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L’alternanza al di là dell’apparenza …..

le stagioni

Intonaco e olio su tela di : Antonio Gandossi http://www.antoniogandossi.com/

L’avventura della vita porta con sé il suo carico di problemi, affettivi e psicologici, fisici e materiali. Tuttavia c’è un’illusione che può rendere questa avventura più dolorosa: l’illusione di credere alla felicità rosa su una nuvoletta bianca. In effetti pensare alla felicità come al massimo del benessere e credere che arriverà automaticamente quando tutto il resto andrà alla perfezione, è una trappola in cui molti di noi restano imprigionati.

La maggior parte delle volte, questa illusione ci porta ad adottare uno di questi tre tipi di condotta: possiamo rassegnarci ad aspettare una schiarita rimandando la felicità a dopo; possiamo pensare che è inutile sognare e che quindi è più ragionevole smetterla di aspettare e rassegnarci; oppure possiamo convincerci che la nostra felicità è prova della nostra incompetenza, che dipende da un nostro errore, persino da una nostra colpa, e che è necessario essere felici.

Così elaboriamo un allegro miscuglio di colpevolezza e di senso del dovere che ci mette sotto pressione. Spesso elaboriamo una tossica combinazione di queste reazioni: “Devo essere felice, ma a cosa serve sognare visto che tanto non lo sarò mai, o forse sì, ma chissà fra quanto tempo ..”

In realtà, a ben guardare, la vita dispensa alla maggior parte di noi, per quanto in diverse proporzioni, sia gioie che dolori, periodi di confusione e periodi di fiducia, lutti e rinascite.; attimi luminosi di grazia e meraviglia e periodi bui di sofferenza e disordine. In tutto ciò credo, quindi, che tutti noi possiamo, se lo vogliamo, apprezzare ed assaporare innanzitutto i momenti felici e farli durare il più a lungo possibile.

Tuttavia spesso vedo che ci sono molte persone che non solo non sanno approfittare pienamente di questi momenti, ma che si attaccano, spesso con forza, ai momenti vissuti nel dolore, nella confusione, nella contrarietà, persino a rischio di provocare essi stessi questi periodi. Questo perché frequentemente non si tiene conto dei due principi che stanno alla base del funzionamento della vita.

Il primo principio è l’Alternanza, che poi altro non è che la struttura stessa della vita.

Per Alternanza intendo quei cicli nella vita di ognuno che ritornano con ritmi diversi: la stagione della caduta in cui tutto crolla e si disfa, la stagione del concepimento e dell’attesa in cui tutto si gela e si rigenera, la stagione dei boccioli in cui tutto germoglia e cresce, la stagione della fioritura in cui tutto prende vita e si schiude.

Per quanto l’autunno possa non piacere, nessuno si stupisce del suo arrivo; sappiamo tutti che questa è una stagione di trasformazione e che l’inverno che segue ricicla e rigenera quello che è necessario alla continuità della vita e così per sempre.

Una relazione sentimentale difficile può farci vivere le quattro stagioni in pochi minuti e, alla fine, lasciarci in un autunno apparentemente infinito che ci spoglia, foglia dopo foglia, dei nostri stati di ego per mettere a nudo la forza delle nostre radici.

La morte di una persona a noi vicina può farci precipitare nell’inverno più glaciale, ibernarci a lungo prima che germogli in noi la forza di una vita veramente nuova.

Un periodi di intensa depressione può essere l’occasione di una vera rinascita.

Vedo quindi l’alternanza come un elemento strutturale della vita, non come un incidente né un caso.

Il secondo principio di funzionamento della vita si può riassumere come segue: la felicità che cerchiamo, la sua meraviglia e la sua grazia, possiamo scoprirla, decifrarla, attraverso gli eventi, oltre l’oscurità, oltre le avversità, aldilà dell’apparenza.

Quando attraversiamo delle difficoltà finanziarie o affettive, in cui tutto ci sconvolge e ci viene a mancare la terra sotto i piedi, possiamo ancora godere di una straordinaria fiducia, dell’intima convinzione che quello che ci succede è necessario e naturale, anche se molto spiacevole.

Possiamo fare un lavoro che non ci si addice, che non ci piace, ma la fiamma del cambiamento può già bruciare in n oi. Possiamo essere esausti di crescere i nostri figli, di correre per guadagnarci il pane, di badare alla casa e nonostante tutto goderci il miracolo di essere vivi, in salute, coscienti, sentire che la nostra vita non è solo prendersi cura dei figli, del lavoro e della casa, ma che supera tutto questo e và bel oltre.

Quindi, per quanto vivere sia a volte difficile, la nostra vita non si riduce solamente a questa difficoltà. Il nostro presente non è racchiuso in quello che facciamo, esso è esteso, aperto a tutto quello che siamo: degli esseri viventi, consapevoli, che cercano di gustare il senso della loro vita in ogni cosa.

Per cui, l’aldilà non è una nozione spazio-temporale lontana, in un altro posto, in un altro mondo. L’aldilà è qui e ora, nel momento in cui vivo, dietro e attraverso ciò che vivo.

E’ il presente esteso, aperto anche quando il quotidiano può essere stressante.

Solo così potremo godere di una vita allo stesso tempo più leggera, più profonda, più ricca e, soprattutto, più felice, anche se il cammino è irto di difficoltà, di cambiamenti e di crisi ….

“Siamo ciechi,

accecati dal visibile ..”

M.A.De Souroge

Come perdiamo di vista le nostre vite

essere presenti 1

Proviamo a riflettere: quante volte ci capita di non essere presenti a quello che facciamo, di perderlo di vista?

