Tag: maschera

Essenza e apparenza

rosa tra le mani

Ogni oggetto o essere vivente possiede una natura intrinseca e una manifestazione estrinseca, un’essenza e un’apparenza.

Se prendiamo ad esempio un’automobile, possiamo considerare aspetti della sua interiorità il motore, il telaio, le sospensioni e come aspetti della sua esteriorità la carrozzeria, la linea, il colore.

La linea è importante, ha una sua funzione, però sappiamo che essa incide poco sulle prestazioni della vettura, dipendenti soprattutto da ciò che si trova al suo interno: potenza del motore, qualità delle sospensioni etc.. Non bastano linea aggressiva e vernice rossa per trasformare un’auto qualsiasi in un’auto sportiva; viceversa ci sono auto che dietro un’apparenza da berlina per famiglie nascondono alte prestazioni.

Questo esempio ci dice che l’apparenza è una cosa, l’essenza un’altra.

In un fiore, invece, essenza e apparenza sono coerenti: esso non è diverso da quello che sembra (salvo che nelle piante carnivore) e il suo aspetto esteriore è semplicemente un’espressione della sua natura profonda. Non ha la possibilità di fiorire diversamente da quello che è.

Pensiamo ad una rosa: inizialmente è tutta avviluppata in se stessa e piano, piano si apre, mostrando sempre più forma, colore e profumo, e in questo esprime esattamente la sua natura, che è quella di attirare e accogliere gli insetti, essere fecondata e produrre il frutto e quindi i semi. Non fa niente che non sia già previsto nella sua funzione vitale. In questo caso l’esteriorità è al servizio dell’essenza ed insieme concorrono alla realizzazione del fiore.

“Una rosa è una rosa, è una rosa…” e in effetti non può essere nient’altro che questo; un essere umano invece può apparire in maniera molto diversa da ciò che è dentro.

Un bugiardo può mostrarsi sincero, un ignorante può atteggiarsi a sapiente, un timido può sembrare spavaldo. Insomma, ciò che l’uomo può esprimere all’esterno non corrisponde necessariamente alla sua realtà interiore.

L’essere umano non è l’unica creatura vivente in grado di alterare profondamente il rapporto tra essenza e apparenza: anche alcune piante ed animali lo fanno; egli tuttavia è l’unico che finisce per ingannare se stesso.

Un camaleonte sa benissimo, in ogni momento, chi è: anche quando si trasforma e sembra una pietra, sa di essere un camaleonte, e lo stesso vale per la pianta carnivora; l’uomo invece, a forza di mentire agli altri, finisce per ingannare se stesso e scordarsi chi è, identificandosi con il personaggio che si è costruito.

Siamo talmente abituati a recitare che non ci sembra più nemmeno di farlo e diciamo a noi stessi:” Questa sono io”; mentre invece dovremmo dire: “Questa è la maschera che indosso da così tanto tempo da identificarmi con essa”.

Il problema del falso sé non è di natura etica, e non va stigmatizzato il fatto che si menta ad altre persone, che si indossino maschere volte a ingannarle sulla nostra reale natura.

In un ambiente rigido, autoritario, aggressivo, mentire è lecito, specie per un bambino che non ha il potere e le competenze per contestare le regole stabilite dagli adulti. Nello stesso modo è funzionale indossare maschere e corazze per proteggersi dall’aggressività e insensibilità altrui.

Il vero problema sta nel fatto che a forza di indossare queste maschere ci dimentichiamo chi siamo veramente, illudendoci di essere quel personaggio, o quella compagnia di personaggi, che ci siamo creati nell’infanzia o nell’adolescenza, finendo quindi per ingannare persino noi stessi.

Anche se al giorno d’oggi l’autenticità, la spontaneità e la sincerità sono considerate da molti valori di grande rilevanza da ricercare sopra tutto, la cultura dominante è stata fino a poco tempo fa di ben altro avviso.

Non dobbiamo dimenticare infatti che proveniamo da una tradizione essenzialmente patriarcale e autoritaria, che preferiva l’uniformità all’autenticità, l’obbedienza alla spontaneità, l’ipocrisia alla sincerità; importava molto di più “che cosa eri” piuttosto che “chi eri”. Le persone comunicavano quasi esclusivamente da ruolo a ruolo, da maschera a maschera senza nulla esprimere della propria essenza. Si istruivano i bambini fin da piccoli a comportarsi secondo determinati clichè, a dissimulare, a recitare parti e copioni perfino nei rapporti più intimi: genitori-figli, mogli-mariti  …

E anche se questo sistema di convenzioni comunicative basate sull’ipocrisia e l’apparenza è stato via, via messo in discussione e poi in parte scardinato; tuttavia si è creato un sistema sostitutivo e al vecchio conformismo ha fatto seguito un nuovo conformismo di cui la globalizzazione forse ne è l’emblema.

