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Ancora sul Counseling

guida alpina 3

Una guida alpina accompagna i suoi clienti in paesaggi con i quali ha già una certa dimestichezza, ma ogni percorso è sempre nuovo e ognuno deve camminare sulle proprie gambe. La presenza della guida potrà essere utile e di conforto, ma il progresso verso la meta dipenderà dall’impegno del soggetto in prima persona, oltre che dall’abilità di chi conduce nel fornire le indicazioni giuste al momento giusto.

Anche il Counselor è una guida di montagna, con il preciso obiettivo di rendere quanto più autonomo e indipendente il proprio cliente, mettendogli a disposizione la sua esperienza e gli strumenti necessari per diventare a sua volta guida di se stesso.

Il Counseling è stato proprio definito “l’arte del guidare”, in quanto non consiste nel trovare che cosa non funziona nel cliente e dirglielo, ma nell’insegnarli a conoscere se stesso: “se aiutiamo il cliente a comprendere se stesso in relazione ad una data situazione, la decisione di cambiare verrà da lui” (Rollo May)

Il Counseling è quindi una pratica professionale svolta all’interno di una relazione definita da un contratto, che consente ai clienti di sviluppare il proprio potenziale, l’autonomia personale per gestire al meglio le proprie risorse nella risoluzione di problemi soggettivi e interpersonali; inoltre favorisce la promozione del benessere e la prevenzione del disagio psico-sociale.

E’ uno spazio di ascolto, supporto e orientamento all’interno di una relazione basata sul riconoscimento, sul rispetto, l’empatia e la congruenza.

Le azioni del Counseling: orientare, agevolare,contenere,sostenere.

Il Counseling è focalizzato sul concetto di salute, non più inteso come assenza di malattia, ma come sviluppo e promozione del benessere della persona. I concetti basilari di autonomia, libertà , autorealizzazione, empowerment promuovono la comprensione dell’individuo e del suo contesto come un tutto che interagisce sinergicamente.

Il counselor può essere definito come colui che accoglie e agevola la persona nella scoperta del proprio potenziale promuovendo la sicurezza di sé e la sensazione di auto-efficacia. Possiede conoscenze versatili e utilizzabili in vari settori, ha assimilato e padroneggia teorie e tecniche dei principali modelli operativi per poter facilitare la persona che si rivolge a lui. Il cambiamento, infatti, richiede, l’integrazione di tutte le dimensioni dell’espressione umana: sensoriale, affettiva, cognitiva, sociale e spirituale, il counselor entra in sintonia con ognuna di queste dimensioni, aiutando così il cliente a divenire responsabile dei propri pensieri, sentimenti e comportamenti, riducendo le contraddizioni e favorendone il benessere personale e sociale.

Il fattore più importante nel processo di cambiamento è costituito dalla relazione nei suoi aspetti strutturali (setting, regole, contratto) e interpersonali (empatia, alleanza, sintonizzazione, fiducia).

Nel Counseling, a differenza di altre professioni, la preparazione personale del Counselor è prioritaria, perché mentre la tecnica si può sempre acquisire, modificare, perfezionare, così come si possono inventare modi sempre nuovi di condurre un colloquio, le qualità umane dell’operatore sono l’elemento più importante per attivare in un’altra persona il processo di crescita. Prima ancora del metodo utilizzato, è la capacità del Counselor di entrare in relazione con il cliente a favorire l’esito positivo dell’incontro.

Il Counselor dovrà essere in grado di misurarsi con la possibilità di modificare continuamente l’immagine ormai acquisita di sé e degli altri, con il rischio di trovarsi in difficoltà e con il coraggio di trasformare questa difficoltà in una opportunità di crescita per sé e per il cliente.

Il Counseling è la sinergia tra due persone che cercano insieme qualcosa di più alto, che vogliono creare ponti là dove ci sono muri.

Talenti e passioni … rendere straordinaria la propria vita …..

attimo fuggente

L”Attimo fuggente”, stupendo film di Peter Weir del 1989, reso a me ancora più caro dopo la scomparsa di Robin Williams, racconta di Welton, uno di quei collegi maschili severi e chiusi al libero arbitrio, alla fantasia, all’immaginazione.

