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Il riparo è già dentro di noi

albero strade

Voglia di tana, di area protetta: indispensabile, in tempi difficili. Và trovata dentro di sé sviluppandola resilienza: in fisica è la capacità della materia di assorbire i colpi senza rompersi.

Ecco, certi individui sono così: capaci di andare avanti dopo batoste tremende, di cadere e rialzarsi. Oggi, una qualità ineludibile.

Per svilupparla prescrivo alcune pillole strategiche:

  • Prima => Non evitare la crisi ma attraversarla. Come diceva il poeta Robert Frost: “Se vuoi venirne fuori, ci devi passare in mezzo”.
  • Seconda => fare i conti con le debolezze senza nasconderle, per trasformarle in punti di forza. Per esempio chi affronta un abbandono (ma vale anche per i licenziamenti e i lutti) spesso ingoia le lacrime e ostenta sicurezza. Invece bisogna avere il coraggio di ammettere che si sta da cani: offrire di sé un’immagine reale è un atteggiamento più forte, vincente.
  • Terza => sapere che la vera area protetta è il sogno. Una domanda che faccio spesso è: “Dove ti piacerebbe essere tra sette anni, a fare cosa?” . Una specie di viaggio onirico guidato che costringe a proiettare noi stessi nel futuro. Perché non è mai il momento sbagliato per sognare. Anzi, a volte sono le fantasie, le logiche non ordinarie, a rivelarsi illuminanti. E a indicarci a sorpresa la soluzione di un problema.

Giorgio Nardone, psicoterapeuta .

Fondatore con Paul Watzlawick del Centro di Terapia Strategica di Arezzo, evoluzione della scuola di Palo Alto

Cambiamento

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“ Non si può discendere due volte nel medesimo fiume e non si può toccare due volte una sostanza mortale nel medesimo stato, ma a causa dell’impetuosità e della velocità del mutamento essa si disperde e si raccoglie, viene e va …” Eraclito

Non è possibile dunque bagnarsi due volte nello stesso fiume, dice Eraclito, perché né l’acqua del fiume né l’uomo sono immutabili.

Tutto cambia in continuazione. Eppure, la maggior parte di noi, di fronte alla sola idea del cambiamento, reagisce opponendo resistenza. A volte, le persone fanno perfino fatica ad uscire dalle situazioni penose, proprio per la paura dell’ignoto, come se dovessero fare un salto nel buio.

Il fatto è che, per pigrizia, finiamo spesso con l’aggrapparci a quella che in inglese si chiama “comfort bubble”, una specie di bolla che ci contiene e ci dà sicurezza, versione aggiornata del grembo materno che ci avvolgeva prima che nascessimo.

Il primo drammatico cambiamento avviene infatti nell’istante stesso in cui veniamo al mondo. Ovviamente, non ce lo ricordiamo a livello cosciente, ma è impresso nella parte più antica del cervello: il passaggio da un ambiente caldo e rassicurante, anche se buio, ad un ambiente completamente diverso, luminoso, ma anche freddo e inquietante, dove non ci possiamo più affidare totalmente all’organismo materno per sopravvivere.

E’ questo il trauma primordiale per cui, fin da subito, ci viene preannunciato il nostro destino: affrontare la vita contando sulle nostre forze.

Il grido che accompagna la nascita segna il primo importante cambiamento della nostra vita. Anche se ormai dovremmo esserci abituati, ogni volta che lo scenario cambia, riviviamo quell’antico trauma da separazione ed è come se, ogni volta, volessimo far riesplodere quel vagito ancestrale.

Il cambiamento è un fenomeno continuo e naturale, e la capacità di adattamento consiste nel saper essere flessibili nell’assecondare il flusso della vita.

Il cambiamento è una rinascita. Ciò presuppone che, prima, qualcosa in noi debba morire, ed è proprio questo morire ad incutere timore. Per godere appieno del nuovo, è invece essenziale saper accettare la perdita di quello che non possiamo più portare con noi.