Siamo usciti da un sistema prestabilito di convenzioni per entrare in un sistema di nuovi simboli, forse più creativi ma altrettanto prestabiliti e vacui.

Questo perché è stato messo in discussione il meccanismo sociale esteriore che promuoveva il mascheramento, ma non sono state scalfite le motivazioni interiori cha portano a mascherarsi perdendo il contatto con le nostre più intime aspirazioni, con quel nucleo dell’essere che ci contraddistingue da tutti gli altri esseri viventi rendendoci unici.

Non è facile liberarsi di abitudini sociali vecchie di secoli, anche perché la tendenza a mascherarsi non dipende solo dal perpetuarsi di certi modelli culturali, ma deriva anche dalla naturale tendenza a ricercare il piacere e sfuggire il dolore, che in termini di interazione sociale significa ricercare l’amore e l’approvazione degli altri ed evitarne la riprovazione e l’aggressione. La motivazione psicologica che ci spinge, fin dall’infanzia, a comunicare in modo controllato, artefatto è proprio quella di ottenere considerazione e accettazione da parte degli altri, proteggendo al contempo la nostra vulnerabilità.

La strada del Ben-essere: dall’apparire all’Essere

maschera

“L’individuazione non ha altro scopo che liberare il Sé, per un lato dai falsi involucri della Persona, per l’altro dal potere suggestivo delle immagini inconsce” C.G.Jung

Che cosa è il benessere? La parola stessa ci suggerisce la risposta: ben-essere. E’ quello stato mentale che ci fa star bene, stare bene con noi stessi e con gli altri.

Che cosa si può fare per raggiungere il ben-essere? Il ben-essere è raggiungibile attraverso le strade dell’apparire? O  l’apparire è uno stato di mal-essere che può portare verso nuove vie per il ben-essere?

A volte si rincorrono vie impervie o facili, strade difficoltose o lineari, ma che si scelgano le une o le altre è importante la meta che ci si propone.

E allora è bene porsi in ascolto di sé per capire che cosa si vuole raggiungere per stare bene nel nostro mondo, per stare bene nel  mondo.

A volte l’individuo sente il bisogno di essere diverso dal suo essere e quindi inventa un modo di essere, l’apparire, che può dare gratificazioni immediate, ma a lungo andare puà divientare fonte di gravi difficoltà interiori.

Nel voler essere diverso dalla propria vera essenza si costruiscono pesanti catene che rendono faticoso l’andare nel mondo e che renderanno faticoso l’uscire dalla prigionia della maschera, dalla galera dell’apparire in falsi panni, in false sembianze.

Ciascuno di noi porta in sé un germe, un’intima natura, un’impronta che sembra data per essere ascoltata: nell’ascolto di questa natura inconscia e nell’ascolto dell’istinto ad essa legato nasce la possibilità del ben-essere.

Ascoltare la propria “natura selvaggia”, quella parte nascosta e troppo spesso inascoltata, significa far fluire energia vitale benefica, significa lasciarsi raggiungere dall’intuito, da quella forma che prepotentemente spinge verso la via della sostanza pura e libera da sovrastrutture appiattenti la spontaneità e la libertà di ciascuno.

Ascoltare l’intuito non significa certo condurre una vita facendo ciò che si vuole o essere noncuranti di quello che ci circonda, bensì significa ascoltare il sano istinto che guida verso uno spazio e un tempo e che dona energia vitale perché rispettoso del proprio e dell’altrui mondo.

A volte è più facile indossare delle maschere e proporsi agli altri con “false sembianze” perché, con questo modo di porsi, ci si sente protetti e rassicurati, perché ciò che più conta è sentirsi accettati dagli altri, sentirsi valorizzati dagli altri.

Ma quale ben-essere può giungere da una base non veritiera?

Ed ecco allora che dobbiamo parlare  di risposte al mondo in termini di meccanismi di difesa: se si soffre per il proprio stato e si ha una difficoltà rispetto al proprio sentire, rispetto al proprio vivere con gli altri, è necessario trovare un modo per attenuare la sofferenza. E un modo per soffrire meno è porre in atto una difesa: l’evitamento o la negazione, la rimozione o la proiezione.

Le malattie psicosomatiche che tanto “furoreggiano” in questi tempi, nascono proprio in funzione del rifiuto del sé, del non essere come “si deve essere” e quindi dalla costruzione di una maschera che consenta di stare nel gruppo per come il gruppo ci vuole, oppure di indossare falsi panni per timore di perdere il partner o un’amicizia.

Ma tutto ciò non è altro che la costruzione del “falso sé”, cioè non è altro che vita non vera, vita sprecata.

E così, spesso, il tempo trascorre senza essere ben vissuto perché si desidera qualcosa  che non si ha o si pensa di non avere oppure perché si è costretti o ci si lascia costringere ad una vita non naturale.

