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Cambiamento

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“ Non si può discendere due volte nel medesimo fiume e non si può toccare due volte una sostanza mortale nel medesimo stato, ma a causa dell’impetuosità e della velocità del mutamento essa si disperde e si raccoglie, viene e va …” Eraclito

Non è possibile dunque bagnarsi due volte nello stesso fiume, dice Eraclito, perché né l’acqua del fiume né l’uomo sono immutabili.

Tutto cambia in continuazione. Eppure, la maggior parte di noi, di fronte alla sola idea del cambiamento, reagisce opponendo resistenza. A volte, le persone fanno perfino fatica ad uscire dalle situazioni penose, proprio per la paura dell’ignoto, come se dovessero fare un salto nel buio.

Il fatto è che, per pigrizia, finiamo spesso con l’aggrapparci a quella che in inglese si chiama “comfort bubble”, una specie di bolla che ci contiene e ci dà sicurezza, versione aggiornata del grembo materno che ci avvolgeva prima che nascessimo.

Il primo drammatico cambiamento avviene infatti nell’istante stesso in cui veniamo al mondo. Ovviamente, non ce lo ricordiamo a livello cosciente, ma è impresso nella parte più antica del cervello: il passaggio da un ambiente caldo e rassicurante, anche se buio, ad un ambiente completamente diverso, luminoso, ma anche freddo e inquietante, dove non ci possiamo più affidare totalmente all’organismo materno per sopravvivere.

E’ questo il trauma primordiale per cui, fin da subito, ci viene preannunciato il nostro destino: affrontare la vita contando sulle nostre forze.

Il grido che accompagna la nascita segna il primo importante cambiamento della nostra vita. Anche se ormai dovremmo esserci abituati, ogni volta che lo scenario cambia, riviviamo quell’antico trauma da separazione ed è come se, ogni volta, volessimo far riesplodere quel vagito ancestrale.

Il cambiamento è un fenomeno continuo e naturale, e la capacità di adattamento consiste nel saper essere flessibili nell’assecondare il flusso della vita.

Il cambiamento è una rinascita. Ciò presuppone che, prima, qualcosa in noi debba morire, ed è proprio questo morire ad incutere timore. Per godere appieno del nuovo, è invece essenziale saper accettare la perdita di quello che non possiamo più portare con noi.

La resistenza al cambiamento è un fatto normale: l’idea di perdere le certezze, belle o brutte che siano, ci disorienta, la sola ipotesi di fare un salto nell’ignoto ci fa paura. Non si spiegherebbe il successo che riscuotono maghi e astrologi, che vengono consultati con l’illusione di poter evitare il timore di ciò che il futuro potrà riservarci. E’ come se, in qualche modo, volessimo fermare il tempo, cristallizzarci in un presente senza fine e, soprattutto, senza sorprese.

Si dice spesso che le sorprese sono gradite. In realtà noi amiamo solo quelle piacevoli, quelle cose e quelle sole che noi vogliamo o che crediamo di volere. Siamo disposti a provare solo emozioni positive, rifiutando tutto ciò che temiamo possa farci male. Piuttosto di rischiare di soffrire, ecco che rinunciamo a qualunque tipo di innovazione, precludendoci così la possibilità di apprezzare una gioia autentica.

Esiste il “rischio di vivere”, che non possiamo negare. Perfino le emozioni negative sono necessarie per la nostra crescita. Quasi sempre, infatti, i cambiamenti importanti sono preceduti da una crisi. Si dice che il momento più buio sia quello che precede l’alba.

Per vivere con pienezza la nostra esistenza, occorre sviluppare il coraggio di affrontare e superare la cosiddetta ansia da separazione, la paura di perdere qualcosa che avevamo e che credevamo potesse durare per sempre.