Perdiamo di vista le nostre felicità. Tutte quelle domeniche in cui pensiamo al lunedì e non approfittiamo del riposo. Poi quei lunedì in cui rimpiangiamo di non esserci goduti il riposo.

Perdiamo di vista le piccole cose poco importanti. Tutte quelle volte che non ascoltiamo quello che ci dicono, che siamo assenti , altrove. Tutte le volte che siamo andati da qualche parte senza pensarci, inserendo il pilota automatico. Arriviamo e ci rendiamo conto di aver camminato o guidato senza essere in noi, in un altro universo: non nella realtà ma nel nostro stato d’animo.

Perdiamo di vista momenti importanti attraversati senza essere in noi. Perché la nostra mente è ingombra di tante cose e preoccupazioni che non siamo in grado di controllare né di allontanare.

A volte, è quasi tutta la nostra vita che si abitua a scorrere così, fuori di noi. E noi seguiamo, trotterellandole dietro, cercando di raccogliere i pezzi, di comporli in una costruzione coerente.

Ci sono molti modi di fuggire la nostra vita e di non essere presenti all’istante.

Possiamo rifugiarci in azioni inutili o utili diventando così prigionieri dell’azione. Certo, nella nostra vita occorre fare e agire. Ma siamo davvero consapevoli di tutti quei momenti in cui fare equivale a fuggire? Di quei momenti in cui ci buttiamo nell’azione non per costruire qualcosa bensì per evitare di provare qualcosa?

Possiamo rifugiarci, anche, nei rimuginii o nei sogni o nelle speranze, vivere avvolti nelle nostre chimere e nelle nostre attese, senza mai uscire a prendere una boccata d’aria nella vita leggera: leggera appunto perché senza attese, senza altra intenzione che quella di sentire e osservare cosa sia essere vivi e presenti.

Possiamo rifugiarci nelle certezze. Giudicare sempre e decidere cosa è bene e cosa è male, in noi e negli altri, in casa nostra e nella società. Insomma, irrigidirci nell’intento di incasellare sempre le nostre percezioni e le nostre esperienze, modificandole  e deformandole, impediremo alla realtà di raggiungerci, di scuoterci, di cambiarci.

Possiamo perfino essere troppo centrati su noi stessi e non abbastanza su quello che succede intorno a noi. Vediamo solo le nostre sofferenze e i nostri dolori e dimentichiamo che in generale affliggono tutti gli esseri umani, o quasi. Volgere lo sguardo agli altri solo per confrontarsi (sono meglio? Sono peggio?) così da tornare sempre a noi.

Possiamo essere vittime di ripetuti furti di consapevolezza. La nostra epoca è caratterizzata dai furti di attenzione: le interruzioni della pubblicità, delle telefonate, degli sms o delle mail, ma anche l’abitudine ad essere “disponibili”. La mancanza di disponibilità e la tendenza a ritirarsi possono certo porre dei problemi, ma essere sempre pronti ad interrompere tutto per rispondere ad ogni forma di sollecitazione, non è altrettanto assurdo? In ogni caso può portare ad una frammentazione delle nostre capacità di attenzione: la possibilità di fare zapping se qualcosa non ci va e cambiare così le nostre idee ci porterà alla fine a non avere più nessuna idea.

Possiamo rifiutare di lasciar fare alla vita. E chiuderci in un problema o in uno pseudo-problema e non voler mollare la presa finchè non lo abbiamo risolto. E’ la cosiddetta “perseveranza nevrotica”. Prendiamo questo esempio : la ricerca delle chiavi perdute. Cercare le proprie chiavi per due minuti è un comportamento adeguato; cercarle per due ore lo è meno. E cercarle per tutto il giorno non lo è affatto. Meglio allora accettare di averle perse, aspettare, oppure orientarsi verso una soluzione che non sia quella di continuare a cercarle. In questo modo trasformiamo molte difficoltà che dovrebbero restare benigne in grossi problemi esistenziali. Quelle chiavi perdute diventano così l’incarnazione temporanea della mia sfortuna e del mio essere di vittima di un destino avverso.

E poi, possiamo semplicemente voler rifiutare il dolore di certi momenti della vita. Allora, di fronte agli stati d’animo dolorosi, possiamo reagire come un chirurgo: per sopprimere un problema facciamo un bel taglio e togliamo tutto. Per non provare quella tristezza o quella inquietudine evito di lasciarmi andare. Per non provare quello che è sgradevole, mi sforzo di non provare più niente del tutto. Mi blindo, mi indurisco. Mi privo del gusto della vita perché in passato è stato amaro.

Queste fughe non cambieranno la nostra esistenza; ci faranno solo pazientare, resistere fino ad una ulteriore esplosione, una crisi.

Senza essere presenti, né coscienti, come potremmo essere felici? Tutt’al più possiamo a volte essere sollevati, soddisfatti, non troppo infelici …..

Rendersi felici: … pratiche “ostinate “…

FELICITà PEANUTS

Esiste davvero una saggezza della felicità? Un’osservazione attenta dimostra che, per la maggior parte, i suggerimenti per rendersi felici sono universali e alquanto antichi. E che vertono su approcci assai semplici, perciò facili da mettere in ridicolo e svalorizzare.

Ma è un nostro diritto sognare la felicità, no? In ogni caso, quelli che la sognano mi sono sempre più simpatici di quelli che ci ironizzano sopra. E mi è sempre sembrato che stessero meglio. Ma naturalmente, quando si dice che bisogna fare pratica e creare l’abitudine per essere felici , è un po’ come lavarsi i denti … và fatto tutti i giorni.