La base dell’uomo è costituita dall’istinto, ma se l’uomo non riconosce e non integra le parti “animali” genera il suo danno: le parti istintive represse possono essere pericolose perché, essendo inascoltate e recluse nell’inconscio, possono agire in modo inconsapevole e quindi diventare parte inconsapevole e dannatamente dannosa.

Spesso queste parti appaiono nei sogni attraverso immagini di animali che bussano appunto alla porta per farsi riconoscere; questi animali portano un messaggio che chiede di essere letto e portato alla coscienza.

Se l’istinto viene reso alla coscienza, si può restaurare la pienezza dell’uomo e iniziare a condurre una vita più integra e più sana. Se l’uomo primitivo era tutta azione, l’uomo moderno dovrebbe aver raggiunto una consapevolezza tale da riuscire a “sentire” l’istinto, portarlo alla coscienza e integrare le parti, donandosi ben-essere nel pensiero e nell’azione.

Certo l’uomo è sottoposto sia alle vibrazioni interiori sia a quelle del mondo esterno e , quando si trova a dover affrontare forze non gradite e contrastanti, preferisce attribuirle all’esterno o al destino infausto manlevandosi così dalle sue responsabilità e dalle sue possibilità di trasformazione.

La maschera

MASCHERA

I miti aborigeni sulla creazione della terra narrano di un Tempo del Sogno, durante il quale leggendarie creature percorsero in lungo e in largo il continente, cantando il nome di ogni cosa in cui si imbattevano: uccelli, animali, piante, rocce, “ e con il loro canto avevano fatto esistere il mondo” (B.Chatwin – Le vie dei canti – )

Un’antica leggenda animata da creature fantastiche, ma che in realtà descrive quello stesso potere creativo che i bambini custodiscono da sempre come dote innata.

Semplicemente giocando, un bambino sa vedere in una pozzanghera un meraviglioso oceano e fare di una foglia un veliero. Sostenuto dalle sue emozioni può cogliere la vita in una pietra e trasformarla in una delle tante creature che la fantasia sa suggerirgli. Un potere creativo che ogni bambino sa esprimere, grazie alla capacità innata di emozionarsi ed emozionare, senza giudicare i sentimenti che prova, che siano rabbia, gioia o dolore.

Ma proprio da piccoli spesso siamo costretti a camuffare la nostra energia, imparando a mascherare tutte quelle emozioni non tollerate e considerate pericolose dal senso comune della morale. Man mano capita di chiuderci in una “non vita”, dove attraverso giochi raffinatissimi di simulazione ci esercitiamo a esprimere tutto quello che è utile per essere ben allineati e approvati, alienando i messaggi del nostro cuore.

Così iniziamo ad indossare le nostre prime maschere. Ma non c’è colpa in questo gesto. Siamo troppo piccoli e impauriti e vogliamo solo difenderci, sopravvivere, o più spesso preservare l’amore dei nostri genitori, mostrando loro un bambino tanto perfetto quanto irreale che per sopravvivere “deve” adattarsi alle richieste genitoriali.

Purtroppo contemporaneamente, come effetto collaterale, finiamo per sacrificare le nostre emozioni trasformandole e privandole dell’integrità originaria.

La paura del rifiuto ci spinge a negare le nostre debolezze, mascherando il nostro animo con un’ostentata sicurezza. In realtà temiamo l’amore e ogni sua espressione, come un dittatore che ha paura che il suo regime verrebbe sovvertito se la libertà dovesse prevalere. Così non permettiamo alle nostre emozioni di pronunciarsi liberamente, esiliandole nell’angolo più nascosto del nostro animo.

Spesso trasformiamo invece il senso di autostima che da piccoli nobilita e sostiene il nostro amore, tramutandolo in orgoglio. Ci mascheriamo così di presunzione e giudichiamo come sbagliato tutto quello che sfugge al nostro controllo. Una maschera pericolosa che spesso nasconde un profondo senso di vergogna interiore. Quella vergogna nata sin da piccoli, quando fummo educati a percepire come inappropriata ogni espressione spontanea d’amore, quasi come se bisognasse avere una giustificazione per esprimere le proprie emozioni.

Ma se la paura del rifiuto e l’orgoglio possono spingerci sin da piccoli a indossare le nostre prime maschere esiste un terzo cospiratore che alimenta le nostre simulazioni: la volontà distorta. Da piccoli abbiamo imparato a mascherarci per difenderci dal giudizio e dalle coercizioni, perché in gioco c’era la nostra sopravvivenza. Da adulti però siamo solo noi che scegliamo di mantenere ancora imprigionate le nostre emozioni e di credere alle menzogne apprese sin da piccoli.

