

=> Restare consapevoli. Spesso, non ci rendiamo neanche conto di quanto siamo recalcitranti all’dea di accettarci: il nostro modo di reagire irritandoci o dissimulando ci sembra normale e finiamo per non prestarvi neppure più attenzione. La prima tappa consiste nel prenderne coscienza. Ogni volta che ci indispettiamo per un contrattempo, ogni volta che ci giustifichiamo di fronte ad un’osservazione, ogni volta che ci innervosiamo per un fallimento. Prendiamo coscienza di quello che succede dentro di noi: in generale ci stiamo dicendo di “no”.

=> Dire di si. Esercitarsi a dire semplicemente di “si” nella propria testa. A riconoscere che le cose non vanno sempre come vorremmo e accettarlo. A dirsi: “Si, è così anche se mi da fastidio. La prima e la migliore cosa da fare, è innanzitutto accettare che le cose stiano così”. A non cercare di evitare, negare, minimizzare, giustificarsi.

=> Restare nella situazione presente. Non cominciare a rimuginare sull’ingiustizia e il pregiudizio. Evitare di esagerare e drammatizzare, bensì tornare al contesto della situazione e liberarsi dalle proprie paure. Di solito, dietro al rifiuto dei propri limiti e dei propri fallimenti, c’è la paura: paura della mediocrità (ai propri occhi) e dell’etichetta della mediocrità (agli occhi degli altri). Lo scopo dell’accettazione di sé è di consentirci di ritornare alla realtà ella situazione, di continuare ad agire e interagire.

=> Accettare anche il passato. Più volte ho ripetuto in vari post come sia necessario evitare di lasciarsi sprofondare in quella vischiosità del passato alla quale spesso le nostre sofferenze tendono a farci tornare. Se il nostro passato ci s’impone in questo modo attraverso gli eventi del presente, se le emozioni di un tempo ritornano come fantasmi insistenti, è perché non lo abbiamo accettato. Quando diciamo di esserci riconciliati con il nostro passato, questo non significa che dimentichiamo, ma che in qualche modo siamo riusciti a “ripulire” i ricordi dolorosi della loro carica emozionale ritessendone la trama lacerata. Accettiamo ciò che è stato rinunciando a giudicare o a detestare e ricominciamo a vivere.

E’ bene anche tenere a mente che l’accettazione di sé non si realizza “come alternativa”. Essa non è un’alternativa a vivere, ad agire, a rallegrarsi, a provare emozioni, a brontolare, a essere contenti, a fare salti di gioia … Essa è qualcosa in più. Il suo motto “accettare e poi agire”.

Esercitandosi e apprezzando a poco a poco la qualità e la lucidità dell’azione quando essa procede dall’accettazione.

L’accettazione di sé, quindi, non ci spinge affatto a rinunciare agli sforzi di cambiamento che giudichiamo necessari, al contrario, ci aiuta a perseguirli con nella calma e nella benevolenza verso noi stessi. Dal momento che questi sforzi per evolversi durano tutta la vita, si capisce la necessità di accettarsi per vivere e trasformarsi in un clima interiore sereno. E’ l’unica possibilità per continuare a provare piacere lavorando su di sé nel tempo. L’unica filosofia di vita possibile rispetto a se stessi. L’unico modo di procedere che consenta al lavoro sull’autostima di continuare a d essere un piacere e non una violenza o una costrizione.

 

Cosa è la crescita personale

crescita personale

“conoscendo noi stessi potremo sapere come dobbiamo

prenderci cura di noi, mentre, se lo ignoriamo,

non lo potremo sapere”. Socrate

Si parla di crescita personale, di percorsi evolutivi, di cammini di consapevolezza, di sviluppo personale … ma cosa vuol dire tutto questo? Provo a dare qualche risposta a queste domande facendomi aiutare da quello che ha scritto Giuseppe Falco nel suo libro “Scegli di essere felice”.

 

Da sempre l’uomo ha dovuto adattarsi all’ambiente naturale e sociale in cui viveva, risolvere problemi pratici e relazionali e dare un significato alla propria vita. Queste esigenze lo hanno portato spesso ad andare oltre i suoi limiti mentali e materiali per ideare e realizzare tecnologie, stabilire regole di convivenza civile, etc.

Da questo punto di vista, il concetto di crescita personale non è nuovo. Guide alla condotta quotidiana e all’evoluzione spirituale sono vecchie quanto l’uomo, basti pensare a tutta la tradizione religiosa e filosofica che ci accompagna da millenni.

Tuttavia il termine specifico “crescita personale”, in inglese “personal growth”, compare per la prima volta negli Stati Uniti grazie al “movimento per lo sviluppo del potenziale umano”, tra la fine degli anni Sessanta e i primi anni Settanta del secolo scorso. Lo scopo del movimento era quello di contribuire allo sviluppo delle potenzialità individuali attraverso vari approcci tra cui i gruppi di incontro o la psicoterapia di tipo umanistico.