La resistenza al cambiamento è un fatto normale: l’idea di perdere le certezze, belle o brutte che siano, ci disorienta, la sola ipotesi di fare un salto nell’ignoto ci fa paura. Non si spiegherebbe il successo che riscuotono maghi e astrologi, che vengono consultati con l’illusione di poter evitare il timore di ciò che il futuro potrà riservarci. E’ come se, in qualche modo, volessimo fermare il tempo, cristallizzarci in un presente senza fine e, soprattutto, senza sorprese.

Si dice spesso che le sorprese sono gradite. In realtà noi amiamo solo quelle piacevoli, quelle cose e quelle sole che noi vogliamo o che crediamo di volere. Siamo disposti a provare solo emozioni positive, rifiutando tutto ciò che temiamo possa farci male. Piuttosto di rischiare di soffrire, ecco che rinunciamo a qualunque tipo di innovazione, precludendoci così la possibilità di apprezzare una gioia autentica.

Esiste il “rischio di vivere”, che non possiamo negare. Perfino le emozioni negative sono necessarie per la nostra crescita. Quasi sempre, infatti, i cambiamenti importanti sono preceduti da una crisi. Si dice che il momento più buio sia quello che precede l’alba.

Per vivere con pienezza la nostra esistenza, occorre sviluppare il coraggio di affrontare e superare la cosiddetta ansia da separazione, la paura di perdere qualcosa che avevamo e che credevamo potesse durare per sempre.

Il coraggio, tuttavia, non significa assenza di paura. Anzi, è vero esattamente il contrario. Coraggioso è chi prova paura ed è capace di superarla. Il coraggio infatti consiste nella consapevolezza degli ostacoli e dei nostri inevitabili timori, nella capacità di convogliare l’energia a nostro vantaggio. Solo essendone pienamente consapevoli, possiamo affrontare efficacemente gli eventuali ostacoli che si presentano sul nostro cammino.

La parola che più si sente in questo periodo è “crisi” . La crisi è essenzialmente resistenza al cambiamento; perché ciò avvenga non possiamo rimanere ancorati agli schemi del passato. Non ci servono più. Questa è la crisi. La nostra difficoltà di risolvere i problemi, di cercare soluzioni nuove, di abbandonare antichi percorsi. Ma, attenzione, nessun antico percorso può essere utile per risolvere nuovi problemi, il pensiero innovativo è l’unico antidoto alla crisi. C’è un sacco di gente che, tutti i giorni, anche nei periodi più neri, trova soluzioni, inventa nuovi prodotti, si rifà una vita.

Basta volerlo!!

E’ importante soprattutto essere sinceri con se stessi. Riconoscendo e accettando i nostri limiti, poniamo le basi per il cambiamento.

Cambiare significa soprattutto fare qualcosa di diverso, che possa avvicinarci di più al raggiungimento dei nostri obiettivi e a quella parte di noi che “lì e allora” siamo stati costretti a modificare , a disconoscere per poter essere riconosciuti. Significa, anche, essere addirittura così flessibili da saper cogliere i segnali, anche quelli più deboli, ed eventualmente tenersi pronti ad aggiornare, se non a modificare, gli obiettivi stessi. Viceversa, restare rigidamente ancorati a vecchi schemi, magari solo per una questione di principio, è cocciutaggine, decisamente improduttiva e autolesionista.

La strada maestra per gestire il cambiamento è la consapevolezza. Conoscere i processi mentali è di grande aiuto . Il passo successivo consiste nell’ascoltare i pensieri e le emozioni, prendendone atto per ciò che sono, senza giudicarli: esistono e basta. Se ci vergogniamo dei nostri pensieri e delle nostre emozioni e li ignoriamo, questi finiscono per scivolare nell’inconscio e lì si radicheranno, acquistando un potere immenso. Solo accettando ciò che pensiamo e proviamo, lasciando che tutto venga a galla, possiamo decidere di tenere ciò che è utile e abbandonare ciò che, viceversa, è dannoso e improduttivo.