In fredde aule di studio si delineano le storie di un gruppo di ragazzi durante un anno che cambierà la loro vita. Ognuno con un suo passato, ognuno con delle ambizioni per il futuro, ognuno con una famiglia alle spalle ingombrante, onnipresente e calcolatrice. E nella vita di questi ragazzi entra un uomo, un professore ex alunno, Mr Keating che insegnerà a ciascuno a vivere al di fuori dei rigidi schemi di un grigio edificio, a tentare, rischiare, a “succhiare il midollo della vita”, rivelando loro la bellezza del mondo. Senza una pretesa di sudditanza o idolatria Keating mostra a chi lo segue la possibilità di essere liberi rendendo straordinaria la propria vita.

L’”Attimo fuggente” è uno splendido modello anche per un altro insegnamento di grande valore: “pensate a quello che volete essere perché siamo cibo per i vermi”, “anche voi dovete trovare la vostra voce, il vostro potenziale”. Il Prof. Keating invita i suoi studenti a rendersi protagonisti della propria vita, a trovare quello che piace fare ed esprimerlo, a scovare i talenti naturali di cui siamo dotati. Dunque, passioni e talenti: due cardini dello star bene con se stessi.

  • Talenti : doti naturali con cui nasciamo
  • Passioni: ciò che ci piace e adoriamo fare

Entrambi contribuiscono a renderci unici.

Per cosa sei portato? Cosa fai naturalmente bene? Probabilmente ci pensiamo troppo poco, ma ognuno di noi nasce e cresce con dei talenti. Doni innati, inclinazioni a riuscire in qualcosa senza sforzi, sudore o studio.

Non è fantastico sapere di possedere un’abilità o anche più di una, senza doversi applicare? Un talento è come il colore degli occhi, l’altezza o una di quelle voglie che colorano la pelle: senza averli desiderati o scelti ci accompagnano, fanno parte di noi dal momento in cui veniamo al mondo e per il resto della nostra esistenza.

In molti si domandano: “Talenti? Io? Naaaa, io per riuscire in qualcosa devo provare, provare, provare e riprovare”. Questo perché comunemente associamo i “doni” al genio matematico, alla vena poetica, alla capacità di riuscire egregiamente in qualche sport.

Quello del talento è un contenitore ben più ampio, anche se non siamo abituati a riconoscerlo: raccontare barzellette (facendo ridere chi ascolta), usare la voce per affascinare chi ascolta, disegnare, usare il computer, parlare in pubblico con la stessa sicurezza con cui chiacchiereresti con un’amica, creare empatia con gli altri, avere una visione di insieme delle situazioni o al contrario notarne i dettagli e gli aspetti specifici, saper ascoltare, avere il pollice verde, avere la capacità di riflettere su se sessi e conoscersi, essere creativi, essere pragmatici, motivare gli altri …. E non sono finiti, la lista è lunghissima!!!

“Se facessimo tutto ciò che siamo capaci di fare, rimarremmo letteralmente sbalorditi” Thomas Alva Edison

Le passioni invece sono la miccia che causa l’esplosione: quando ami fare qualcosa non c’è impegno che tenga, ostacolo, stanchezza o altro.

Cosa ti piace fare??

Anche in questo caso le alternative sono molte: lo sport, viaggiare, modellismo, cucinare, scrivere, dipingere, arrampicarsi, guidare, andare per funghi, ballare, camminare, scoprire cose nuove ….

A differenza dei talenti però, le passioni non hanno nulla in comune con la capacità di riuscire naturalmente. L’amare qualcosa non implica alcun risultato o efficacia nell’essere in grado di realizzare ciò che piace.

Posso adorare di andare in canoa, ma essere completamente negata, priva di tecnica o di stile e continuare imperterrita a pagaiare ogni domenica solo perché adoro farlo. Così come ci sono patite della cucina che passano ore tra i fornelli e impasti, senza alcuna soddisfazione per gli invitati a cena.

A volte però accade anche il contrario: persone che amano cantare, studiano , si applicano e riescono ad incidere un disco, poi due, tre e fanno della loro passione anche il mestiere della loro vita. Perché facendo qualcosa che viene da dentro con ardore e motivazione, il tempo non sarà perso. MAI!!

Ora prova a pensare: quando lavori su un punto debole per migliorarlo, ottieni un punto debole “un po’ più forte”. Quando lavori su un talento o su una capacità su cui sei forte, dai cosa ottiene? Un’area di eccellenza, un’area dove fai la differenza rispetto al resto del mondo rendendo la tua vita un’opera sempre più straordinaria …

Certo, è importante lavorare sui punti deboli perché, soprattutto se ci appassionano, avremo maggiori possibilità di migliorarli. Ma i punti di forza … ah, quelli sì che si trasformano in aree di eccellenza.