Il coraggio, tuttavia, non significa assenza di paura. Anzi, è vero esattamente il contrario. Coraggioso è chi prova paura ed è capace di superarla. Il coraggio infatti consiste nella consapevolezza degli ostacoli e dei nostri inevitabili timori, nella capacità di convogliare l’energia a nostro vantaggio. Solo essendone pienamente consapevoli, possiamo affrontare efficacemente gli eventuali ostacoli che si presentano sul nostro cammino.

La parola che più si sente in questo periodo è “crisi” . La crisi è essenzialmente resistenza al cambiamento; perché ciò avvenga non possiamo rimanere ancorati agli schemi del passato. Non ci servono più. Questa è la crisi. La nostra difficoltà di risolvere i problemi, di cercare soluzioni nuove, di abbandonare antichi percorsi. Ma, attenzione, nessun antico percorso può essere utile per risolvere nuovi problemi, il pensiero innovativo è l’unico antidoto alla crisi. C’è un sacco di gente che, tutti i giorni, anche nei periodi più neri, trova soluzioni, inventa nuovi prodotti, si rifà una vita.

Basta volerlo!!

E’ importante soprattutto essere sinceri con se stessi. Riconoscendo e accettando i nostri limiti, poniamo le basi per il cambiamento.

Cambiare significa soprattutto fare qualcosa di diverso, che possa avvicinarci di più al raggiungimento dei nostri obiettivi e a quella parte di noi che “lì e allora” siamo stati costretti a modificare , a disconoscere per poter essere riconosciuti. Significa, anche, essere addirittura così flessibili da saper cogliere i segnali, anche quelli più deboli, ed eventualmente tenersi pronti ad aggiornare, se non a modificare, gli obiettivi stessi. Viceversa, restare rigidamente ancorati a vecchi schemi, magari solo per una questione di principio, è cocciutaggine, decisamente improduttiva e autolesionista.

La strada maestra per gestire il cambiamento è la consapevolezza. Conoscere i processi mentali è di grande aiuto . Il passo successivo consiste nell’ascoltare i pensieri e le emozioni, prendendone atto per ciò che sono, senza giudicarli: esistono e basta. Se ci vergogniamo dei nostri pensieri e delle nostre emozioni e li ignoriamo, questi finiscono per scivolare nell’inconscio e lì si radicheranno, acquistando un potere immenso. Solo accettando ciò che pensiamo e proviamo, lasciando che tutto venga a galla, possiamo decidere di tenere ciò che è utile e abbandonare ciò che, viceversa, è dannoso e improduttivo.

Quasi paradossalmente, perfino la tendenza ad aggrapparsi a quello che abbiamo è da accettare. Si tratta di un fenomeno del tutto naturale; è vero che cristallizzarsi nelle vecchie abitudini per paura di abbandonarle è un modo nevrotico di fermare il tempo. Fa soffrire, ma il senso di minaccia inconscia legato all’allontanamento dai binari familiari e noti (magari anche odiati) è molto forte. Anche i bambini, prima di uno scatto evolutivo, sembrano regredire, esitano: poi di colpo spiccano un salto come i canguri.

La capacità di cambiare consiste proprio nel dare spazio alla paura, nel permetterle di esprimersi, nel comprenderla fino a lasciarla andare, consapevolmente, perché, ormai, non serve più.

Ho detto prima che il  momento più buio è quello prima dell’alba. E’ bene saperlo, aiuta ricordarselo. Forse in futuro si ringrazierà quella crisi che ci ha permesso di cambiare. L’alba è sempre una sorpresa, ogni volta appare come una rinascita. E’ così che costruiamo la speranza, la fiducia e l’energia necessarie per affrontare al meglio tutte le crisi che si presenteranno in futuro.

Il cambiamento fa parte della vita, è la vita stessa. Esiste una ciclicità, una circolarità nel cambiamento, per cui nulla muore davvero, ma si trasforma, dando origine ad una nuova vita, a un nuovo essere ed è proprio la circolarità del cambiamento a essere in sé rassicurante, solo che spesso, per fretta e superficialità, nemmeno ce ne accorgiamo.