Quasi paradossalmente, perfino la tendenza ad aggrapparsi a quello che abbiamo è da accettare. Si tratta di un fenomeno del tutto naturale; è vero che cristallizzarsi nelle vecchie abitudini per paura di abbandonarle è un modo nevrotico di fermare il tempo. Fa soffrire, ma il senso di minaccia inconscia legato all’allontanamento dai binari familiari e noti (magari anche odiati) è molto forte. Anche i bambini, prima di uno scatto evolutivo, sembrano regredire, esitano: poi di colpo spiccano un salto come i canguri.

La capacità di cambiare consiste proprio nel dare spazio alla paura, nel permetterle di esprimersi, nel comprenderla fino a lasciarla andare, consapevolmente, perché, ormai, non serve più.

Ho detto prima che il  momento più buio è quello prima dell’alba. E’ bene saperlo, aiuta ricordarselo. Forse in futuro si ringrazierà quella crisi che ci ha permesso di cambiare. L’alba è sempre una sorpresa, ogni volta appare come una rinascita. E’ così che costruiamo la speranza, la fiducia e l’energia necessarie per affrontare al meglio tutte le crisi che si presenteranno in futuro.

Il cambiamento fa parte della vita, è la vita stessa. Esiste una ciclicità, una circolarità nel cambiamento, per cui nulla muore davvero, ma si trasforma, dando origine ad una nuova vita, a un nuovo essere ed è proprio la circolarità del cambiamento a essere in sé rassicurante, solo che spesso, per fretta e superficialità, nemmeno ce ne accorgiamo.

Comportandoci in questo modo, generiamo sofferenza, soprattutto a noi stessi, perché ci neghiamo il privilegio di apprezzare la vita nella sua interezza, di godere pienamente di essa, con i suoi chiaroscuri, in cui, come dice un proverbio zen: “ogni cosa perde continuamente il suo equilibrio in un quadro di perfetto equilibrio “

La crisi come anticamera della ricerca.

crisi

“Nel mezzo del cammin di nostra vita, mi ritrovai per una selva oscura, chè la dritta via era smarrita….” Dante Alighieri

Un percorso di crescita e consapevolezza non è qualcosa che si intraprende a cuor leggero. Mettere in discussione le proprie certezze, il proprio stile di vita, la nostra stessa identità può essere molto faticoso e anche doloroso.

Solo se ci si rende conto di non conoscersi veramente e si avverte di essere molto di più di quello che appare siamo motivati ad andare alla ricerca di noi stessi.

Solo se si prova una profonda insoddisfazione e si ammette sinceramente che quello che abbiamo trovato nella vita non è quello che si cercava veramente ci si mette in cammino per nuove terre.

Solo se ci si accorge che il raggiungimento delle mete sognate è frenato da condizionamenti, rigidità, paure che vengono da un “allora” nebuloso ci spingeremo a conoscere quello che blocca il nostro viaggio.

Ecco perché la decisione di iniziare un percorso di consapevolezza nasce quasi sempre da una crisi.

Nessuno ama le crisi, tutti noi vorremo fare a meno della sofferenza, tuttavia esse rappresentano il passo fondamentale di ogni percorso evolutivo, in quanto svolgono l’importante funzione di farci prendere coscienza che qualcosa di importante non va nella nostra vita e spesso non va da lungo tempo.

La crisi è un sintomo, non la causa della sofferenza e molto spesso essa è l’ultimo di una serie di segnali che sono stati ignorati. Se si giunge a questo punto significa che abbiamo accumulato una grande insoddisfazione avendo evitato di affrontare i bisogni della propria anima.

Moltissimo sono le modalità che mettiamo in atto per non ascoltare i messaggi di scontento che provengono dalla nostra parte più profonda: alcuni si chiudono nel loro mondo illusorio facendo finta che vada tutto bene; altri si distraggono e disperdono in inutili ed estenuanti battaglie contro gli altri proiettando su di loro tutte le insoddisfazioni che provano; altri ancora si immergono totalmente nel lavoro fino ad isolarsi completamente e infine altri, pur avvertendo il malessere, temporeggiano per molto tempo “sopportando” con rassegnazione.

Fortunatamente però per quanto siamo sordi ai messaggi dell’anima arriva il tempo in cui ci troviamo a fare i conti con noi stessi.