Ecco quindi un piccolo vademecum … suggerimenti antichi, provati, trovati sui libri … pescate quello che fa al caso vostro … è tutto gratuito!!!!

I PENSIERI POSITIVI DELLA SERA … => questo esercizio è un classico della psicologia positiva. Consiste nel chiedersi ogni sera, poco prima di addormentarsi: “quali bei momenti ho vissuto oggi?”; spesso le persone alle quali si propone questo esercizio cominciano a cercare non tanto “bei” momenti, bensì momenti “grandi”, delle grandi gioie. Di fatto, si suggerisce di evocare soltanto delle piccole gioie, con semplicità. Questo per abituarsi a vedere il “bello” anche in cose classificate in genere come banali.

CONOSCERE LE PROPRIE ESIGENZE DI FELICITA’ => gli ingredienti della felicità sono molteplici, e a volte opposti: felicità da solitudine e felicità da legame, da azione e da arretramento, da agitazione e da calma … Sono gli stessi per tutti, ma in proporzioni che variano da una persona all’altra. E, per una stessa persona, da un giorno all’altro o da un periodo della vita all’altro. Ora, noi tendiamo ad imprigionarci nelle abitudini di felicità e a non variarle abbastanza. O ad accontentarci delle felicità commerciali che ci vengono vendute. Ancora e sempre una mancanza di consapevolezza verso i nostri bisogni ….

NON PERDERE MAI DI VISTA LE PROPRIE PRIORITA’ => è l’eterna riflessione sulla differenza fondamentale tra ciò che è urgente  e ciò che è importante per nutrire la nostra anima. Tra le cose spesso urgenti: fare la spesa, i mestieri, far riparare la macchina, far ripetere le lezioni ai figli, cucinare, lavorare etc….. Tra le cose importanti: ridere con le persone care, vedere gli amici, fermarsi per respirare, farsi una coccola, prendersi del tempo per leggere un libro,guardare le nuvole che passano nel cielo … In generale, ciò che è urgente è rumoroso e ci mobilita: è difficile resistergli. Mentre ciò che è importante è silenzioso, e si lascia dimenticare, senza far rumore. Ma trascurarlo ci darà a poco a poco un senso più profondo di frustrazione o di vuoto esistenziale, senza capirne bene il perché. Fino a quando capiamo: da quanto tempo non guardo le stelle? .. da quanto tempo non vado a fare una passeggiata nel bosco con i miei figli? … da quanto tempo non mi prendo un po’ di tempo solo per me? …. Da tanto! … Mmmmmm … e se fosse questa la mia “malattia”?

LA FELICITA’ E’ CONTAGIOSA …. CONTAMINIAMO LE PERSONE CHE FREQUENTIAMO … => la caratteristica migliore, in tutti questi “sforzi” per essere felici, è il fatto che sono contagiosi: rendendoci un po’ più felici, renderemo un po’ più felici e persone che incontriamo. Parecchie ricerche nel settore hanno confermato che una persona felice “contamina” le altre fino alla terza cerchia delle sue conoscenze. Vale a dire che della vostra felicità beneficeranno i vostri amici, gli amici dei vostri amici, e che la sua influenza sarà ancora percepibile negli amici degli amici dei vostri amici ….. Più oltre, ovviamente, non resta un gran che: la felicità non obbedisce alle leggi dell’omeopatia. Attenzione però, perché questo effetto di induzione sia tangibile, occorre, come dice lo studio condotto, che la persona sulla quale influite abiti vicino a voi e che la incontriate regolarmente …. Le dotte analisi di  questa ricerca hanno confermato che si trattava effettivamente di un meccanismo di causa ed effetto: quel che spiega perché si trovino più persone felici intorno alle persone felici, non è il principio che “chi si assomiglia si piglia”, ma un’induzione di felicità negli altri.

ACCETTARE LA FELICITA’ COME UNA PRESENZA EFFIMERA => quella curiosa sensazione che la tristezza a volte sia una gioia consumata, una felicità che ha fatto il suo tempo …. Se ci aggrappiamo alle nostre felicità, queste possono trasformarsi in tristezze. E’ necessario accettare di andare avanti abbandonando questa felicità che è morta. La ricchezza e la sottigliezza delle nostre esperienze emozionali in rapporto alla felicità derivano, più che dalle grosse felicità piene, nette, dall’esistenza di quegli stati d’animo che sono legati alla consapevolezza della finitudine delle nostre felicità. E’ questa consapevolezza della dimensione intermittente della felicità che consente di estenderne l’esperienza verso orizzonti temporali più ampi: è per questo che un solo istante di felicità può darci il gusto dell’eternità.

SMILING IN THE RAIN (sorridere nella pioggia) => la capacità di sorridere con l’anima nel violento irrompere della tristezza. Abituarsi a sorridere (o a restare accessibili agli stati d’animo positivi) di fronte alle seccature e ai disagi, fare di tutto per non permettere che le pre-occupazioni ci impediscano di godere della bellezza o dei momenti piacevoli, sforzarsi di estrarre da una grigia quotidianità gli istanti di grazia, indipendentemente dalle nostre costrizioni e dai nostri obblighi.

IL MEZZO SORRISO => quando è troppo difficile sorridere, possiamo sorridere a metà. L’insegnamento di Thich Nhat Hanh, famoso monaco vietnamita, incoraggia alla pratica del “mezzo sorriso” vero strumento di omeostasia interiore: “Mi sorrido per benevolenza verso me stesso, per prendermi cura di me, per darmi amore. So che se non mi prendo cura di me, non potrò prendermi cura degli altri”. Basta spesso un mezzo sorriso per impedire che in noi si inneschi il circolo vizioso delle inquietudini, dell’ansia, dei risentimenti.