Comportandoci in questo modo, generiamo sofferenza, soprattutto a noi stessi, perché ci neghiamo il privilegio di apprezzare la vita nella sua interezza, di godere pienamente di essa, con i suoi chiaroscuri, in cui, come dice un proverbio zen: “ogni cosa perde continuamente il suo equilibrio in un quadro di perfetto equilibrio “

Resistenza al cambiamento

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L’inizio di un’abitudine è come un filo invisibile, ma ogni volta che ripetiamo l’azione rinforziamo quel filo, vi aggiungiamo un filamento, finchè esso non diventa una grossa fune che ci lega definitivamente, pensiero e azione …” O.S.Marden

Nel cammino per ri-trovarsi incontreremo un nemico fortissimo: la resistenza al cambiamento.

Da molti studi sulla materia si evince che più dell’80% del nostro comportamento è basato su abitudini, impressionante ma vero. Parlare, scrivere, vestirsi, guidare, cucinare, utilizzare il pc, molta parte del nostro lavoro sono comportamenti che abbiamo ripetuto così tante volte da farli inconsciamente. E spesso mentre agiamo in questa maniera automatica, possiamo anche permetterci di fare altro.

La mente cosciente ha bisogno di presidiare come un genitore iperprotettivo alle prese con il suo unico figlio quattordicenne, tutte quelle attività che non si conoscono  o che si compiono per le prime volte. E questo richiede impegno, attenzione, sforzo, commisurati alla difficoltà del compito.

Perciò amiamo crogiolarci in quella che si definisce “zona di confort”: quell’immenso luogo in cui ci sentiamo completamente a nostro agio, sicuri e rilassati. Una sorta di divano su cui ci adagiamo ogni volta che percorriamo la stessa strada per andare in ufficio; quando ci fermiamo al “nostro” bar per fare colazione; quando svolgiamo le solite attività; quando a occhi chiusi ci vestiamo.

Insomma, siamo abituati a fare nello stesso modo le stesse cose e questo ci preserva da ansia, stress e incertezza. Ed è cosa buona e giusta. Ma questo, d’altra parte, ci impedisce anche di metterci in gioco, di rischiare, di capire se quello che facciamo da una vita ci piace ancora o meno.

Costa fatica apprendere nuove abitudini, costa impegno e attenzione. E’ un po’ come dopo anni di guida al volante di macchine “normali”, con frizione, cambio, tre o cinque porte, ti chiedessero di guidare una monoposto di Formula 1. Sì bello, ma … difficile, ci vuole concentrazione, è faticoso: sul volante ci sono le marce … Aiuto!!!

Ci sono rapporti di coppia o di amicizia finiti da tempo ma che continuiamo a trascinare avanti per abitudine e per paura del cambiamento; o lavori che non sopportiamo più ma che ormai abbiamo iniziato e pur di non affrontare il nuovo preferiamo spegnerci, professionalmente parlando; o ancora ci sono modi di trattare le persone che fino ad oggi magari ci hanno aiutato, ma sono ormai diventati un ostacolo che continuiamo a non voler modificare.

Con questo non sto invitando a prendere tutte le tue abitudini e stravolgere con ingratitudine, dall’oggi al domani: non avrebbe alcun senso.

Le abitudini ci aiutano , ci rendono liberi di dirigere la nostra attenzione cosciente dove vogliamo, mentre il nostro inconscio e il nostro corpo si occupano di altro. Se ogni volta che saliamo in macchina dovessimo rivivere la nostra prima guida, saremmo fregati.

Sto solo invitandoti ad indossare le lenti della consapevolezza affinchè tu riesca a scorgere la tua “zona di confort”, ad avvertire consapevolmente  la tua resistenza al cambiamento e a discernere quelle abitudini potenzianti,utile, che ti sostengono e quelle che, invece, ti hanno preso in ostaggio già da qualche tempo, allontanandoti dalla persona che vuoi essere e dalla vita che vuoi vivere.