“Era inevitabile che dopo qualche anno di una tale vita il mio spirito reclamasse un maggiore spazio, una maggiore armonia e profondità. Era come se sentissi una voce, la mia stessa voce, che mi invitava a tornare sulla mia strada, più vicino al mio vero Sé. Ma esisteva davvero una strada che era la mia strada, e se sì, dove era? E come riuscire a contattare il Sé profondo in una società che sembra fatta apposta per fartene allontanare?” (E.Cheli “Percorsi di Consapevolezza”)

La crisi dunque è una fase necessaria e imprescindibile per ogni percorso evolutivo, è da lì che prende le mosse il viaggio verso se stessi.

Solo grazie alla sofferenza della crisi accettiamo di metterci in discussione. Solo il dilagare prorompente delle, emozioni che non si possono più trattenere riesce a rompere la corazza delle rigidi abitudini e dei meccanismi di difesa che abbiamo sviluppato dentro e intorno a noi.

E solamente a questo punto siamo pronti per intraprendere il nostro cammino di ricerca, crescita e trasformazione per arrivare a ciò che la nostra anima anela: essere realmente quello che siamo, liberi di vivere con pienezza la nostra vita.

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liberamente tratto da:

E.Cheli “Percorsi di Consapevolezza” -Xenia

L’alternanza al di là dell’apparenza …..

le stagioni

Intonaco e olio su tela di : Antonio Gandossi http://www.antoniogandossi.com/

L’avventura della vita porta con sé il suo carico di problemi, affettivi e psicologici, fisici e materiali. Tuttavia c’è un’illusione che può rendere questa avventura più dolorosa: l’illusione di credere alla felicità rosa su una nuvoletta bianca. In effetti pensare alla felicità come al massimo del benessere e credere che arriverà automaticamente quando tutto il resto andrà alla perfezione, è una trappola in cui molti di noi restano imprigionati.

La maggior parte delle volte, questa illusione ci porta ad adottare uno di questi tre tipi di condotta: possiamo rassegnarci ad aspettare una schiarita rimandando la felicità a dopo; possiamo pensare che è inutile sognare e che quindi è più ragionevole smetterla di aspettare e rassegnarci; oppure possiamo convincerci che la nostra felicità è prova della nostra incompetenza, che dipende da un nostro errore, persino da una nostra colpa, e che è necessario essere felici.

Così elaboriamo un allegro miscuglio di colpevolezza e di senso del dovere che ci mette sotto pressione. Spesso elaboriamo una tossica combinazione di queste reazioni: “Devo essere felice, ma a cosa serve sognare visto che tanto non lo sarò mai, o forse sì, ma chissà fra quanto tempo ..”

In realtà, a ben guardare, la vita dispensa alla maggior parte di noi, per quanto in diverse proporzioni, sia gioie che dolori, periodi di confusione e periodi di fiducia, lutti e rinascite.; attimi luminosi di grazia e meraviglia e periodi bui di sofferenza e disordine. In tutto ciò credo, quindi, che tutti noi possiamo, se lo vogliamo, apprezzare ed assaporare innanzitutto i momenti felici e farli durare il più a lungo possibile.

Tuttavia spesso vedo che ci sono molte persone che non solo non sanno approfittare pienamente di questi momenti, ma che si attaccano, spesso con forza, ai momenti vissuti nel dolore, nella confusione, nella contrarietà, persino a rischio di provocare essi stessi questi periodi. Questo perché frequentemente non si tiene conto dei due principi che stanno alla base del funzionamento della vita.

Il primo principio è l’Alternanza, che poi altro non è che la struttura stessa della vita.

Per Alternanza intendo quei cicli nella vita di ognuno che ritornano con ritmi diversi: la stagione della caduta in cui tutto crolla e si disfa, la stagione del concepimento e dell’attesa in cui tutto si gela e si rigenera, la stagione dei boccioli in cui tutto germoglia e cresce, la stagione della fioritura in cui tutto prende vita e si schiude.

Per quanto l’autunno possa non piacere, nessuno si stupisce del suo arrivo; sappiamo tutti che questa è una stagione di trasformazione e che l’inverno che segue ricicla e rigenera quello che è necessario alla continuità della vita e così per sempre.