SORRIDERE MENTALMENTE => sì, possiamo ridere anche con la testa; all’inizio sarà un po’ complicato , si tratta di indossare una sorta di abito pre-confezionato poi, come mi ha detto una mia cliente :” mi metto la mia maschera del buonumore e spesso arrivo al punto di dimenticare che si tratta di una maschera, e la vita affrontata così, con il sorriso sulle labbra, a poco a poco mi fa sentire meglio”. Da qualche parte ho letto :”Come la fragola ha il sapore della fragola, così la vita ha il sapore della felicità” ma per sentire questo sapore, dobbiamo aprire la bocca sorridendo ….

“Mi sveglio al mattino con una gioia segreta; vedo la luce in una sorta di rapimento; per tutto il resto del giorno sono contento”, dice Montesquieu, personalmente non mi succede così spesso di svegliarmi al mattino con una gioia segreta. Penso che non sia grave, in ogni caso mi piace lavorarci sopra con ostinazione per ritagliarmi un momento di paradiso personale. Guarda “caso” mi sono imbattuta in questa formula che mi ha affascinato: “L’ostinazione ad essere felici”.

E’ questo … è esattamente questo! …

E funziona … spesso …..

Sguardo dell’altro e fragilità personale

sguardo dell altro 1

Il “ti voglio bene solo se …” ha spesso impresso in noi la dipendenza o, quanto meno, la fragilità in rapporto allo sguardo dell’altro. Abbiamo acquisito inconsciamente l’abitudine a credere che fossimo amati per le nostre azioni, le nostre competenze, i nostri risultati, e non per noi stessi e così abbiamo lasciato che molti nostri atteggiamenti fossero appiattiti dalla paura di essere giudicati, criticati, rifiutati, invece di lasciare che fossero l’espressione gioiosa della nostra personalità e della nostra creatività: “cosa penseranno di me se dico questo e penso quest’altro, se mi vesto in un modo e mi pettino in un altro, se oso fare questa cosa o quell’altra?”

Tutti conosciamo persone, quando non lo siamo noi stessi, che allineano la propria vita su questo criterio: cercare di piacere, evitare ad ogni costo di non piacere, fare tutto come “si deve”.

Molte di loro, poi, si stupiscono di essere sempre alla ricerca, sempre in attesa e di non essere mai felici. Come potrebbero esserlo? Come potrebbero essere interiormente soddisfatte se tutte le loro aspettative sono esteriori?

Credo che sia impossibile essere felici senza accettare a volte il disagio di non piacere a tutti. Con ciò, di certo, non invito nessuno a cercare deliberatamente di non piacere a qualcuno; propongo, invece, di mostrare rispetto e considerazione per l’altro senza rinunciare a se stessi. Esistono molte persone che pensano si manchi loro di rispetto quando non facciamo quello che vogliono o che trovano giusto. Esse perpetuano, loro malgrado, la confusione tra bisogno e richiesta, tra richiesta negoziabile e pretesa.

In fondo, non credo che potremmo mai godere della sicurezza e della dolcezza di essere fedeli nei confronti degli altri e della vita, se non fossimo fedeli nei confronti della prima persona con cui siamo in relazione, cioè noi stessi.

Se aspettiamo di piacere a tutti e di essere sicuri di non deludere nessuno, rischiamo quasi sicuramente di mancare la nostra vita, come delle brave ragazze o dei bravi ragazzi, molto saggi, che si annoiano pazientemente senza osare nemmeno dirselo.

Rispettarsi, non significa fare tutto quello di cui si ha voglia, né assecondare tutti i propri desideri. Rispettarsi, è allo stesso tempo ascoltarsi, capirsi e rendere giustizia ai propri veri bisogni, nascosti dietro i desideri e le voglie; significa anche accettare il disagio di stabilire delle priorità, la difficoltà di rinunciare e di scegliere, la difficoltà di vivere dei disaccordi.

Rispettare l’altro, è esattamente la stessa cosa: non significa fare tutto ciò di cui ha voglia, né assecondare tutti i suoi desideri. Rispettare l’altro, è ascoltarlo, capirlo e rendere giustizia ai suoi veri bisogni; significa anche accettare il disagio di porre delle priorità, di rinunciare per scegliere, si non essere sempre d’accordo.

Ascoltare il proprio slancio e seguirlo, imparare ad avere autostima e fiducia, cambiare quello che c’è da cambiare e abbandonare quello che c’è da abbandonare, con fermezza e benevolenza, cercando di rispettare l’altro e se stessi.

Credo che a volte per crescere ci occorra ritornare ad essere un bambino esitante, balbettante, ai primi passi, per permetterci veramente di imparare cose nuove. E non è facile! C’è una parte di noi che adora rinchiudersi comodamente nelle sue abitudini e nelle sue certezze e che preferisce tenere chiusa la porta dell’apprendimento.

Ho osservato che, sostanzialmente, le persone non si danno fiducia, agiscono spesso controllando la loro vita e quella dei loro cari. Si aspettano che gli altri funzionino come hanno deciso loro.

Ancora una volta tutto questo ha una sua spiegazione: la sicurezza è un bisogno fondamentale, se non la cerchiamo in noi, nei punti di riferimento interiori, nella fiducia profonda in noi stessi e nella vita, rischiamo di cercarla all’esterno, attraverso il controllo e la programmazione. Queste persone, raramente si sentono profondamente felici …  Dipendono dal loro ambiente, che naturalmente, non asseconda sempre i loro programmi e non si sottomette costantemente al loro controllo, né alla loro volontà.