C’è da dire che spesso le persone arrivano a sfidare la propria resistenza al cambiamento solo in extremis, quando il dolore causato da “non fare” diventa più forte di quello legato al “fare”. Grande potenza ha la leva motivazionale del dolore, come molla per spingere a cambiare, a fare qualcosa di diverso.

Solo se le conseguenze negative dell’azione a lungo rimandata superano (persino) la fatica e il disagio del farla, allora alcuni si decidono a modificare una vecchia abitudine. E’ il classico esempio di chi da anni sa di dover smettere di fumare e perdere peso ma …. Fino a che il cuore non lo minaccia con un infarto, sigarette e cibo a volontà (e anche dopo, a volte).

In certe occasioni “mollare la presa” è la cosa migliore, ma bisogna essere bravi a capire quando.

E’ lontano dal mio pensiero il “non mollare mai”, tipica espressione usata spesso nel campo motivazionale. Piuttosto, non mollare qualcosa che ti porta un gran beneficio (piacere) a lungo termine  solo perché ti infastidisce il dolore del presente 8stress, impegno a pianificare,resistenza nell’imparare nuove abitudini ..). Mollare in queste occasioni è quello che fa la maggior parte della gente. Sono tutti bravi  a fare qualcosa finchè non diventa impegnativa. La differenza evidentemente non la possono fare coloro che mollano alle prime difficoltà ma coloro che vanno avanti nonostante le difficoltà.

Appurato questo, a volte è il caso di mollare.

Il primo caso in cui farlo: tra le varie attività che svolgi, quella che non ti fa imparare molto e che non promette grandi benefici (per te significativi) a lungo termine, probabilmente è da mollare. Chiudere questi cicli ti permette di avere il tempo da dedicare ad altri obiettivi realmente importanti.

Il secondo caso in cui mollare la presa è quando sai già che non vorrai pagare il prezzo del tuo tempo, del tuo impegno, del tuo coraggio. In questo caso meglio mollare il prima possibile, anzi meglio evitare di iniziare.

Forse ti stai chiedendo quanto costa fare tutto questo, tutto questo impegno, tutta questa costanza. Domanda sbagliata: chiedi piuttosto quanto costa non farlo!

Quanto ti è costato fino ad oggi non fare quelle cose che hai sempre voluto fare? E quanto ancora ti costerà in futuro? E quanto invece ti è costato iniziare a non portare a termine quelle attività che più e più volte hai iniziato e interrotto molto prima di arrivare a metà strada?

Chiediti quanto ti è costato fino ad oggi in termini relazionali, fisici, emotivi, professionali non pagare il prezzo di quello che vuoi ottenere e nasconderti dietro le scuse del “non ho tempo” o del “è difficile”.

Tutto è difficile finchè non abbiamo una buona motivazione per spezzettarlo in piccoli passi facili ….

“ il successo è sequenziale; risulta da una serie di piccole discipline. Come un treno che accellera piano piano fino a raggiungere le velocità ..” A.Robbins

Dare e ricevere: la pulsazione dell’esistenza

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“Non esiste un dare che non sia nello stesso tempo un ricevere.” V.Barbaro

Dare e ricevere sono due termini di un unico processo. Soltanto quando comprendiamo questa idea possiamo cominciare a percepire che nel dare riceviamo e nel ricevere diamo. O forse, quando ci rendiamo conto che nel dare riceviamo e nel ricevere diamo, cominciamo ad intuire la verità di questa affermazione: le frontiere sono solo apparenti e gli estremi sono le due facce della stessa medaglia.

Uno dei due poli sembra attivo e l’altro passivo; in realtà il ricevere, nel prendere quello che ci viene dato, include un aspetto attivo e il dare comprende in sé anche la passività di offrire senza insistere, a mani aperte.

I due movimenti sono in relazione con l’affidarsi, che implica dare e ricevere come un solo atto. E’ un errore quindi considerarsi come una persona che dà, ma alla quale costa ricevere, e viceversa.