Quest’ultima, che diede la base teorica al movimento, ebbe tra i suoi principali teorici Abraham Maslow, Carl Rogers e Fritz Perls.  L’obiettivo del movimento e della psicoterapia umanistica erano:

  • Portare l’attenzione su ciò che è tipicamente umano piuttosto che su ciò che condividiamo con gli animali;
  • Aiutare l’individuo in un processo di crescita aperta, piuttosto che finalizzarla ad un maggior adattamento sociale;
  • Interessarsi al “qui e ora” piuttosto che alla storia passata del soggetto o i suoi supposti conflitti inconsci;
  • Favorire uno sviluppo non solo intellettivo ma integrale del soggetto, per esempio nutrendo il suo lato creativo o spirituale;
  • Occuparsi del funzionamento ottimale dell’uomo, piuttosto che della patologia.

In sintesi lo scopo della psicologia umanistica è quello di aiutare l’individuo a fare pieno uso delle sue capacità personali per giungere all’auto-realizzazione, che richiede l’integrazione di tutte le componenti della propria personalità fisica, emotiva, intellettiva, comportamentale e spirituale.

Le caratteristiche di una persona auto-realizzata sono quindi: maturità, auto-consapevolezza e autenticità.

Dell’approccio umanistico beneficiano non solo persone che hanno ovvi problemi di salute mentale ma chiunque sia interessato alla propria crescita.

Sebbene ancora oggi l’approccio umanistico si utilizzi sia nella terapia che nella formazione, non è più l’unico possibile nel campo dello sviluppo personale. Si assiste anzi ad un proliferare di metodi diversi come: costellazioni familiari, rebirthing, PNL, EFT, bioenergetica, Yoga etc…

Al di là delle tecniche usate possiamo comunque intendere la crescita personale come un processo di cambiamento del nostro abituale modo di pensare, sentire o agire che ci permette di affrontare meglio le difficoltà quotidiane e vivere una vita più piena, reale e profonda.

Quindi possiamo dire che cresciamo quando cambiamo a livello cognitivo, emotivo o comportamentale o per adattarci meglio alle richieste dell’ambiente oppure per realizzare le nostre potenzialità, aspirazioni e valori più profondi.

Ma come può avvenire questo cambiamento? A partire dal riconoscimento dei nostri schemi o concezioni limitanti.

Se osserviamo una nostra giornata tipo, ci rendiamo conto che alcuni nostri pensieri, emozioni e comportamenti tendono a ripetersi. Sono quelli che chiamiamo schemi. Ora alcuni di questi possono essere molto limitanti : immaginiamo, per esempio, una persona che trova ogni occasione per polemizzare con gli altri. Si tratta di uno schema che limita la sua capacità di vivere relazioni interpersonali, in quanto la imprigiona in un modo rigido di relazionarsi con il mondo.

Possiamo dire che uno schema è limitante quando:

  • Ci causa problemi
  • Ci impedisce di vivere una vita piena, profonda e reale.

Riconoscere che un proprio schema di vita è limitante è quindi il primo passo per avviare un processo di crescita personale.

Di seguito, capire che noi non siamo i nostri schemi limitanti, bensì un campo di possibilità in larga parte irrealizzate. E’ come se dentro di noi esistesse un’orchestra formata da un numero enorme di strumenti e possibili melodie: il nostro compito di crescita personale consiste quindi nel consapevolizzare che i nostri schemi di vita limitanti ci portano a suonare quasi sempre gli stessi strumenti e le stesse melodie . Crescere significa risvegliare queste voci latenti.

Il secondo passo, che potremo chiamare di “apertura”, è confrontarsi con visioni del mondo o pratiche diverse dalle nostre ; in questo caso il confronto dei nostri schemi limitanti  con stili alternativi porta ad una relativizzazione e ad un indebolimento dei nostri schemi e alla loro conseguente perdita di potere.

Il terzo passo è l’azione; a nulla vale infatti conoscere, se poi non mettiamo in pratica nei nostri comportamenti quotidiani quello che abbiamo appreso, se no tutto ciò che scopriamo rischia di galleggiare solo come una foglia morta sul fiume della nostra vita.

Azione quindi che ci fa diventare i veri protagonisti del nostro vivere, abili nell’imprimere la direzione che vogliamo alle nostre azioni . Efficaci nel trovare il “giusto mezzo” , capace di trasformare i nostri modi rigidi di interagire con il mondo che ci circonda in contatti più funzionali ed equilibrati.

Azione che ci fa approdare a nuove idee, nuovi modi di pensare e sentire . Scenari alternativi che alimentano nuovi progetti di vita con prospettive diverse che ci arricchiscono e ci permettono di vivere in un modo più pieno.

 

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