Una relazione sentimentale difficile può farci vivere le quattro stagioni in pochi minuti e, alla fine, lasciarci in un autunno apparentemente infinito che ci spoglia, foglia dopo foglia, dei nostri stati di ego per mettere a nudo la forza delle nostre radici.

La morte di una persona a noi vicina può farci precipitare nell’inverno più glaciale, ibernarci a lungo prima che germogli in noi la forza di una vita veramente nuova.

Un periodi di intensa depressione può essere l’occasione di una vera rinascita.

Vedo quindi l’alternanza come un elemento strutturale della vita, non come un incidente né un caso.

Il secondo principio di funzionamento della vita si può riassumere come segue: la felicità che cerchiamo, la sua meraviglia e la sua grazia, possiamo scoprirla, decifrarla, attraverso gli eventi, oltre l’oscurità, oltre le avversità, aldilà dell’apparenza.

Quando attraversiamo delle difficoltà finanziarie o affettive, in cui tutto ci sconvolge e ci viene a mancare la terra sotto i piedi, possiamo ancora godere di una straordinaria fiducia, dell’intima convinzione che quello che ci succede è necessario e naturale, anche se molto spiacevole.

Possiamo fare un lavoro che non ci si addice, che non ci piace, ma la fiamma del cambiamento può già bruciare in n oi. Possiamo essere esausti di crescere i nostri figli, di correre per guadagnarci il pane, di badare alla casa e nonostante tutto goderci il miracolo di essere vivi, in salute, coscienti, sentire che la nostra vita non è solo prendersi cura dei figli, del lavoro e della casa, ma che supera tutto questo e và bel oltre.

Quindi, per quanto vivere sia a volte difficile, la nostra vita non si riduce solamente a questa difficoltà. Il nostro presente non è racchiuso in quello che facciamo, esso è esteso, aperto a tutto quello che siamo: degli esseri viventi, consapevoli, che cercano di gustare il senso della loro vita in ogni cosa.

Per cui, l’aldilà non è una nozione spazio-temporale lontana, in un altro posto, in un altro mondo. L’aldilà è qui e ora, nel momento in cui vivo, dietro e attraverso ciò che vivo.

E’ il presente esteso, aperto anche quando il quotidiano può essere stressante.

Solo così potremo godere di una vita allo stesso tempo più leggera, più profonda, più ricca e, soprattutto, più felice, anche se il cammino è irto di difficoltà, di cambiamenti e di crisi ….

“Siamo ciechi,

accecati dal visibile ..”

M.A.De Souroge

La fine di una relazione: sconfitta od opportunità di crescita?

coppia scoppia

Oggi, sempre più coppie si costituiscono e si costruiscono sui … pezzi di una coppia precedente.

Ciascuno dei partner annientato o deluso, scottato o entusiasta, tenta una nuova alleanza, con un desiderio di riuscire secondo le delusioni o le scoperte precedenti.

E’ interessante il fatto che, per potersi legare, ci si sciolga da un attaccamento non soltanto ad una persona, ma anche ad un sistema relazionale. E’ indispensabile essere vigili nei confronti del rischio di ripetizioni o di illusioni che portiamo con noi.

Dalla maggior parte delle persone, un divorzio, una separazione, una rottura sono vissuti per lo più come una sconfitta dolorosa. Inscrivono profondamente il dubbio sul nostro valore, sulla nostra capacità di essere amati, feriscono a volte irrimediabilmente le nostre speranze di impegnarci in una nuova relazione sentimentale.

E questo non soltanto da chi si sente l’oggetto del rifiuto o dell’abbandono, ma anche da parte di chi lascia.

Una verità su cui porre l’attenzione è che non sono i sentimenti che tengono unite due persone, bensì la qualità della relazione che esse si possono reciprocamente offrire.

Al di là dell’incontro basato sull’attrazione, su sentimenti ed emozioni riconosciute o su scelte inconsce, costruire una relazione che duri si dimostra un compito superiore alle possibilità di molti. Perché siamo  troppo spesso degli infermi della relazione.