Il nostro ego vive in un mondo duale di opposti. Credi poter dare senza ricevere o di ricevere senza dare. Viceversa il grande insegnamento è che non si tratta di dare “o” ricevere, ma di entrare nel processo della vita, dove entrambi i movimenti sono la pulsazione dell’esistenza reale.

Quando ci rendiamo conto della nostra difficoltà nel dare, nel ricevere o in entrambi, abbiamo già fatto il primo passo per comprendere i nostri atteggiamenti e per vedere dove è il nostro “blocco”; ed è probabile che avremo più chiarezza nell’affrontare il passo successivo del nostro lavoro interiore. Ancora una volta la sincerità verso se stessi è la chiave per cominciare a vedere l’errore che ci impedisce di fluire con il processo della vita, che in fondo è un lasciar entrare e un lasciar andare.

Condizione preliminare per permettere il movimento della vita è la fiducia: fiducia che ho delle cose da dare, che ciò che posso fare, ciò che sento, ciò che penso hanno valore, che il mondo e gli altri sono pieni di cose buone per me e che la vita è scambio, intreccio, relazione.

La base per poter essere aiutati è coltivare un atteggiamento aperto verso ciò che sta fuori di noi, sentire che è positivo, coglierlo e che quello che viene dall’esterno ci può nutrire.

Come potremo essere in grado di dare, se non ci apriamo a ricevere? E come potremo ricevere, se non diamo?

Aver fiducia è l’azione fondamentale, è l’atteggiamento che permette al neonato di sopravvivere: si abbandona docilmente ad essere alimentato, vestito, amato dagli altri. Il neonato riesce a dare semplicemente attraverso la sua presenza e la sua esistenza, per questo è in grado di ricevere tanto. E, in seguito, da adulti, confondiamo la maturità con la diffidenza, il buonsenso con il sospetto, la prudenza con la rinuncia a priori.

Se impariamo ad aver fiducia che l’energia di cui avremo bisogno sarà sempre disponibile e che potremo coglierla se ci corrisponde, saremo capaci di far circolare tutto quello che ci arriva, permetteremo al nostro sapere di sgorgare naturalmente da noi stessi e saremo generosi nel dare idee, affetto, gesti.

Allo stesso modo sapremo lasciare andare il vecchio, fiduciosi di ricevere il nuovo di cui abbiamo bisogno.

Abbiamo diversi modi di relazionarci con ciò che riceviamo da fuori, con ciò che non è nostro e viene verso di noi.

Un modo è quello di ricevere quello che ci viene dato con allegria, semplicemente, aperti alla sorpresa, godendo, ad esempio, dei regali di compleanno, senza fare paragoni con ciò che ci aspettavamo o con quello che avevamo regalato a nostra volta.

Un altro modo è quello di ricevere con ansia, impazienza, prendendo ciò che viene: ce ne impadroniamo e lo tratteniamo. Ci fanno un regalo e noi ci attacchiamo ad esso immediatamente, temiamo di dimenticarlo, di perderlo o che ce lo portino via. Se questa modalità si accentua, arriveremo ad ottenere quello che desideriamo, rubandolo al mondo.

All’altro estremo, possiamo accettare molto poco dal mondo e da colui che ci sta offrendo qualcosa, come se avessimo un filtro a luci rosse che ci fa dire, compulsivamente, “no grazie!”.

Anche rispetto al dare, ci sono modi diversi di relazionarci con quello che esce da noi verso il mondo, verso le persone e le cose. Possiamo lasciare che la nostra ricchezza sgorghi dal nostro interno verso dove è necessaria; possiamo dare spontaneamente, come un bambino che offre il suo giocattolo più caro ad un altro che ha le mani vuote.