Naturalmente, la fiducia e la stima in se stessi non si decretano per legge. Non si tratta solamente di un’idea o di una decisione, ma di una pratica quotidiana che comporta:

  •  Accettare ed elencare lucidamente quello che sentiamo non funzionare in noi, per esempio: “ in fondo, non ho fiducia in me stessa. Se l’altro parla più forte di me, se l’altro ricopre un ruolo di autorità, io mi ritiro”.
  •  Identificare i sentimenti e i bisogni che a volte possono essere mescolati e confusi.
  •   Lasciare che le priorità si chiariscano in termini di bisogni fondamentali.
  •   Tendere verso questi bisogni/priorità con infinita benevolenza per i primi passi, spesso esitanti e poco soddisfacenti.
  •  Prendersi il tempo di celebrare i micromovimenti, i micro cambiamenti che si producono in noi e nutrirsene come se fossero vitamine. Ricordiamoci sempre che siamo noi la nostra migliore amica/amico. Se non siamo noi stessi ad incoraggiarci per primi come potremo ascoltare gli incoraggiamenti degli altri?

E’ solo accettando di accogliere il disagio di cambiare, di affrontare gli sguardi e i commenti degli altri “Sei cambiata, non sei più quella di prima …” di addomesticare le nostre paure, che possiamo ritrovare il ben-essere e – udite udite!! – creare ben-essere intorno a noi ….

“ Quando il mio percorso è duro e

accidentato, quando gli altri non

capiscono dove vado né perché ci sto

andando, non significa che mi sto sbagliando ..”

A. Levy-Morelle

E chiamale se vuoi emozioni …

MENTE 7

“La felicità e la sofferenza vengono dalla vostra stessa mente,

non dal mondo là fuori.

 La vostra stessa mente è la causa della felicità…

 la vostra stessa mente è la causa della sofferenza….

per conquistare la felicità e sedare la sofferenza dovete

lavorare dentro la vostra stessa mente.”

Lama Zopa Rinpoche

La Felicità e la Sofferenza sono due emozioni.

Che cosa sono le emozioni e a cosa servono?…. Domanda da un milione di dollari a cui molti illustri, e certamente più eruditi, signori prima di me hanno cercato di dare un risposta.

Se mi passate una definizione poetica “l’emozione è un movimento dell’animo.

La radice stessa della parola emozione è il verbo latino “moveo” (muovere) con l’aggiunta del suffisso “e” (movimento da), per indicare che in ogni emozione è implicita una tendenza ad agire.

Come dice Galimberti nel suo Dizionario di Psicologia l’emozione è una “reazione affettiva intensa con insorgenza acuta e di breve durata determinata da uno stimolo ambientale. La sua comparsa provoca una modificazione a livello somatico, vegetativo e psichico.”

In altre parole, con emozione indichiamo ciò che proviamo reagendo ad uno stimolo, anzi meglio al significato che attribuiamo allo stesso. Abbiamo quindi il riconoscimento del valore da noi attribuito ad un evento e immediatamente una risposta emotiva che interessa il nostro corpo. L’emozione è un processo che ha un inizio, una durata e una fase di attenuazione; esso è accompagnato da modificazioni fisiologiche (accelerazione o rallentamento delle pulsazioni cardiache, diminuzione o incremento dell’attività di particolari ghiandole e della temperatura corporea), espressioni facciali e comportamenti abbastanza caratterizzati. La finalità più evidente delle emozioni è quella di stimolare una adeguata reazione comportamentale; è una sorta di piano d’azione del quale ci ha dotato l’evoluzione per gestire in tempo reale le improvvise emergenze della vita.

Mi accorgo di un pericolo, provo paura, scappo, chiedo aiuto o mi difendo. Un evento mi apre nuove interessanti opportunità, provo gioia e corro a condividerla con i miei amici più cari.

Le emozioni ci colorano la vita e ci permettono di esprimere i diversi aspetti della nostra personalità. Riconoscerle e viverle appieno significa condurre un’esistenza intensa e ricca.

A questo punto per non incorrere in confusione di termini è bene sapere e differenziare le altre parole che possiamo trovare, spesso erroneamente come sinonimi, quando si parla di emozioni: affetto, sentimento e umore.

Affetto è un termine generico che varia per qualità ed intensità e che include le emozioni, in quanto tutte le emozioni sono ”affettive”, mentre non tutti gli stati affettivi sono emozioni.

Il Sentimento implica un diverso grado di intensità e di intenzionalità rispetto le emozioni. “E’ una risonanza affettiva… più duratura dell’Emozione, con cui il soggetto vive i propri stati soggettivi e gli aspetti del mondo esterno.” Quindi il sentimento è durevole perché assurge al rango di valore e, quindi, anche di credenza in base alla quale confrontiamo ogni situazione. Un valore circa il Sé, la propria vita, i propri rapporti intimi

Usando sempre una metafora poetica : L’emozione è come un pizzico che sfiora solo l’epidermide dell’animo, il sentimento un’incisione profonda che arriva fino al mezzo dell’anima stessa, e vi si radica, lasciando indelebile il segno del suo passaggio.

Potremmo identificare l’emozione con un bagliore violento sulle pupille, accecante e subitaneo, che suscita sensazioni, forti.

Il sentimento invece è “amico del tempo”, è come un solco scavato nella roccia anche con piccolissime ma continue goccioline d’acqua che lentamente cadono, incidendo l’anima attraverso le lunghe stagioni della nostra vita.

L’emozione può durare lo spazio di un’ora, o di un mattino..