Purtroppo la maggior parte delle persone conosce i propri punti deboli ma non quelli forti: il solito discorso del “ignora te stesso”.

E tu che mi leggi … quali sono le tue passioni ??? E i tuoi talenti ????

“ Solo chi si conosce è padrone di se stesso”

Pierre de Ronsard

L’Armonia delle donne …

balanced stones

“Tre regole: esci dalla confusione, trova semplicità dalla discordia, trova armonia.

Nel pieno delle difficoltà risiede l’occasione favorevole”

A.Einstein

Armonia è la figlia di Venere e Marte, amore e guerra. Venere è la dea consapevole di avere la capacità di vedere, nella confusione del cosmo, l’ordine dato dall’amore. Marte è l’imparziale dio della guerra che in tempo di pace si trasforma in un danzatore e abile amante; è associato alla primavera, stagione di rinascita e rinnovamento. E’ il dio consapevole che, talvolta, per ottenere la pace è necessario combattere.

Il concetto di armonia è prevalentemente associato al mondo della musica: studia la combinazione di suoni diversi, la creazione, la relazione e il legame tra gli accordi.

Nella sua accezione più ampia armonia indica una sensazione che sperimentiamo attraverso i cinque sensi. Nel campo visivo cogliamo armonia quando percepiamo proporzione tra colori, dimensioni e forme; nel gusto quando assaporiamo equilibrio tra dolce, salato, piccante e amaro. Nel campo olfattivo quando annusiamo piacevoli combinazioni di fragranze e profumi, e nel campo tattile sono i nostri polpastrelli a farci toccare con mano la morbidezza che ci circonda.

Armonia è una dote e anche una disciplina che si può acquisire. Essa è associata a competenza , forza interna e intelligenza sociale. La forza interna è resa evidente dal modo in cui si gestiscono i problemi che la vita regala, come si reagisce alle crisi. In quei momenti chi ha forza interna non perde la calma, riesce a diminuire l’intensità delle proprie emozioni, attiva la parte più ragionevole per reagire con efficacia alla situazione.

L’intelligenza sociale è basata sulla comprensione intuitiva delle emozioni che aiutano a vivere con gli altri, a capirne i bisogni, a instaurare e mantenere relazioni basate su fiducia, reciprocità e legami.

Armonia è associata anche a una posizione riflessiva che porta a utilizzare l’intelligenza come un radar che segnala tempestivamente i segnali deboli ; e l’intelligenza come un laser che spinge ad approfondire i dettagli importanti. E se vogliamo diventare più creative è necessario coltivare un po’ di curiosità, sorpresa, dubbio, sfida e apertura a nuove idee.

La ricerca dell’armonia nella propria vita invita a diventare più consapevoli di quello che vogliamo e di quello che valiamo. In ogni attività è importante separare le opinioni dalle conoscenze, riconoscere i propri pregiudizi, essere consapevoli delle lenti attraverso le quali osserviamo la realtà esterna e la giudichiamo pertinente e appropriata.

Infatti, in ogni azione concorrono componenti intellettuali, cognitive, concettuali insieme a componenti pratiche, operative e concrete.

Allora la domanda che sorge spontanea è: come possiamo raggiungere e mantenere l’armonia nella nostra vita quotidiana, personale e professionale tra disciplina e spontaneità, tra teoria e pratica, tra il soddisfacimento dei propri bisogni e il rispetto di quelli altrui???

Visto che, come ho scritto sopra, l’armonia è legata al mondo musicale mi sono divertita a trovare sette note che combinate insieme contribuiscono a creare quell’armonia intrapsichica e interpersonale così importante per vivere al meglio possibile la propria vita; prese invece singolarmente contribuiscono a dare equilibrio ed efficacia alla vita personale e professionale:

Autoconsapevolezza ResilienzaMoralitàOttimismoNobiltà d’animoIntraprendenzaAssertività

Quando dimentichiamo una di queste note siamo un po’ stonate e la nostra voce suona roca, inespressiva o priva di colore e significato. Questi sono gli ingredienti che creano armonia dentro di noi e con gli altri e possono aiutarci a diventare quello che vogliamo diventare …..

Continua nel prossimo post ….

Interruzioni del Contatto ….