Possiamo dare con un atteggiamento più attivo, insistendo perché l’altro mangi il nostro cibo, assuma la nostra idea o la nostra opinione. Questo atteggiamento può essere ancora più accentuato, e allora imponiamo all’altro la nostra visione, il nostro sentimento, perfino una nostra carezza, senza chiedergli se lo desidera, senza chiederci se gli fa bene. Possiamo addirittura offenderci se l’altro non vuole o non prende ciò che gli diamo.

All’altro estremo, può succedere che abbiamo molte resistenze a dare qualcosa, diamo con il contagocce, sempre sulla difensiva, temendo che se diamo rimarremo vuoti.

E’ molto interessante come questi modi di dare e di ricevere si possono manifestare in qualunque nostro atteggiamento verso il mondo, gli altri, le cose, ad esempio nel modo di parlare, di offrire un regalo, un saluto, di prendere una fetta di torta, di ascoltare e perfino nel modo di respirare o di sorridere.

Se abbiamo una disfunzione nel dare la avremo anche nel ricevere. Entrambi i movimenti sono così intrecciati tra loro che è impossibile cercare di venire quale sia venuta prima, se la difficoltà ne l dare o quella nel ricevere o se siano nate insieme.

Possiamo quindi intuire che, per poter dare, prima di tutto abbiamo dovuto ricevere …..

Stress e resistenze

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Abbiamo visto nei post precedenti come la maggiore fonte di stress non sono tanto i fatti del mondo esterno, ma siamo noi, il nostro stile di vita, il nostro modo di affrontare le cose.

Insomma noi siamo abituati a dare la colpa di tutto a fattori esterni: il lavoro eccesivo, il traffico, i parenti insopportabili, gli amici noiosi. Ci tocca fare troppe cose e di questa la maggior parte non le vorremmo fare: per questo ci sentiamo stressati.

Se ci pensiamo bene questa è una “diagnosi” senza speranza. Il lavoro è sfibrante, ma non possiamo certo vivere di aria. I parenti spesso sono una palla al piede, ma in fondo gli vogliamo bene. Il traffico non possiamo certo deciderlo noi. Dunque non se ne esce, non c’è speranza!!

E se invece provassimo a spostare il tiro? … e se fossimo noi che orchestriamo male tutto quanto? …. E se non fossero le azioni che dobbiamo fare – controvoglia – a stressarci, ma la nostra resistenza? …. Ebbene sì, la nostra resistenza all’azione innesca il circolo vizioso che ci fa fare azioni inutili e che ci impedisce, alla fine, di essere felici.

Proviamo a pensarci: noi non vogliamo fare quello che stiamo facendo, che sia lavoro o altro, e quindi scantoniamo, tergiversiamo, rimandiamo, accumuliamo …. Accumuliamo lavoro, accumuliamo rabbia, viviamo male gli impegni … e perché tutto questo? Perché sogniamo di fare altre cose più interessanti. Perché abbiamo assimilato la cultura che dice: devi avere un posto interessante, di prestigio, di successo. Soprattutto non devi fallire. Una cultura che trasforma in un modello ciò che è socialmente accettato, e pretende che noi ci adeguiamo a quel modello.

Cosa accade allora? Accade che non godiamo quello che facciamo, perché, vivendo ogni cosa in funzione di qualcos’altro, la giudichiamo indegna di noi, seguendo i criteri del mondo.

Inoltre non impariamo nulla, perché si impara solo facendo e sperimentandosi, gettandosi dentro le cose: non impariamo nulla di noi, di ciò che sappiamo o non sappiamo fare e quindi di ciò che ci piacerebbe davvero. E infine, limitandoci a sognarlo, non otterremo mai nemmeno ciò che continuamente sogniamo.

E’ questo il vero inizio dello stress. Perché la nostra energia vitale, che saprebbe benissimo dove condurci se solo la ascoltassimo, è sopraffatta da tutto il mormorio della nostra mente, piena di questi pregiudizi e di queste false mete. E non potendo fluire si ritorce contro di noi, ritorna indietro, trasformandosi in tensione, insoddisfazione, irritabilità, rabbia repressa, stanchezza, delusione, frustrazione, apatia …. in una sola parola … stress!