Bisogna dirlo e a maggior ragione soprattutto in questo periodo urlarlo: a volte esiste un tale terrorismo relazionale, una vera e propria violenza endemica in certe relazioni amorose e di coppia , da indurre (purtroppo ancora troppo spesso non si trova il coraggio …) l’uno o l’altro dei partner a “salvarsi la pelle”, a rinunciare o a fuggire una relazione che lo distrugge o lo divora.

Mi racconta una cliente: “non ne potevo più, diventavo pazza a sopportare tutti i giorni le sue critiche, le sue osservazioni e le sue accuse. Nulla di quello che facevo gli andava bene. Mi aggrappavo alle mie convinzioni, speravo in un miracolo. Ricevevo il più piccolo regalo di non aggressione come un regalo, una carezza, ma quasi subito arrivava la doccia fredda … Era tempo che mi rispettassi ..”

E un’altra: “Non ridevo più, mi sentivo vecchia e logorata, soprattutto logorata. Non si riusciva a trovare un accordo su nulla, desideri, bisogni, progetti, tutto sembrava in opposizione. Avevo la sensazione di passare accanto alla vita. I miei obiettivi erano modesti, non cercavo la felicità, ma soltanto di potermi guardare al mattino senza disperazione …”

Se la decisione è stata presa e non esiste speranza di un possibile accordo, chi chiede la separazione e si mobilita a questo scopo dovrà definirsi chiaramente, impedire all’altro di aprlare su di lui/lei e confermare la sua scelta di fronte ai tentativi di colpevolizzare, di aggredire moralmente, di screditare … da parte dell’altro.

La separazione, le perdite, gli abbandoni, se non si inscrivono nel risentimento, nel rancore o nell’accusa contro l’altro o nella disistima di se stessi, possono permettere ad un uomo e ad una donna di accedere ad un nuovo modo di vita, di essere uomo o donna in modo diverso.

Vedersi di nuovo individui interi. Rinnovare il contatto con la parte migliore di sé. Trovare nuove risorse e una maggiore capacità di stare meglio con se stessi.

Ogni separazione contiene il rischio di una ferita narcisistica, che rovina o distrugge l’immagine che uno ha di se stesso.

Ma possiamo anche comprendere che l’altro ci lasci, la maggior parte delle volte, per se stesso. Chi chiude una relazione lo fa in funzione di quello che è, di quello che è diventato, anche se si dà l’alibi che tutto è successo “a causa dell’altro”.

Possiamo liberarci dall’immaginazione onnipotente (di origine infantile) per cui tutti i comportamenti, i sentimenti o le decisioni di una persona, anche vicina, dipendano da noi.

Ciò che concorre poi a trasformare quella che appare in un primo tempo come una sconfitta, è la capacità che abbiamo o non abbiamo di “prenderci cura” di due elementi, l’uno affettivo, l’altro relazionale, che ci legano alla persona che se ne va.

Prenderci cura dei sentimenti , talvolta profondi, che proviamo ancora per la persona che ci lascia o che noi lasciamo. La relazione in ciò che ha avuto di buono, di stimolante, di vivo prima che si rovinasse.

Dobbiamo riconoscere, in effetti, che siamo incredibilmente abili nel maltrattare e sminuire i sentimenti che continuano ad esistere in noi anche quando non corrispondono più a quelli dell’altro.

Trasformare quello che appare a prima vista una sconfitta in esperienza di vita, è un segno di tenerezza nei confrontii di noi stessi.

Facendo questo, il terreno è a volte sufficientemente libero, lavorato e seminato per accogliere la possibilità di un nuovo incontro, per tentare l’avventura di una coppia, non più soltanto da sognare, ma da costruire in due.

Relazioni alla deriva

LASCIARSI

“ Ci vuole una grande abilità per capire quando una cosa è finita …” Polste

I rapporti finiti o in via di esaurimento sono quelli in cui nessuna delle due parti prospera, quotidianamente segnati da troppe comunicazioni disturbate, affievolite e senza interesse. Può ancora esserci dell’affetto genuino, ma nel rapporto è rimasta ormai troppo poca musica ….