Ma il sentimento non teme il tempo, poiché appunto appartiene alla storia e all’essenza di noi singoli uomini.

L’emozione bagna gli occhi, e inumidisce le guance, fuori dal viso..

Il sentimento percola invece denso nella gola, nascosto agli occhi degli intrusi.”

L’Umore è l’esperienza che risulta da una somma di percezioni, il proprio corpo, la situazione circostante ed i fatti che occorrono, il fluire del tempo e che, ugualmente, colora di sé tutte queste percezioni. Così un giorno di pioggia sarà percepito positivamente se sono di buon umore, e mi dirò “ E’ una buona occasione per stare a casa stasera”, oppure, al contrario “Porca miseria proprio oggi che…” etc.

Naturalmente l’umore varia in diverse situazioni, in relazione agli eventi che mi accadano, ed è normale che sia così.

Veniamo ora alle due emozioni dello scritto di Zama Rimpoche che ha ispirato questo post: Felicità e Sofferenza.

La Felicità secondo Argyle “può essere intesa come una riflessione sull’appagamento nei riguardi della vita”. La felicità è provare ciò che esiste di bello nella vita. Non è una emozione oggettiva ma una capacità individuale, non è casuale come un evento del destino ma una capacità da scoprire ed imparare. Bisogna imparare ad essere felici. La felicità non è inseguire i sogni ed aspettative di domani, ma al contrario cercare di godere di quello che sia ha oggi.

La Sofferenza, al contrario, è una emozione che può essere collocata su più livelli di intensità da lieve a grave, di disagio, angoscia, terrore, ecc.

La Sofferenza è esperienza di ferita e di dolore, è accettazione passiva delle circostanze e suggerisce la perdita della speranza. Spesso il termine viene usato come sinonimo di dolore, in realtà la sofferenza insorge quando il dolore viene negato o rimosso. Sperimentare il dolore precedentemente evitato, benché inizialmente spaventi, spesso porta sollievo e conduce a sentirsi vivi, conducendo l’individuo ad una sensazione di pace e tranquillità nuovamente fiduciosi che le cose possano cambiare

Eccoci al punto secondo cui “la felicità e la sofferenza vengono dalla vostra stessa mente”. Secondo la REBT (Terapia Comportamentale Razionale Emotiva) nella maggior parte dei casi il modo in cui ci sentiamo (emotivamente) e il modo in cui ci comportiamo sono la risultante di ciò che pensiamo.

E’ assolutamente vero che certe persone hanno una visione del mondo, altre ne hanno una diversa. Certuni hanno un modo di pensare che li porta più facilmente a sentirsi sconfitti e da qui andare incontro a delle sconfitte più frequentemente di altri. Certi individui vivono meno felicemente di altri, malgrado analoghe avversità. La storiella di vedere un mezzo bicchiere vuoto o pieno ha in fondo una sua evidenza sia sul piano concettuale che pratico.

Il presupposto della REBT è che i comportamenti sono gestiti dai pensieri, così come i burattini dal burattinaio. Posso lavorare sui comportamenti e sulle risposte emotive, ma se non arrivo al livello decisionale (pensiero-movente) non cambierà mai bene le mie reazioni.

Ecco perché è necessario educare la mente potenziandone quell’aspetto capace di favorire reazioni emotive equilibrate e funzionali, cioè cambiando qualcosa nel proprio dialogo interno, ossia nel modo in cui parliamo a noi stessi quando interpretiamo e valutiamo ciò che ci accade. Questo non vuol dire che non si proveranno più emozioni spiacevoli , ma anziché esserne sopraffatti potremo comprenderle e successivamente trasformarle.

Ciò nonostante il mondo va come deve andare e non vuol dire che vada bene. Tuttavia nel mio scorcio di vita ho il diritto di viverci al meglio. Questo presuppone che io abbia aspettative realistiche in linea con le mie possibilità, mezzi e spazi temporali. Se riesco ad ipotizzare uno stile di vita ove nulla o quasi è terribile, catastrofico, insuperabile vivrò meglio. E questo può perfino consentirmi di migliorare in qualche modo questo mondo, ma con l’aspirazione realistica a farlo , non con la pretesa che tutti mi ascolteranno.

Una vertigine furibonda ….

innamorati

“… sei come sangue al cuore, sei come respirare

sei vita che non si cancella mai…..”

Anonimo

Poche felicità sono dirompenti, esaltanti e smisurate come la felicità provata nell’aver trovato e ri-conosciuto l’altro.

Poche felicità riempiono così tanto quanto quella che appartiene all’inizio di una storia. La felicità degli inizi non assomiglia a nessun’altra.

E’ assoluta, invasiva, non lascia spazio a niente e a nessuno. E’ una sferzata di energia purissima. Una vertigine furibonda. Una tavola sontuosamente imbandita, dove potersi servire a piene mani.

Gli inizi sono dolci. Gli inizi hanno uno splendore abbagliante: c’è tutto e ce n’è di più e ancora di più, in abbondanza. Ogni cosa è nuova, tirata a lucido, e risplende. La vita trabocca. Quasi non ci si sta dentro.

Descrivere la felicità è difficile. E’ molto più facile raccontare la disperazione. A pensarci, esistono una quantità spropositata di canzoni, film, romanzi e poesie che parlano delle pene amorose e, a confronto, molto poche che descrivono l’estasi magica dell’amore allo stato nascente.

Forse è che la felicità non impone  la riflessione, non induce a fermarsi. Essa è spinta, movimento, non chiede altro che di essere vissuta.