Non siamo più vittime di nessuno e se ci ostiniamo a vivere ancora dietro una maschera, la responsabilità è solo nostra. Della nostra volontà distorta che ci induce ancora a dare credito a delle percezioni infondate, come l’idea di dover essere perfetti e privi di fragilità per essere amati.

“Uno è più autentico quanto più somiglia all’idea che ha sognato di se stesso” Almodovar – Tutto su mia madre

Forse proprio in questa frase sta il segreto per rompere la maschera di quei codici sociali tanto reali quanto artefatti, smettere di ossessionarci che la nostra vita sia necessariamente compresa e approvata da tutti coloro che ci circondano, dando nuovamente voce al potere creativo delle nostre emozioni.

Una voce capace di evocare non più una realtà rigida, relegata nella paura del comune consenso, ma che sa modificarsi e assumere le forme e i colori migliori che la vita sa suscitare.

Ritornare a vivere emozionati, senza sentirci in colpa per questo, perché se, per timore della vita, viviamo senza emozioni, significa che la nostra vita è già finita.

La strada per liberarci dalle nostre maschere è senza dubbio lunga e difficile. Potremmo però affrontarla con la fiducia che la nostra bellezza interiore non smetterà mai nenache per un attimo di esprimersi per rendersi libera.

E’ necessario “sfondare il muro del dolore” per liberarci dalle tante falsità che ci siamo e abbiamo raccontato, quel dolore risanatore che guarisce tante anime in pena …..

Dall’essenza alla personalità

personalità

Studi e ricerche in ambito psicologico e sociologico hanno messo in evidenza come la personalità di ciascun individuo sia il prodotto di almeno due distinti fattori: la predisposizione innata o potenzialità da una parte e le stimolazioni, pressioni o inibizioni che il soggetto subisce nel corso dell’infanzia e dell’adolescenza da parte dell’ambiente familiare e sociale in cui vive.

Da ciò si è visto che un ambiente familiare e sociale consapevole e accogliente produrrebbe stimolazioni che faciliterebbero lo sviluppo delle potenzialità, di cui la persona è dotata dalla nascita, portando alla strutturazione di una personalità sana, forte ed elastica e soprattutto coerente con il vero sé .

Al contrario, invece, se il contesto familiare e sociale trascura di prendersi un’adeguata e amorevole cura dei piccoli ed è inoltre incline ad abusare del proprio potere non rispettando le particolarità individuali, allora produrrà più proibizioni che stimolazioni evolutive esigendo comportamenti ipocriti e compiacenti che non corrisponderanno al sentire interiore. Il risultato, quindi, sarà una inibizione e distorsione delle potenzialità della persona che porterà ad una personalità rigida, disarmonica e soprattutto lontana dal vero sé e per molti aspetti in continuo conflitto con esso.

Dato che la società e la cultura da cui proveniamo è stata per secoli improntata ad approcci educativi rigidi ed autoritari, non ci dobbiamo sorprendere se la quasi totalità delle persone ha strutturato una personalità più vicina al secondo tipo, ossia del falso sé. Anche se nella nostra epoca le cose sono in parte cambiate, non si deve dimenticare che fino a pochi decenni fa i genitori davano poco amore e considerazione ai figli che erano invece portatori di molti doveri e quasi nessun diritto. L’educazione a cui i bambini erano soggetti era molto severa, autoritaria e repressiva; la cultura dominante dava poco valore all’affettività e chiedeva ai figli obbedienza totale.

Dobbiamo aspettare la prima metà del novecento perché qualcosa cambi. Grazie all’avvento dei nuovi valori portati avanti della cultura degli anni Sessanta i modelli autoritari sono stati messi in discussione, passando però, in molti casi, all’estremo opposto, ossia ad un permissivismo eccessivo che porta con sé altrettanti problemi. La mancanza di confini e contenimento unita ad una educazione troppo permissiva fa sentire i bambini abbandonati a se stessi amplificando le loro ansie e paure.

Ogni eccesso è deleterio: se ci si sente non amati quando siamo oggetto di comportamenti autoritari e severi, ci si sente altrettanto non amati e abbandonati a se stessi in caso di estrema permissività. La risposta giusta è sempre nel mezzo; è necessario, quindi, trovare un punto di incontro tra autorità e permissività.

Ecco perché, pur essendo migliorate le condizioni sociali e culturali, le persone continuano a costruirsi maschere e personaggi e ad identificarsi in un’idea di se stesse lontana dalla loro vera essenza.

Mentre i nostri progenitori erano per lo più ignoranti riguardo la loro vera natura e la possibilità di risvegliarla, oggi molte persone sono sveglie anche se inibite a fare quel salto di qualità per vivere pienamente la loro vita in accordo con la loro essenza. Da una parte avvertono la spinta interiore che le porta ad intraprendere un qualche percorso di autoconoscenza e consapevolezza, dall’altra sono costantemente soggetti a conflitti interiori fra queste spinte evolutive e le spinte involutive generate dal falso sé e rinforzate dalla società .