Alcuni di questi rapporti sono anche affetti da una sterilità emotiva che nel corso del tempo può propagarsi su ogni cosa, soffocando qualsiasi possibilità di uno scambio significativo.

Quando è esaurita una relazione non va più da nessuna parte. Le due persone non nutrono più una curiosità di base l’una verso l’altra o un reale interesse per  quello che l’altra potrebbe stare pensando o provando. Non ci sono più conversazioni oneste e significative, ci si tiene dentro troppe cose. Tutti i pensieri e le emozioni più intime non vengono più condivise.

In qualche modo si manda avanti il rapporto ma la relazione ha perso la sua anima.

Ci sono poi rapporti in cui uno dei partner è contendo di vivere con un investimento emotivo blando e sicuro e l’altro invece desidera ardentemente ravvivare e vivere con passione. Quest’ultimo è profondamente consapevole di quello che manca nella  sua relazione e del fatto che nessuno dei due stia realmente crescendo in essa. Può capitare, quindi, che inizialmente una delle due persone tragga profitto dalla relazione , ma che in seguito il fatto di stare con l’altro soffochi la sua forza vitale.

In altri casi, la sensazione di andare alla deriva, di non andare da nessuna parte insieme, uccide gradualmente il rapporto. Alcune persone hanno il coraggio di parlare di questo, altre invece no permangono nella speranza illusoria che qualcosa possa cambiare da sola …

La soluzione???? Esplicitare il disagio, affrontare il problema esprimendo e riconoscendo la crescente sensazione di alienazione e la conseguente perdita di interesse verso l’altro.

Ma come si arriva a tutto questo???

Una relazione può guastarsi nel tempo dopo che troppi sforzi per stabilire un contatto sono falliti, troppi tentativi di avvicinarsi all’altro sono andati nel verso sbagliato, troppe espressioni di sofferenza sono rimaste inascoltate, troppe emozioni non comunicate.

Altri rapporti cominciano ad andare alla deriva perché entrambi i partner hanno tacitamente concordato di non esprimere mai disaccordo nei confronti dell’altro. Nel tentativo di mantenere buona la relazione non si sono mai concessi alcuna espressione di rabbia o risentimento.

Alcuni dicono, e sono quelli che mi fanno più paura, :” Abbiamo un rapporto fantastico. Non litighiamo mai”., e negano decisamente di aver mai avuto pensieri o impulsi distruttivi nei confronti del partner. Questo accade spesso perché si ha paura di questi impulsi, ritenendoli troppo pericolosi per poterli non solo esplicitare ma anche pensare. Il risultato è che nel giro di poco tempo l’intensità emotiva della relazione va scemando. Alla fine, la collera repressa può finire per rendere impossibili sia l’amore che il sesso.

Spesso, una relazione comincia a ristagnare, a spegnersi o si esaurisce del tutto a causa di un accumulo di sentimenti di rabbia e risentimento inespressi, che la privano della sua linfa vitale. In altre parole, al di sotto dell’apparente “piacevolezza” del apporto arde un focolaio di emozioni inespresse che lo prosciuga della sua energia.

Nell’Analisi Transazionale si parla di “raccolta punti” per indicare il modo in cui le persone accumulano tacitamente rancori nei confronti del partner. A livello superficiale si mostrano affabili nei loro riguardi, ma una volta raccolti punti a sufficienza passano alla cassa, chiedendo il divorzio, instaurando una relazione extraconiugale o uscendo dalla porta per non tornare più.

Quando due persone cercano di ingannare se stesse, aggrappandosi al pensiero che, a parte poche e trascurabili noie, entrambe nutrono solo un sentimento d’amore l’una verso l’altra, rivelano una incapacità di comprendere la condizione umana. La realtà, naturalmente, è che dove c’è amore forte, le inevitabili sofferenze che ci si ritroverà a vivere saranno altrettanto forti, semplicemente in virtù dell’enorme importanza che riveste per entrambe le parti l’altra persona. Se questo dolore non viene espresso e affrontato, può trasformarsi in un muro d’odio ….

Segue nel prossimo post …..

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