INTERRUZIONI CONTATTO

M.C. Escher – “Relativity”

Nel post precedente abbiamo visto come la consapevolezza di un bisogno spinga l’individuo ad organizzarsi in un’attività volta alla soddisfazione di tale bisogno secondo un processo che è definito “ciclo del contatto”. Segue poi la fase di ritiro, che corrisponde alla assimilazione e al dissolvimento della figura sullo sfondo.  A questo punto l’individuo è pronto a dare inizio ad un altro “ciclo di contatto”, ad un’altra fase di ritiro, e così di seguito. Ogni volta che la persona non riesce a soddisfare un bisogno si interrompe il ciclo.

L’interruzione del contatto avviene quando l’eccitazione che dovrebbe sostenere l’azione nell’intero ciclo viene bloccata e l’energia che dovrebbe  reggere il processo viene utilizzata per arrestarlo ed evitare così il contatto.

Il ciclo di contatto ha una durata  e si sviluppa in una dimensione temporale secondo  le seguenti fasi:

  • Pre-contatto fondamentalmente una fase di sensazioni, durante la quale la percezione di fronte ad uno stimolo diventa quella figura che sollecita l’interesse e il bisogno di soddisfazione. In questa fase il Sé funziona in modalità “es”: “che cosa sento ora?”
  • Contatto costituisce una fase attiva durante la quale l’organismo si prepara ad affrontare l’ambiente. In questo stadio il Sé funziona in modalità “io”, consentendo una scelta o un rifiuto delle diverse possibilità e di conseguenza un azione responsabile sull’ambiente: “che cosa voglio e cosa non voglio?”
  • Contatto pieno è un momento di confluenza sana, di indifferenziazione tra organismo e ambiente, un momento di apertura o perfino di abolizione del confine contatto. C’è il pieno soddisfacimento del bisogno.
  • Post-contatto, in cui si godono i benefici del contatto. E’ una fase di assimilazione che favorisce la crescita. In essa si “digerisce” l’esperienza. Il Sé funziona secondo la modalità “personalità”, integrando l’esperienza nel bagaglio della persona: “chi sono io? – cosa sono diventato?”

Infine, si torna alla fase di ritiro, nel “vuoto fertile” da cui potrà emergere un nuovo bisogno.

Nella realtà le cose non si svolgono così semplicemente: sono numerosi i cicli interrotti da un disturbo al confine-contatto. Questi meccanismi di difesa o di evitamento del contatto possono essere sani o patologici a seconda della loro intensità, flessibilità e del momento in cui si attivano. Essi sono nella maggior parte dei casi una sana reazione di adattamento. E’ solo la loro rigida persistenza in momenti inappropriati che costituisce un comportamento nevrotico.

Le principali modalità di interruzione del contatto sono:

  • Confluenza: dove viene a mancare la percezione del confine, si produce una identificazione tra organismo ed ambiente, tra Io e Tu. La persona confluente non sa chi è, non conosce le proprie possibilità né quelle degli altri, non sa prendere la necessaria distanza dalle cose e dagli altri e, dunque, non riesce a diventare autonomo. Sul piano sociale, la confluenza impedisce qualsiasi confronto e qualsiasi contatto autentico che implica invece la differenziazione tra due persone distinte. Qualsiasi rottura brutale della confluenza comporta un ansia intensa spesso associata a senso di colpa. Le persone confluenti hanno difficoltà a separarsi, a dissentire, tendono a rinunciare alla responsabilità personale, usano molto il “noi”. In questo caso l’interruzione nel ciclo di contatto avviene prima di una nuova eccitazione.
  •  Introiezione: colui che introietta fa ciò che gli altri vorrebbero che lui facesse; egli impiega la propria energia incorporando passivamente ciò che l’ambiente gli fornisce,“ingerisce”, senza discriminazione, norme, valori, atteggiamenti, pensieri altrui. La persona che introietta tende a muoversi come l’interlocutore, a dire sempre di sì, a ricercare delle regole (“dimmi come devo fare”, “dammi un consiglio”); i suoi verbi più comuni sono “devo”, “non posso”. L’interruzione nel ciclo di contatto avviene durante l’eccitazione. L’atteggiamento verso l’ambiente è rassegnato, infantile e disposto ad accettare.
  •  Proiezione: in questo caso è l’organismo che oltrepassa il confine, invade l’ambiente, attribuisce all’altro ciò che è suo. L’individuo che proietta fa agli altri ciò che egli rimprovera loro di fare a lui; egli non può accettare i propri sentimenti e le proprie azioni, perché “non dovrebbe” sentire né agire in un certo modo. L’attenzione delle persone che proiettano è molto spostata sull’esterno. Esse hanno un carico emotivo enfatizzato, spesso sono soggetti istrionici e borderline, hanno spesso un linguaggio valutativo (attribuire etichette), estremizzante, polarizzante. L’interruzione nel ciclo di contatto avviene solitamente nella fase di mobilizzazione dell’energia: la persona sente l’emozione ma essa è libera e dal momento che non scaturisce da lui stesso, essa viene attribuita all’ambiente.
  •  Retroflessione:  consiste nel rivolgere verso se stessi l’energia mobilitata, nel fare a se stessi ciò che si vorrebbe fare agli altri oppure nel fare a se stessi ciò che vorremmo che gli altri ci facessero. Coloro che retroflettono tendono a rimuginare, riflettere, trattenere, tendono a essere autoreferenziali, hanno una modalità relazionale irrigidita, chiusa. L’interruzione nel ciclo di contatto avviene solitamente durante il contatto pieno e post-contatto. La retroflessione cronica è all’origine di diverse somatizzazione ad esempio : mi provoco dei crampi allo stomaco e perfino un’ulcera a forza di padroneggiare la mia collera o il mio rancore.
  •  Deflessione: consente di evitare il contatto diretto, deviando l’energia. Si tratta di un atteggiamento di fuga, di evitamento. Colui che deflette riduce il contatto attraverso l’uso di circonlocuzioni, il parlare troppo, il ridere su ciò che si dice, il non guardare direttamente la persona con cui si parla, l’essere astratti piuttosto che specifici, il non arrivare al dunque, il parlare del passato quando il presente è più rilevante, il parlare “su” piuttosto che parlare “a”.
  •  Egotismo: in questo caso si tratta di un deliberato rinforzo del confine-contatto, di una ipertrofia dell’Io, una consapevolezza incessantemente vigile sui propri processi di adattamento creativo. Esso è  fondamentale durante il processo di crescita dell’individuo, come elemento motore affinchè la persona si faccia carico di se stessa e conquisti l’autosufficienza. Può , tuttavia, evolversi in negativo allorchè si produca un atteggiamento cronico ed irrigidito di chiusura al mondo esterno con perdita della funzione Io, della possibilità cioè di discriminare gli stimoli ed attuare le scelte più idonee all’individuo

L’obiettivo di un percorso di Counseling potrebbe essere quindi quello di ristabilire il naturale flusso della soddisfazione dei bisogni lavorando sulla presa di consapevolezza del bisogno che emerge dallo sfondo. Aiutare il cliente ad ampliare il suo sentire , accompagnandolo nel far emergere le risorse necessarie al superamento degli ostacoli che impediscono il libero e naturale scorrere dell’energia che porta all’azione responsabile del proprio benessere.

Come si svolge il Counseling

counseling help

La maggior parte di noi ha talvolta sperimentato degli eventi e delle sensazioni spiacevoli che sembrano non avere termine, momenti dell’esistenza in cui nessuna soluzione sembra essere in vista.

A volte sappiamo che i nostri sentimenti sono dovuti a circostanze particolari, come dispiaceri matrimoniali, lutti o malattie, mentre altre volte non abbiamo alcuna idea di ciò che ci fa sentire così in tensione, sfiduciati e perplessi, tutto ciò che sappiamo è che la nostra vita è diventata scomoda, difficile o anche apparentemente intollerabile.

Se la nostra ansia diviene troppo grande, possiamo essere spinti a prendere decisioni frettolose, spesso ad esserne dispiaciuti, o ad agire sotto un consiglio che non condividiamo completamente e a dover poi convivere con le conseguenze.

Il counseling può aiutare le persone a chiarire i loro pensieri e sentimenti, così da giungere a prendere le proprie decisioni o, anche, ad operare grossi cambiamenti nella loro vita.

L’incontro avviene quasi sempre a richiesta del cliente. Ascoltando attentamente il counselor può iniziare a percepire le difficoltà del cliente e può aiutarlo a vedere le cose più chiaramente, possibilmente da un’angolatura un po’ diversa.

Il counseling è, quindi, un modo per facilitare le scelte o i cambiamenti, o per ridurre la confusione. “Non so che strada prendere, cosa fare, cosa è meglio per me!”; queste sono le frasi più frequenti in apertura della seduta.

Nelle sedute di counseling il cliente viene messo in grado di esplorare i vari aspetti del suo malessere e delle sue difficoltà, parlandone liberamente ed apertamente in modo diverso (cosa che sarebbe quasi impossibile fare con familiari o amici) con una persona che NON GIUDICA.