Il processo che porta alla formazione della nostra personalità inizia dall’infanzia, ed è da lì che l’incontro con il contesto familiare può diventare di supporto allo sviluppo di un sé in linea con le nostre potenzialità; oppure può trasformarsi in uno scontro che ci porta verso la costruzione di un falso sé.

L’infanzia è quel periodo della vita contrassegnato da gioco e spensieratezza ma anche da ansie e paure. Da bambini siamo deboli e indifesi, abbiamo un grande bisogno di cure e amore per sopravvivere, di attenzione e riconoscimento ed è soprattutto dai genitori che dipende il nostro benessere fisico e psicologico; con loro vorremmo trascorrere gran parte del nostro tempo; essi sono le nostre divinità indiscusse. Purtroppo la maggior parte dei genitori è lontana dall’avere le conoscenze e la sensibilità per essere all’altezza di questo compito così totalizzante. Nella maggior parte dei casi devono lavorare e non possono, e a volte non vogliono, dedicarci tutto il tempo che vorremmo e anche quando sono con noi non riescono a darci tutto quell’amore a cui aneliamo. Spesso non riescono perché non ne sono capaci, anche loro vittime di poco amore non hanno imparato ad aprire il loro cuore.

Per non parlare poi di quei genitori che trascurano i loro figli lasciandoli al loro destino, oppure li picchiano o li prevaricano in vari modi, dicendo anche che lo fanno per il loro bene.

Ecco quindi che è gioco forza proteggersi, difendersi a scapito della nostra vera essenza che viene relegata sullo sfondo. Si inizia ad indossare la maschera del falso sé che coprirà la nostra personalità.

Quello che conta ai fini di un sano e felice sviluppo del bambino non sono le intenzioni ma l’amore che egli riceve in termini concreti di accudimento dei suoi bisogni, di contatto fisico, di sorrisi, di abbracci, di accettazione e riconoscimento. Ed è da questo contenimento incondizionato che si svilupperà quella base sicura da cui partire per erigere le fondamenta della nostra personalità in linea con la nostra essenza.

Come scrive magistralmente Peter Schellembam nel suo libro “La ferita dei non amati”: “per quanto cerchiamo di negare o immaginare che noi non siamo stati feriti, la verità è che tutti noi portiamo delle cicatrici e nel cuore riconosciamo segretamente che la nostra vita è una sinfonia di note meravigliose e dolorose insieme: siamo stati amati abbastanza da riuscire a sopravvivere, ma non abbastanza da sentirci integri”

Ovviamente ci sono differenze tra una situazione e l’altra, ma tutti, chi più chi meno, abbiamo sofferto di queste ferite affettive.

Amare incondizionatamente un figlio (lo vedremo nel prossimo post) non significa solo prendersene cura, non fargli mancare nulla, non picchiarlo e coprirlo di baci e abbracci; certo questo è moltissimo ma c’è dell’altro: amarlo significa anche accettarlo e apprezzarlo per quello che è, solo così egli potrà sviluppare con autenticità ciò per cui è nato … se stesso!

Le maschere sociali III parte

MANI SULLA FACCIA 1

“Molti di noi sanno che la maschera dietro la quale ci nascondiamo è di argilla, prima o poi finisce in frantumi, ed è allora che scopriamo chi siamo veramente”  dal Film “In Hell”

Come ho detto in precedenza la nascita delle maschere è funzionale all’adattamento all’ambiente dell’individuo in situazioni dolorose della sua vita, da ciò ne deriva che gran parte delle persone , in qualche momento della loro esistenza, si sono nascoste dietro alcune di queste maschere per superare le difficoltà e difendersi dalla sofferenza.

Nelle occasioni in cui abbiamo indossato una delle maschere, probabilmente abbiamo avuto il timore di fallire in qualcosa di importante. Spesso, infatti, la paura si concretizza nella resa oppure nella fuga da quelle situazioni che non si conoscono e che quindi non ci sono familiari. La realtà, però, non è affatto così semplice come appare guardandola attraverso le lenti deformate proprie di ogni maschera; al contrario, ci sono tante sfumature di significato e vi è sempre un’alternativa al semplice fuggire a gambe levate di fronte alle difficoltà, così come c’è sempre la possibilità di intraprendere strade che siano nuove rispetto a quelle percorse in passato.

Fare della vita un palcoscenico dove ci si lascia guidare unicamente dai fili intessuti nel corso degli anni, obbliga a creare dei rapporti sociali all’insegna della complementarietà con le maschere che noi e gli altri siamo soliti indossare. Ecco, perciò, che coloro che si comportano da vittima si circondano senza volerlo di carnefici, il pauroso saprà scovare ovunque minacce in quantità industriale, mente il deluso troverà sempre persone disposte a deluderlo ancora una volta.