La felicità non si può dire. Però lo stesso si può provare a fare qualche riflessione.

Gran parte dell’esaltazione provata in questo momento iniziale è dovuta al piacere di avere aperte davanti a noi una serie infinita di possibilità. Tutto è ancora da farsi, tutto deve ancora succedere. Si tratta di un’eccitazione che ricorda quella del bambino di fronte ad una promessa di imminente soddisfazione e gratificazione.

Si diventa, da innamorati, come ragazzini al primo giorno di vacanze estive, perché l’amore, negli inizi, racchiude e porta un’enorme promessa di felicità.

Il nuovo che sta lì davanti, l’altro e ciò che accadrà con e grazie a lui, è esaltante. Fa luccicare l’aria tutto intorno. Vibra e tiene tesi come un arco pronto a scoccare la freccia.

Amore è generoso, e all’inizio fa molti regali vistosi. Prima fra tutti la sensazione di essere aumentati, di vivere una vita che è più vita. Il riverbero di ciò che proviamo investe ogni cosa: siamo molto più buoni, più ottimisti, più disponibili. Il mondo è un posto più bello. E noi possiamo fare tutto.

Amore regala euforia (sono tutto), ingordigia (voglio tutto), delirio di onnipotenza (posso tutto). A piene mani. Rende infinitamente indulgenti: ogni cosa è meravigliosa. E l’altro è perfetto!

L’incanto, poi, si benedice di continuo: trovato e ri-conosciuto l’altro, ogni giorno e ogni istante si ringrazia infinitamente la sorte. Perché l’inizio dell’amore è questo: è colmo di un meraviglioso senso di sollievo.

Ripetutamente torna e torna una domanda: come ho fatto fino a oggi? Come ho fatto senza tutto questo? Come diavolo ho fatto fin qui senza questa persona?

La sensazione degli inizi è di cominciare a respirare veramente, mentre prima stavamo come in apnea. Quando hai riconosciuto l’altro pensi di essere un reduce, di aver scampato un pericolo, una terribile catastrofe.

Dici, con terrore: “Mio Dio, se non ti avessi mai incontrato…..!”

Il segreto della felicità

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“Il segreto della felicità non è di fare sempre ciò che si vuole, ma di volere sempre ciò che si fa” Leone Tolstoj

E’ quello che ognuno di noi vorrebbe conoscere. Per cominciare è bene interrogarci su cosa siamo e su cosa abbiamo fatto per diventarlo. Palese è ciò che intravediamo e sperimentiamo del mondo intorno a noi è piccola cosa rispetto all’immensità invisibile di tutto quello che esso contiene e che genera poi il mondo visibile.

“Ci sono più cose in cielo e in terra, Orazio, di quante ne sogni la tua filosofia”, fa dire Shakespeare ad Amleto, e la felicità sembra appunto provenire dal lato più misterioso della nostra esistenza. Così come la morte è l’altra faccia della vita, l’incertezza è una costante della condizione umana. Mentre la Storia continua e si potrebbe raccontarla uguale e diversa per ogni essere umano. Arriva sempre il momento in cui sentiamo il bisogno di raccontarci, così come per il segreto della tanto agognata felicità.

E’ molto difficile che qualcun altro lo possa scoprire per noi, è un segreto che si può trovare solo con le proprie forze ed è proprio questa la bellezza del suo mistero. Non esiste una ricetta uguale per tutti . La ricerca della felicità, inoltre, offre grande vantaggi rispetto a molte altre attività: non comporta speciali mezzi economici, non presuppone un livello di istruzione elevato, non richiede amicizie particolari o potenti. La felicità è “democraticamente” aperta a tutti!

Oltretutto, la felicità non sembra avere controindicazioni; è salutare tanto per la persona che la scopre, quanto per quelle con cui entra in contatto.

Ognuno arriva alla sua felicità in modo strettamente personale. Verosimilmente, le condizioni della felicità come quelle dell’esistenza dovrebbero essere simili per ogni persona, ma così non è; vi saranno sempre differenze individuali nei mezzi e nelle vie più idonee ed efficaci per raggiungerla.

La tensione alla felicità ha sempre origine da una insoddisfazione di fondo. Una felicità completa, se ci pensiamo bene,  porterebbe all’arresto dell’agire umano. Molte persone, specialmente dopo un periodo critico, provano un senso di oppressione e persino una sorta di dolore provano un senso di oppressione e persino una sorta di dolore spirituale quando trovano un po’ di felicità.

La sensazione di felicità è sempre percezione di un contrasto, che nasce inevitabilmente dall’alternarsi degli alti e bassi dell’esistenza umana. Alla fine questa sensazione continua a rimanere un mistero; la commozione ch proviamo nel riabbracciare un nostro caro a lungo lontano, o la luce che si accende in noi quando comprendiamo che il nostro amore è corrisposto, il sorriso di nostro figlio, sono terremoti di gioia che già per la loro difficile riproducibilità e la loro unicità si sottraggono ad una piena comprensione.

Per difficile che possa essere la vita, siamo di casa in questo mondo. Per questa pura e semplice ragione, aspirare alla felicità non sembra chiedere troppo ….

La felicità è adesso. La vita non è una prova generale per un appuntamento successivo, è qui e ora. L’invisibile attimo eterno che tutti abbiamo cercato è proprio qui, in questo momento ….

Così è necessario essere semplicemente essere se stessi, camminare, correre se lo desideriamo. Sulla nostra vita il sole sorgerà da solo nel cielo, le stelle brilleranno da sole nella notte …..