E allora se vogliamo uscire dallo stress la nostra soluzione è …. sognare!!!

Basta vivere per il fine settimana, basta demandare i nostri momenti di gioia alla serata davanti alla TV o alle vacanze estive, basta fantasticare sulla vincita al totocalcio.

In realtà più sogniamo questi momenti, meno sapremo goderceli. Anzi, essi aumenteranno ancora di più il nostro stress perché li avremo caricati di aspettative salvifiche, regolarmente smentite e vivendoli già penseremo alla loro fine come ad un’eterna condanna che ci colpisce.

Se vogliamo uscire dallo stress non è al riposo che dobbiamo rivolgerci, bensì all’azione consapevole. E non serve affatto fare cose impossibili; l’azione che rende felici è semplice perché è ogni azione che facciamo, se la facciamo nela consapevolezza: se ci abbandoniamo a lei, senza scopo, diventa perfetta e non richiederà alcuno sforzo.

Si ri-creerà ogni giorno grazie alla sua capacità di mantenersi costante che non è obbligo, ma è la stessa costanza che fa crescere ogni giorno lo stelo di un fiore.

E’ l’adesso, ogni adesso cui non manca nulla. Non è la costanza dell’orario fisso, l’autocostrizione, ma è la capacità di essere nelle cose, imparando a misurarsi con esse diventando progressivamente capaci di scegliere, di tenere e di scartare.

Non di sognare un futuro migliore, ma di VIVERE un presente che abbiamo scelto …..

Manifestare la ferita

ferita anima

L’odio verso se stessi alimenta il risentimento e la violenza contro gli altri in una maniera abbastanza prevedibile: cerchiamo di trasferire i nostri cattivi sentimenti su altre persone in modo da sentirci meno cattivi.

Scaricare l’aggressività sugli altri è un sistema classico per provare ad alleviare la vergogna e il non amore verso se stessi che spesso vengono fuori nella relazione. Come ad esempio una moglie che fa un a secca osservazione la marito perché guida troppo veloce. Se lui la prende come un rimprovero, si può scatenare la sua critica interna; allora, per difendersi dal sentimento del cattivo sé, trasforma invece lei nel cattivo latro. Controbatte, biasimandola perché lo tormenta. Adesso è lei a provare il sentimento del cattivo sé e per schivare la critica prova a sua volta a fare di lui il cattivo altro: “perché sei sempre così sulla difensiva?”. Lui ribatte:”perché sei sempre così critica?”.

Questo è quello che le coppie fanno tutto il tempo: lanciarsi il cattivo sé come una patata bollente. Non fa meraviglia quindi che ai coniugi interessi tanto avere ragione anche se ciò distrugge il loro rapporto. Avere ragione infatti è un modo per cercare di deviare gli attacchi della critica con il suo odio verso se stessi e la sua vergogna paralizzante.

Detto questo possiamo anche riconsiderare tutti quei “difetti” che ci paiono pesanti stigmate inscritte dentro di noi, come sintomi del fatto che non si sa di essere amati.

E così la gelosia sorge soltanto da una mancanza di fiducia nell’essere amati: in qualche modo la vita ama gli altri più di me. Analogamente l’egocentrismo. L’arroganza e l’orgoglio sono tentativi di renderci importanti o speciali, un trucco per nascondere la mancanza di vero amore verso noi stessi. L’egocentrismo è un modo per tentare di far sì che il mondo ruoti intorno al “me”, per compensare una paura sotterranea di non essere in fondo affatto importante. Se ci sentissimo amati, senz’altro non ci capiterebbe mai di non avere importanza.

Dietro tutte le nostre parti buie sta il dolore di un cuore ferito. Ci comportiamo “male” perchè interiormente soffriamo. E soffriamo perché la nostra natura è fondamentalmente aperta e tenera. La buona notizia è che tutte le cose di cui ci vergogniamo, tutti i nostri cosiddetti “peccati” sono soltanto tigri di carta. Guardate il ringhio della tigre e troverete un bambino triste , solo e disperato che si sente scollegato dall’amore.