Mostrandoci poco sinceri agli occhi degli altri ma soprattutto verso noi stessi, finiamo per restringere il campo delle scelte a nostra disposizione fino a sentirci come dei pesci che nuotano in circolo dentro una vasca senza avere una meta precisa.

Una delle risorse possibili per uscire fuori da questo circolo vizioso è quella di mobilitare l’immaginazione, il “come se…” , che ci permette di sostituire le vecchie maschere con immagini interiori nuove, che rafforzino la fiducia in noi stessi.

L’immaginazione quando risulta associata ad un’emozione, possiede la capacità di riportare la mente al passato o di proiettarla verso il futuro: quindi, se usata bene, rappresenta una risorsa che ci aiuta a vivere meglio e ci consente di concepire una realtà nuova e originale. L’attività immaginativa può indirizzare la nostra mente a progettare ruoli più adatti per affrontare le sfide della vita, i quali entrano maggiormente in sintonia con i sentimenti che si provano e con i risultati che si vogliono ottenere.

Naturalmente la scelta del ruolo in cui calarsi dipende dalla storia personale di ognuno di noi. Alcune maschere sono l’esito inevitabile dell’aver attribuito agli altri il potere di gratificare noi stessi con premi o punizioni come di solito accade durante l’infanzia e poi l’adolescenza verso i genitori e altre figure significative. Altre, invece, dipendono dalle nostre azioni mancate, dall’aver voluto ma non aver potuto fare qualcosa, per cui ci sentiamo condannati a portare il peso della sconfitta sempre con noi.

I ruoli stereotipati che usiamo per difenderci dagli altri impediscono il pieno sviluppo delle proprie capacità sociali, oltre a diminuire la fiducia di farcela di fronte alle avversità. Comportarsi da persona adulta richiede l’assunzione delle responsabilità circa le proprie emozioni e la capacità di compiere azioni che possono cambiare in meglio la nostra vita. Avere questa propensione all’apertura verso il mondo e gli altri, consente di accettarli per quello che sono realmente.

Naturalmente non esistono ricette predefinite su come doversi comportare nelle situazioni specifiche, altrimenti si corre il rischio di far fossilizzare gli altri in ruoli altrettanto rigide come le maschere analizzate nel precedente post, le quali, come abbiamo visto, sono causa di sofferenza e di conflitti con il prossimo.

Quello che mi pare sia utile tenere a mente per costruire legami sociali soddisfacenti è di presentarsi agli altri come una persona degna di essere amata e rispettata, capace di affermare e sostenere le proprie idee, pur senza prevaricare gli altri e le loro convinzioni.

Chi impara a valorizzare le proprie credenze con equilibrio e fermezza, riesce a reggere il confronto con le idee degli altri rifiutando di ridurre se stessi a dei servi  dipendenze di qualcuno che li priva della libertà di scelta.

Fra le doti che caratterizzano i ruoli adulti e responsabili non dovrebbero poi mancare la capacità di ascoltare gli altri e di essere aperti verso di loro, accettandoli per quello che sono veramente e non come noi li vorremmo.

Nella vita di tutti i giorni la disponibilità a trattare e collaborare con le persone che manifestano idee diverse dalle nostre si rivela fondamentale per entrare in relazione con gli altri, senza limitarsi a coloro che soddisfano criteri di compatibilità con le nostre vecchie maschere sociali.

Infine, le altre due caratteristiche che a mio parere risultano vincenti per soddisfare i bisogni di vicinanza, stima e affetto che emergono durante le relazioni sociali, sono il mostrarsi pieni di entusiasmo e vivere con ottimismo gli eventi che accadono, sviluppando così un forte coinvolgimento verso quello che si sta svolgendo. La passione per quello che si fa è uno dei migliori ingredienti per vivere al meglio il nostro “ruolo” di animali sociali.

Le maschere sociali II parte

maschera sociale 1

Fotografia di Monica Silva 

Non dal volto si conosce l’uomo, ma dalla maschera. Karen Blixen

La familiarità che noi tutti abbiamo con le regole da seguire per impersonare un determinato ruolo, spesso diventa un elemento di cui è difficile fare a meno, nonostante le prove contrarie alla loro efficienza si accumulino giorno dopo giorno.

Infatti, noi tutti siamo ormai abituati solo a vedere quello che ci interessa e le sconfitte subite a causa delle azioni che compiamo nell’assumere un determinato ruolo, paradossalmente sembrano rafforzare il fardello delle immagini presenti nella nostra memoria.

Questo accade perché l’orgoglio ferito e il senso di amarezza che sperimentiamo, lungi dal portarci ad ammettere gli errori compiuti, ci spinge a persistere nell’errore pur di non cambiare atteggiamento.