I sentimenti repressi come la rabbia, l’ansia, il dolore, l’imbarazzo possono sovente diventare molto intensi. L’opportunità di esprimerli ed esplorarli in un contesto sicuro, può aiutare a dissolverli integrandoli riducendo così il dolore provato e rendendo più semplice la loro com-prensione. Il counselor incoraggerà l’espressione di questi sentimenti e, grazie alla sua preparazione, sarà in grado di accettare il loro manifestarsi senza sentirsi oppresso da questi. In tal modo il cliente riguadagnerà l’autorispetto e la sensazione di valere qualcosa grazie anche a quei vissuti e, quindi, si sentirà accettato e rispettato come persona che ha propri diritti.

Un counselor non cercherà di minimizzare i problemi e rispetterà qualsiasi sforzo fatto nel tentativo di far funzionare le cose. Qualunque sia la natura del problema non verrà dato alcun giudizio e sarà mantenuta un’assoluta confidenzialità. Compito del counselor è di assistere il cliente, ed inoltre, di indicargli altre possibili fonti di aiuto, se dovessero mostrarsi necessarie.

Il counseling è diverso da altri tipi di aiuto in cui si diventa, a volte, oggetto di diagnosi o accertamenti e nei quali viene poi suggerito il comportamento da tenere. Il raggiungimento di un buon obiettivo è alla base dell’intero percorso di counseling. Avere qualcuno che ascolta tutti gli aspetti della nostra situazione, può aiutare a scoprire qualcosa in più per se stessi. Per esempio la propria forza e la propria debolezza, i propri valori, le priorità, non solo cercando le proprie soluzioni, ma anche realizzandole.

La relazione tra il cliente e il counselor costituisce la parte essenziale del processo. Perciò, dopo aver instaurato un rapporto di fiducia, il counselor incoraggerà il cliente ad osservare se stesso, gli aspetti della sua vita, le sue relazioni, quelle cose alle quali potrebbe non aver mai pensato precedentemente o che non si sentiva in grado di affrontre. Il cliente con l’aiuto del counselor potrà iniziare ad esplorare le relazioni in cui si trova coinvolto, scoprire come ha reagito con alcune persone o in certe situazioni, capire le proprie difficoltà.

A tutto ciò seguirà poi la considerazione dei modi attraverso i quali cambiare. Il counselor potrà proporre al cliente delle opzioni, ma lo incoraggerà a seguire qualunque cosa lui abbia scelto. Egli potrà inoltre aiutare il cliente ad esaminare in dettaglio la situazione o il comportamento che gli crea problemi, trovare il piccolo ma cruciale punto di partenza, dal quale sarà possibile iniziare ad operare dei cambiamenti.

Qualsiasi approccio userà il counselor sarà rispettoso dell’autonomia del cliente, autonomia che dovrà essere la meta per quest’ultimo: essa infatti, lo renderà capace di fare le sue scelte, di prendere delle decisioni e di metterle in pratica.

Le tecniche usate dal counselor sono flessibili e la profondità di lavoro adeguata alle capacità emotive di ogni cliente. Lo scopo è quello di far capire al cliente stesso i suoi reali sentimenti e permettergli di sperimentarli. In seguito potrà compiere delle “scelte” e, quindi “agire” per raggiungere i propri obiettivi. Il tempo necessaria la cambiamento varierà da cliente a cliente e sarà in accordo sia con le sue capacità emotive che con la sua adattabilità al cambiamento.

Il processo di counseling concerne essenzialmente la crescita e il cambiamento. Non è compito del counselor far cambiare direttamente il cliente: è il cliente che cercherà di cambiare e di sviluppare se stesso; il ruolo del counselor è quello di agevolare questa evoluzione non prendendo decisioni al posto del cliente, ma aiutando l’individuo ad osservare chiaramente i suoi sentimenti, le su emozioni e le sue mete, finchè potrà assumere fiduciosamente l’auto-direzione e, come ha detto Rogers “e lasciarlo Essere”

Infine il counseling non pretende di essere la risposta alle difficoltà umane, ma offre l’opportunità alle persone di esplorare vari modi di vedere la propria vita e conduce verso strade più efficaci per raggiungere il Ben-Essere.

Se pensi che questo possa fare al caso tuo, contattami al 388 73 87806 per prendere un appuntamento (assolutamente gratuito e non vincolante) in presenza, se abiti a Roma, o via Skype ovunque tu sia …..

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