“Il segreto della felicità è in te, in quella goccia di amore divino che ti ha voluto fin dall’eternità…” Powell

 

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Liberamente tratto da:

E.Giusti – E.Perfetti

Ricerche sulla felicità

Ed.Sovera

Fluisci come il fiume

FIUME 3

” La felicità è quando ciò che pensi,

ciò che dici e ciò che fai sono in armonia …” M.Gandhi

Siamo felici? Diciamo la verità, non è una domanda che ci facciamo volentieri. Siamo così indaffarati nelle cose della vita, tra impegni, corse, doveri da assolvere e obiettivi da raggiungere che ci manca il tempo. In realtà temiamo, ponendoci seriamente questa domanda, di trovarci di fronte ad una risposta non troppo  felice ….

Provate invece a chiudere gli occhi per un istante e pensare: “qual è l’ultima volta che sono stata davvero felice?”, di quella felicità serena, di quel senso di appagamento per cui ogni cosa è al suo posto e noi in armonia con il tutto.

Vi immagino scuotere la testa pensando: “è impossibile! Questo è un sogno irrealizzabile. Non dipende da me. Non è per me.”

Se nella vostra mente si sono affacciati questi pensieri, sappiate che è la nostra cultura ad averci abituato a ritenerli normali. La nostra cultura ha scambiato la felicità con il divertimento, con l’effimera soddisfazione che deriva dal possesso, con l’orgoglio di poter dire “io sono questo o quest’altro”. Spaccia per felicità ciò che felicità non è, un sottoprodotto che dura lo spazio di un secondo e si dissolve istantaneamente nel momento in cui viene meno il “prodotto” di questa felicità.

Ma non è tutto. La nostra cultura ha fatto anche di peggio. Non solo ci ha convinti che la felicità sia un continuo stato di sovraeccitazione, l’assoluta negazione del dolore, ma ci ha messo in testa che possiamo raggiungere questo risultato solo rivolgendoci fuori di noi.

In questo modo ci costringiamo ad un’interminabile attività di caccia e conquista: comprando oggetti, aderendo a ruoli prestabiliti, riempiendoci la testa di ideologie preconfezionate da mostrare al momento giusto per ottenere quel momento di gloria così necessario alla nostra autostima.

Per questo, quando diventiamo adulti, abbandoniamo quelle che definiamo “illusioni giovanili” e diciamo: “non si può essere sempre felici, nella vita ci sono anche sofferenze, delusioni e i sogni spesso non si realizzano”. E ci sembra pure di dire una cosa sensata.

Ma che buon senso è quello per cui il compito dell’uomo sulla terra sarebbe di barcamenarsi alla ricerca del vestito più alla moda, dell’opinione più adeguata, del ruolo sociale più rispettato?

E ancora, pensiamo sia di buon senso pensare che le donne e gli uomini non sono fatti per la felicità ma, al massimo, per ottenere, a prezzo di grandi sforzi, qualche piccola gioia, talmente piccola da essere poi irrilevante di fronte alla vastità dell’universo?

Così ragioniamo come se un dio maligno ci avesse gettato qui sulla terra e condannati ad un destino senza significato e senza vera felicità. Niente di strano se, in fondo a noi stessi, ci sentiamo infelici. Come potrebbe essere diversamente?

Ma come è successo tutto questo? Da cosa ci siamo allontanati così tanto da non essere più in grado di vedere le cose se non dietro ad uno schermo di rassegnata malinconia?

Abbiamo separato noi stessi dal grande fiume della vita, dal suo fluire con i suoi vuoi e i suoi pieni, che non sa nulla di bene e di male, gioia e dolore, dei nostri fini e delle idee della nostra mente. In cui tutto semplicemente sboccia, cresce e tramonta naturalmente.

Noi invece giudichiamo con un metro piccolissimo; pensiamo per schemi preconfezionati e ci immaginiamo che la felicità consista solo nel fuggire il dolore e nel cercare la gioia, come se queste emozioni fossero di natura assolutamente opposta.

Se vogliamo trovare la vera felicità , che non è poi quella chimera che vive solo nei nostri sogni, dobbiamo prima di tutto fare il contrario di quello a cui siamo abituati: è necessario svuotarci!

Svuotare la mente di tutte le cose che ci abbiamo infilato e che ci impediscono di fare la cosa più semplice: vivere secondo la nostra natura.

La verità profonda , che spesso vogliamo occultare perché in fondo così banale, è che la vera felicità non è un stato isterico di continua allegria, ma è la realizzazione del nostro progetto , il progetto che la vita ha per noi, racchiuso all’interno di noi stessi, come il seme per il frutto.

La vera felicità, allora, non ha nulla a che vedere con quello che ci sta attorno, non dipende da quello che abbiamo, dalla nostra forza o debolezza, dal fatto di aver capito o non capito qualcosa, dall’aver vissuto più gioie o più dolori. La felicità dipende solo da noi stessi!

Da come sappiamo osservarci senza giudicarci, da come lasciamo che la vita, tutta la vita in tuee le sue forme può scorrere in noi. Con i nostri giudizi noi permettiamo o impediamo alla vita di sgorgare. La deviamo, la costringiamo, la mortifichiamo, la spegniamo. E ci condanniamo così all’insensatezza e all’infelicità.

Felicità è osservare serenamente la vita mentre ci forma e ci crea. Osservare i doloro e lasciarli venire, la tristezza e lasciarla venire, la gioia e lasciarla venire. Allargare lo sguardo!

Solo così, nella consapevolezza, diventiamo davvero donne e uomini e smettiamo di recitare come burattini …..

 

 

 

 

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Liberamente tratto da:

R.Morelli – Come essere felici – Oscar Mondadori

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