Lasciarsi a guidare da certe immagini interiori diminuisce il senso di autoefficacia e concorre, insieme a molti altri fattori, a far si che molte delle nostre capacità rimangano inesplorate. Esse sono come delle profezie destinate ad avverarsi nel futuro, i cui effetti tengono le persone ben al di sotto delle loro potenzialità reali.

Di seguito un breve elenco delle maschere che le persone sembrano adoperare più frequentemente nella vita; è una classificazione puramente esemplificativa, alla quale potremmo aggiungerne molte altre, senza poi considerare le infinite combinazioni che scaturiscono dalla loro associazione. Un gioco in cui chi legge ci si può rispecchiare e, perché no, divertire ad aggiungerne altre…..

EREMITA => è la maschera adoperata da coloro che amano stare soli, evitando la compagnia e la vicinanza degli altri. Tutti nella loro vita sono stati almeno per un periodo dei solitari, tuttavia se questo atteggiamento persiste nel tempo si rischia di diventare dei misantropi buoni soltanto a far scappare le altre persone. Si tratta di una maschera completamente inefficace per poter vivere al meglio le relazioni sociali e familiari.

PERFEZIONISTA => a meno che non svolgiate un lavoro che richieda estrema precisione, tipo la professione di orologiaio o cardiochirurgo, questa maschera non vi consentirà di costruire relazioni sociali che siano davvero autentiche. Le persone fissate con il perfezionismo aspirano a raggiungere un elevato grado di perfezione nelle proprie attività , anche nell’ambito sociale, per cui a torto ritengono che saranno felici soltanto quando tutto sarà sistemato secondo i propri desideri. Dato che tale perfezione e irraggiungibile, ne consegue, che rimarranno sempre scontente da ogni aspetto della vita sociale.

CINICO => maschera tipica di coloro che vogliono apparire più furbi degli altri e per i quali il fine giustifica i mezzi. Quando non riescono ad ottenere ciò che desiderano, indossare questa maschera funge da espediente per proteggere se stessi dalla sofferenza: il ruolo del cinico, infatti, consente di ignorare i sentimenti e le emozioni negative per poi agire unicamente in vista di un fine contrario al bene comune.

SOTTOMESSO ALL’AMORE => chi incarna i comportamenti tipici di questo ruolo tende a mettere su un piedistallo tutti i partner che incontra durante la vita, per farne degli idoli senza mai chiedere loro di soddisfare i propri bisogni. Queste persone traggono piacere dall’assumere una posizione subordinata rispetto al partner per non dover fare i conti con il proprio passato, cui attribuiscono la colpa di essere stato avaro di successi e di soddisfazioni personali. “Delusi” dalla vita cercano di “non deludere” gli altri e di curare unicamente i loro interessi.

VITTIMA/CARNEFICE => sono due immagini complementari e strettamente legate fra di loro, dato che chi si comporta da vittima tende a scatenare l’aggressività dei potenziali carnefici. Prima ancora che ci siano state delle sopraffazioni, ci si sente già oggetto di persecuzione da parte degli altri, spesso senza un reale motivo per pensarlo. Il ruolo di vittima si adatta bene anche a coloro che dedicano la propria vita all’adempimento di un dovere e che dopo un po’ di tempo si sentono schiacciati dalle responsabilità eccessive. Chi è solito dichiararsi vittima dei soprusi altrui, spesso lo fa con l’intento preciso di demonizzare gli avversari.

COLPEVOLE => è una maschera adatta a quelle persone che si sentono in colpa per aver commesso azioni ritenute riprovevoli e ingiuste per cui diventa necessario espiarla punendosi per tutto il resto della vita. I colpevoli si comportano come il Titanic in attesa di sbattere contro un iceberg e giustamente le altre persone tendono a fuggire come la peste chi indossa questa maschera per paura di rimanere coinvolte loro malgrado nelle punizioni che si autoinfligge.

PERDENTE => la maschera caratteristica di chi ha l’aspetto del guerriero che fiuta la sconfitta e che l’eccessivo carico di responsabilità fa sembrare appesantito, con l’aria sgualcita, e le borse sotto gli occhi. Appare così chi nella vita subisce, o meglio non riesce ad evitare, troppe sconfitte senza reagire in alcun modo.

ESIBIZIONISTA => chi indossa la maschera in questione ha la tendenza a mettere in mostra le proprie qualità personali. Per lo più si tratta di una personalità fittizia, creata appositamente per il piacere di destare l’ammirazione e i complimenti altrui. Si tratta di un’immagine che può funzionare per poco tempo, diventando poi controproducente, soprattutto quando gli altri cominciano ad intuire che dietro la facciata si nasconde ben poco, se non la noia di vivere.

PAUROSO => essa si contraddistingue per il fatto che scatena delle reazioni di attacco o fuga di fronte a situazioni che di pericoloso hanno ben poco. Nel primo caso, per reagire a queste situazioni, si tende a diventare esageratamente aggressivi, mentre nell’altro caso si scappa con la falsa promessa che, se si rimanda il problema, ci si sentirà meglio nell’immediato futuro.