Il percorso dall’odio per se stessi all’amore per se stessi presuppone incontrare, accettare e accogliere l’essere che siamo. Questo inizia con il permettere a noi stessi di fare la nostra esperienza senza giudizio e critica. Permettere a noi stessi di fare la nostra esperienza può essere un’impresa molto difficile, dal momento che nessuno ci ha mai insegnato come relazionarci in modo sincero e diretto con quello che proviamo. Fare la nostra esperienza vuol dire conoscere e assumere attivamente quel che proviamo ed aprirci ad esso.

Il fatto di entrare consapevolmente in contatto con un sentimento “Sì, è questo il sentimento che c’è”, inizia a liberarci dalla sua morsa. Se possiamo aprirci alla nostra paura e concentrare la  nostra attenzione sull’esperienza dell’apertura in sé, alla fine potremmo scoprire qualcosa di meraviglioso: la nostra apertura è più potente degli stessi sentimenti. L’apertura alla paura è molto più grande e forte della paura in sé. Questa scoperta ci mette in relazione con la nostra capacità di forza, stabilità e comprensione riguardo a qualsiasi cosa stiamo attraversando e questa è “sofferenza consapevole”.

Non importa quanto dolorosi e spaventosi possono apparire i nostri sentimenti, la nostra volontà di confrontarci con essi fa emergere la nostra forza e ci conduce ad un orientamento più positivo nei confronti della vita.

Come le immobili profondità oceaniche stanno nascoste sotto le onde in tempesta sulla superficie delle acque, così il potere della nostra vera natura resta nascosto dietro i nostri turbinosi sentimenti. Combatterli ci fa solo agitare sulla superficie tempestosa; agitarci tra le onde ci impedisce di andare al di sotto di esse e di accedere al potere, al calore e all’apertura del cuore.

Permettere a noi stessi di fare la nostra esperienza, invece, ci consente di cavalcare o scivolare sulle onde invece che farcene portare via. In questi momenti ci siamo, ci siamo per noi stessi, per come ci sentiamo proprio ora e questo è un profondo atto di amore verso se stessi.

In che modo quindi fare amicizia con i nostri sentimenti esattamente come sono in questo momento indipendentemente dalla loro difficoltà?

Prima cosa cominciare a riconoscere quello che sta succedendo senza giudizio e senza cerca di liberarsene.

Adesso concedere ai sentimenti di essere lì dando loro tutto lo spazio di cui hanno bisogno in questo modo si permette al sentimento di esistere, così com’è, senza tensioni o resistenze.

Ora possiamo andare un po’ oltre e provare a vedere se possiamo aprirci fino a provare direttamente il non amore, senza innalzare alcuna barriera contro di esso.

Un passo ulteriore sta nell’entrare con la nostra consapevolezza proprio nel centro del sentimento, ammorbidendoci in esso così da essere tutt’uno con l’emozione.

Se la ferita del non amore è un dolore non digerito dall’infanzia, allora permettere a noi stessi di sperimentarlo con una presenza incondizionata è un modo per digerire il vecchio dolore.

Essere presenti a noi stessi in questa maniera è un atto d’amore che pare la porta verso le nostre più profonde risorse. Quando ci mostriamo alla nostra esperienza, il nostro essere si mostra a noi, in questo modo si fa l’esperienza di “tornare a casa da noi stessi” mettendoci così in contatto con tutte le nostre risorse.

Tornando a casa da noi stessi e dalle nostre risorse, scopriamo quello che è più vero di qualsiasi giudizio si possa esprimere su di sé: che andiamo bene some siamo e scoprire questo aiuta ad apprezzare la nostra vita pur con tutte le sue difficoltà.

Permettere a noi stessi di avere la nostra esperienza è la porta d’accesso all’accettazione e all’amore di sé …..

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