PARASSITA => questa maschera caratterizza le persone che amano vivere alle spalle di altri senza dare niente in cambio. I fattori che contribuiscono ad assumere un tale atteggiamento sono la mancanza di fiducia nelle proprie possibilità e la convinzione di essere incapaci di vivere in maniera autonoma e responsabile.

MARZIANO => si tratta di quel personaggio che vive in un’atmosfera ovattata, dentro una campana di vetro in modo da non far capire agli altri le sue intenzioni. E’ una maschera tipica di quegli individui che non riescono ad inserirsi adeguatamente nelle dinamiche di un gruppo, a causa del loro essere misteriosi e poco chiari quando parlano con gli altri.

(…continua nel prossimo post)

Le maschere sociali

maschera sociale

Uno dei trucchi dell’assurdo è di vestirsi da verosimile… Non c’è ora della nostra giornata in cui non ci sfilino davanti siffatte maschere di carnevale.
Gesualdo Bufalino, Il malpensante, 1987

Luigi Pirandello ha colto efficacemente in molti dei suoi romanzi i nodi multiformi e problematici dell’esistenza. Molti suoi scritti, ricordiamo “Uno, nessuno e centomila”, affrontano in maniera originale il tema della frammentazione della personalità: sotto le maschere irrigidite delle convenzioni sociali e delle opinioni altrui, secondo Pirandello si cela sempre il desiderio di vivere un’esistenza più felice, in sintonia con le verità che provengono dal cuore.

Molteplici ricerche scientifiche giungono alla conclusione di ritenere corrispondenti al vero il fatto che gli individui indossino varie maschere per vivere le relazioni sociali in un certo modo e per affrontare le situazioni complesse che si presentano nel rapporto con gli altri. Anche se sicuramente servono per adattarsi meglio a vari aspetti del mondo in cui viviamo, quando l’individuo si identifica in maniera eccessiva con le immagini che desidera trasmettere all’esterno di sé, corre il rischio di perdere i contatti con molte delle sfumature emotive presenti nella sua interiorità ed è proprio questo che frena il pieno sviluppo del nostro potenziale umano.

Svolgere un buon lavoro sulle proprie immagini interiori, soprattutto su quelle che presentiamo agli altri, costituisce un buon modo per migliorare notevolmente le proprie potenzialità creative, rendendo sicuramente più semplice l’applicazione delle capacità sociali alla vita quotidiana.

Alcune delle immagini in questione condizionano pesantemente la condotta delle nostre azioni, impedendoci in tal modo di apportare i cambiamenti che desideriamo alla nostra vita. Questo accade in modo particolare quando i ruoli sociali che ricopriamo, pur rivelandosi del tutto inutili per affrontare determinate situazioni, sono mantenuti nonostante la loro palese inadeguatezza.

Il primo passo per cambiare tutto questo consiste nel comprendere il fatto che l’indossare queste maschere veicola la soddisfazione di bisogni che ormai non sono più attuali per noi. Così come il sistema di valori e di bisogni va incontro a profondi cambiamenti nel corso della nostra vita, allo stesso modo anche l’insieme delle immagini personali necessita di essere continuamente rinnovato per essere funzionale a soddisfare nuovi interessi.

Lo scrollarsi di dosso le vecchie immagini non è naturalmente un processo semplice e tanto meno spontaneo, esso richiede un grande impegno e una grande volontà dato che il distaccarsi dai vecchi ruoli comporta sofferenza. Pensiamo infatti che essi hanno guidato la nostra crescita per molto tempo, controllando le energie a nostra disposizione e mediando fra le emozioni interne e le relazioni sociali. Tuttavia anche se i ruoli che abbiamo sostenuto in mezzo agli altri  sono serviti a facilitare l’adattamento all’ambiente , anzi in molti casi sono nati proprio per poter sopravvivere all’ambiente, dopo un certo periodo la loro funzione si esaurisce. Questo accade quando le “maschere” interiori da cui ci facciamo guidare non servono più a lenire lo stress indotto dall’affrontare delle situazioni difficili, bensì contribuiscono a complicarle ulteriormente poiché ci costringono a recitare sempre la stessa parte e lo stesso ruolo.

Le maschere sociali funzionano un po’ come se fossero dei grossi acquari: anche se all’inizio ci fanno sentire certamente più sicuri perché sappiamo che non accadrà mai nulla di inaspettato, a lungo andare ci permettono di “nuotare” soltanto verso delle direzioni prestabilite, azzerando in tal modo la possibilità di scoprire nuovi percorsi da compiere, più confacenti alle mete da raggiungere nei vari campi dell’esistenza … (continua nel prossimo post….)

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: