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Il sintomo come segnale di allarme

DOLORE 4

La consapevolezza di attraversare una crisi esistenziale presuppone la capacità di un’osservazione critica di sé. Ugualmente, il riconoscere il proprio stato si smarrimento esige la presenza dentro di sé di un referente affidabile che ci consenta di prendere coscienza del concetto di mancare di Identità o di averla persa.

In realtà chi si trova a vivere un periodo di confusione il più delle volte non se ne rende conto e quello che avverte sono, quasi sempre, solo una serie di sensazioni corporee che segnalano e accentuano lo stato di sofferenza. Queste sensazione corporee “negative” sono quello che chiamiamo “Sintomi”.

Quale è il meccanismo alla base di tutto questo? E quale è la funzione del sintomo? Sostanzialmente il sintomo è un segnale di allarme.

Come dice Henri Laborit biologo filosofo ed etologo francese, quando un individuo si trova in uno stato di stress eccessivo, deve aggredire l’ambiente, fonte dello stress, o fuggire da esso. Ma quando è incapace di attuare una di queste soluzioni, allora si inibisce e sviluppa un sintomo.

I sintomi fisiologici fello stress: gola chiusa, collo teso, respiro corto, polso accelerato, inducono nella persona uno stato di ansia che prepara l’organismo a reagire ad una aggressione, con il fenomeno attacco/fuga.

Distrutto o evitato l’elemento aggressore, ritrovato un ambiente sicuro, l’individuo potrà tirare il famoso “sospiro di sollievo”, mentre il suo organismo recupererà l’equilibrio necessario al rilassamento e alla ripresa.

Quotidianamente ognuno di noi si trova a vivere un’ampia gamma di situazioni stressanti e di conseguenza reagirà di volta in volta con l’aggressione o con la fuga.

Esempi tipici di attacco all’ambiente sono ad esempio i comportamenti aggressivi di un padre o di una madre nei confronti dei figli, dei più grandi verso i più piccoli, oppure nel contesto lavorativo, quelli dei superiori verso i subalterni. Ogni attacco ben riuscito scarica lo stress e il rilassamento è ritrovato. In questo modo diverse persone, anche “psichicamente disturbate” , attraverso la posizione di dominio che concede loro il privilegio di “curarsi psicologicamente” a spese degli altri, riescono a compensare bene le frustrazioni e a vivere senza mai prendere coscienza del proprio stato di profondo disagio interiore.

Il comportamento alternativo all’aggressione, cioè la fuga, è altrettanto comune e si attua rifugiandosi freneticamente nelle più disparate attività esterne all’ambiente quotidiano, oppure, caso tipico di molti, rifugiandosi nel lavoro. Anche così l’insoddisfazione che si prova verso la propria vita, compensata dalla iperattività permette alla persona di sopportare le frustrazioni scaricandole altrove.

Il problema insorge quando il tipo, o l’ambiente di lavoro non permettono di scaricarsi, quando la famiglia è refrattaria o si ribella alla scarica, quando non esiste la possibilità di attività compensatorie. E anche quando il nostro ruolo di esseri civilizzati ci impone di affrontare e/o attuare le aggressioni in maniera socialmente accettabile, mentre alcune parti di noi vorrebbero risposte fisiche (pugno, calcio etc..).

A questo punto lo stress è continuo, il respiro non ritrova il suo ritmo, i muscoli rimangono tesi, il cuore lavora sotto sforzo.

Senza la possibilità di rilassamento non rimane che uno spostamento continuo di questa energia che, non scaricandosi nell’attacco/fuga, finisce per rivolgersi contro noi stessi, in una sorta di autoaggressione, generando prima sintomi, poi disfunzioni, poi vere e proprie patologie organiche.

L’insorgere della sofferenza fisica, segnalata dai sintomi, costringerà la persona a consultare uno specialista: il medico che gli prescriverà medicinali e giorni di riposo.

Risultato: ritiro dall’ambiente, tramite una fuga autorizzata, e quindi recupero dello stato di rilassamento.

Terminato l’intervallo curativo, l’individuo si re immergerà nell’ambiente e riprenderà la vita di sempre. Ma la radice è nel profondo e il problema non è stato realmente risolto. La sofferenza ricomincerà e la persona tornerà dal medico, per sentirsi nuovamente autorizzata a dire sia al lavoro che a casa: “Sto male, lasciatemi in pace!” ottenendo così il visto per un nuovo ritiro/fuga , per un nuovo illusorio rilassamento.

Per rompere questo circolo vizioso occorre un’autentica revisione esistenziale, che pochi, però, sono disposti a intraprendere, troppo legati ancora al tabù che il male dell’anima sia di predominio dei “folli”.

Fare il punto, fermarsi per guardare dentro se stessi, riconoscere che si sta vacillando , che si è perso l’orientamento vuol dire prendersi cura di se stessi.

Significa smettere di perdere tempo a preoccuparsi e cominciare ad occuparsi per ri-trovare il proprio ben-essere.

Chiedere aiuto ad un professionista che ascoltando incondizionatamente e senza giudizio può sostenerti nella ricerca delle tue soluzioni vuol dire essere un adulto consapevole dei propri limiti , non sempre si può fare tutto da soli, e questo è il primo passo verso lo scioglimento del disagio.

Il Counseling può essere un buon inizio; non ti da soluzioni preconfezionate, bensì ti aiuta a trovare le tue ritenendo che ogni individuo abbia in sé la capacità intrinseca di ri-trovare la sua strada. Per questo il Counselor ha nei confronti del proprio cliente un atteggiamento attivo, propositivo e stimolante le capacità di scelta volto ad incentivare il concetto di responsabilità individuale.

Il Counseling ti aiuta a ri-prendere in mano il timone della tua vita lasciando a te la scelta della rotta, direzione e velocità.

Il Counseling è un processo di apprendimento interattivo: facendo leva sulle capacità qualità e risorse della persona coinvolta nella situazione problematica, il Counselor mira a sviluppare nel cliente nuovi processi di esplorazione, comprensione e apprendimento, al fine di raggiungere una migliore espressione del proprio sé.

L’obiettivo principale del processo di Counseling è quello di fornire ai clienti l’opportunità di procedere in modo più autonomo, verso una vita più soddisfacente e piena di risorse, come individui e membri di una società più ampia.

Il dramma del copione e la parabola dell’aquila…

aquila e gallina

Ho già trattato l’argomento dei copioni esistenziali in un altro post, vorrei riprenderlo brevemente come premessa ad una parabola di James Aggrey che trovo particolarmente illuminante e che in qualche modo può metaforicamente rappresentare cosa è un percorso di Counseling…..

Ciascuno di noi ha un copione psicologico e vive in una cultura che ha i propri copioni. Il copione psicologico, in cui è contenuto il programma della nostra vita affonda le sue radici nei messaggi che un bambino riceve dai propri genitori. Essi possono essere messaggi costruttivi, distruttivi oppure non produttivi, relativi a posizioni psicologiche che il bambino assume nei riguardi di se stesso o dell’ambiente che lo circonda.

Tali messaggi di copione sono creatori di disagi, a vari livelli, nella misura in cui non si accordano con le reali potenzialità della persona e ne limitano la sua voglia di vivere. Il disagio può essere modesto non interferendo che minimamente con le capacità dell’individuo; oppure così grave da rendere la persona solo una caricatura di se stessa.

I copioni sono simili ad incantesimi ma in alcuni casi essi servono a creare nel soggetto un’idea abbastanza realistica di come può impiegare le sue capacità nell’ambito della società. In altri casi i copioni sviano la persona inducendola a seguire un miraggio poco realistico oppure scelto per risentimento o ripicca.

C’è un momento nella vita, in cui ciascuno di noi si maschera e recita in questo o quel ruolo. Quando acquisiamo consapevolezza di ciò, possiamo anche riacquistare, almeno in parte, la capacità di rinunciare ai falsi ruoli, per tornare ad essere autentici.

Una persona autentica può scegliere il proprio destino e riscrivere il suo copione in favore della propria personale individualità, divenendo in questo modo un “vincente”, un individuo capace di assumersi la responsabilità della propria vita non concedendo a nessuno una falsa autorità su di lui.

In genere ciò non è facile e spesso è un lavoro duro e faticoso.

Qualche volta è necessario un vero “Salvatore”  come appare dalla “Parabola dell’Aquila”…..

“Un giorno un uomo, attraversando la foresta, trovò un aquilotto, lo portò a casa e lo mise nel pollaio dove imparò presto a beccare il mangime delle galline e a comportarsi come loro. Un giorno un naturalista, che si trovò a passare di là, chiese come mai un’aquila, la regina degli uccelli, si fosse ridotta a vivere con le galline.

“Perché l’ho nutrita con mangime di gallina e le ho insegnato a essere una gallina, e non ha mai imparato a volare”- replicò il proprietario. – “Si comporta come una gallina e dunque non è più un’aquila”.

“Tuttavia”- insistette il naturalista- “possiede ancora il cuore di un’aquila e può certamente imparare a volare”.

Dopo averne parlato a lungo, i due si trovarono d’accordo nel voler scoprire se ciò era possibile. Il naturalista prese con delicatezza l’aquila fra le braccia e le disse: “Tu appartieni al cielo, non alla terra. Spiega le tue ali e vola”.
Ma l’aquila si sentiva piuttosto confusa. Non sapeva bene chi era e, vedendo le galline che beccavano il mangime, saltò giù e si unì a loro.

Per niente scoraggiato, il naturalista tornò il giorno dopo a riprendere l’aquila, la portò sul tetto della casa e la incitò di nuovo dicendo: “Tu sei un’aquila. Apri le tue ali e vola”: Ma l’aquila aveva paura di questo nuovo se stesso che non conosceva il mondo; ancora una volta saltò giù e andò a beccare il mangime.
Il terzo giorno il naturalista si alzò di buon’ora, andò a prendere l’aquila e la portò sulla cima di una montagna. Lì sollevò in alto la regina degli uccelli e cercò di incoraggiarla dicendo: “Sei un’aquila, appartieni al cielo e alla terra, apri ora le tue ali e vola”.

L’aquila si guardò intorno, guardò in giù verso il pollaio, guardò in su verso il cielo. Ma non volò ancora. Allora il naturalista la sollevò verso il sole e l’aquila cominciò a tremare e piano, piano aprì le ali. Infine, con un grido trionfante, spiccò il volo verso il cielo.

Può darsi che l’aquila ricordi ancora le galline con nostalgia; può darsi anche che di tanto in tanto torni a fare visita nel pollaio. Ma per quanto si sa non è più tornata a vivere come una gallina.

Era un’aquila, sebbene fosse stata nutrita e allevata come una gallina”.

Proprio come l’Aquila, chi ha imparato a considerarsi, a comportarsi e a vivere come in realtà non è, può prendere una nuova decisione e vivere secondo le proprie potenzialità di vincente, invece che sopravvivere chiuso dentro una gabbia fatta di: “se soltanto……”, “quando….”, “cosa mi succederà se…”.

Chi vuole scoprire e imparare a cambiare la sua parte “perdente” diventando così più simile al “vincente “ che era destinato ad essere può provare un percorso di Counseling.

Il Counseling, infatti, può aiutare nel proprio personale percorso di riorganizzazione interna, verso la riappropriazione di quel potenziale di creatività e saggezza, insito in ognuno di noi, che permette di diventare “quello che si è”, riconoscendo la propria unicità senza esaurire le proprie energie nello sforzo di svolgere un ruolo che non è nostro.

Ancora sul Counseling

guida alpina 3

Una guida alpina accompagna i suoi clienti in paesaggi con i quali ha già una certa dimestichezza, ma ogni percorso è sempre nuovo e ognuno deve camminare sulle proprie gambe. La presenza della guida potrà essere utile e di conforto, ma il progresso verso la meta dipenderà dall’impegno del soggetto in prima persona, oltre che dall’abilità di chi conduce nel fornire le indicazioni giuste al momento giusto.

Anche il Counselor è una guida di montagna, con il preciso obiettivo di rendere quanto più autonomo e indipendente il proprio cliente, mettendogli a disposizione la sua esperienza e gli strumenti necessari per diventare a sua volta guida di se stesso.

Il Counseling è stato proprio definito “l’arte del guidare”, in quanto non consiste nel trovare che cosa non funziona nel cliente e dirglielo, ma nell’insegnarli a conoscere se stesso: “se aiutiamo il cliente a comprendere se stesso in relazione ad una data situazione, la decisione di cambiare verrà da lui” (Rollo May)

Il Counseling è quindi una pratica professionale svolta all’interno di una relazione definita da un contratto, che consente ai clienti di sviluppare il proprio potenziale, l’autonomia personale per gestire al meglio le proprie risorse nella risoluzione di problemi soggettivi e interpersonali; inoltre favorisce la promozione del benessere e la prevenzione del disagio psico-sociale.

E’ uno spazio di ascolto, supporto e orientamento all’interno di una relazione basata sul riconoscimento, sul rispetto, l’empatia e la congruenza.

Le azioni del Counseling: orientare, agevolare,contenere,sostenere.

Il Counseling è focalizzato sul concetto di salute, non più inteso come assenza di malattia, ma come sviluppo e promozione del benessere della persona. I concetti basilari di autonomia, libertà , autorealizzazione, empowerment promuovono la comprensione dell’individuo e del suo contesto come un tutto che interagisce sinergicamente.

Il counselor può essere definito come colui che accoglie e agevola la persona nella scoperta del proprio potenziale promuovendo la sicurezza di sé e la sensazione di auto-efficacia. Possiede conoscenze versatili e utilizzabili in vari settori, ha assimilato e padroneggia teorie e tecniche dei principali modelli operativi per poter facilitare la persona che si rivolge a lui. Il cambiamento, infatti, richiede, l’integrazione di tutte le dimensioni dell’espressione umana: sensoriale, affettiva, cognitiva, sociale e spirituale, il counselor entra in sintonia con ognuna di queste dimensioni, aiutando così il cliente a divenire responsabile dei propri pensieri, sentimenti e comportamenti, riducendo le contraddizioni e favorendone il benessere personale e sociale.

Il fattore più importante nel processo di cambiamento è costituito dalla relazione nei suoi aspetti strutturali (setting, regole, contratto) e interpersonali (empatia, alleanza, sintonizzazione, fiducia).

Nel Counseling, a differenza di altre professioni, la preparazione personale del Counselor è prioritaria, perché mentre la tecnica si può sempre acquisire, modificare, perfezionare, così come si possono inventare modi sempre nuovi di condurre un colloquio, le qualità umane dell’operatore sono l’elemento più importante per attivare in un’altra persona il processo di crescita. Prima ancora del metodo utilizzato, è la capacità del Counselor di entrare in relazione con il cliente a favorire l’esito positivo dell’incontro.

Il Counselor dovrà essere in grado di misurarsi con la possibilità di modificare continuamente l’immagine ormai acquisita di sé e degli altri, con il rischio di trovarsi in difficoltà e con il coraggio di trasformare questa difficoltà in una opportunità di crescita per sé e per il cliente.

Il Counseling è la sinergia tra due persone che cercano insieme qualcosa di più alto, che vogliono creare ponti là dove ci sono muri.

Antropologia del Counseling

IO SONO

Il presupposto che ha mosso Carl Rogers a compiere la rivoluzione copernicana nelle relazioni d’aiuto è che “ogni corrente della psicologia ha implicita una sua filosofia”, una sua visione dell’uomo e del mondo, e che tale filosofia “influenza in molti modi sottili e significativi” lo stesso processo terapeutico e di cura: in particolare dietro il comportamentismo ci sarebbe una filosofia “meccanicista”, dietro la psicoanalisi una filosofia “pulsionale”.

Scrive Rogers :” […]  non è necessario negare la verità di alcuni aspetti di queste formulazioni per ammettere un’altra prospettiva. […] dal punto di vista esistenziale è […] l’uomo non ha semplicemente le caratteristiche di una macchina, non è semplicemente prigioniero di motivi inconsci; è una persona impegnata a creare se stessa, una persona che crea il significato della vita, una persona che incarna una dimensione di libertà soggettiva “ (C.Rogers – La terapia centrata sul cliente – )

Da questa citazione emerge chiaramente che la presa di distanza del Counseling di Rogers dai precedenti modelli non dipende tanto da un disaccordo circa gli aspetti teorici della relazione d’aiuto, ma da una diversa concezione filosofico-globale dell’uomo nel mondo: l’essere umano non è solo una macchina da condizionare-aggiustare o un “esser-ci” schiavo delle sue pulsioni, bensì un soggetto attivo, autonomo e responsabile, fondamentalmente libero di creare i propri sensi, significati, scopi e valori nella vita e che dispone in sé, almeno a livello potenziale, la forza necessaria a superare le difficoltà psicologiche-esistenziali-sociali che la sua esistenza nel mondo gli riserva.

E proprio in virtù di questa nuova concezione antropologica, Rogers aggiunge “[…] è la voce dell’uomo soggettivo che parla, e forte, per se stesso. L’uomo si è sentito per molto tempo una marionetta, guidata da forze economiche, da forze inconsce, da forze ambientali. E’ stato fatto schiavo da persone, da istituzioni, dalle teorie della scienza psicologica. Ma è vicino a fare una nuova dichiarazione di indipendenza. Scarta l’alibi della mancanza di libertà. Sta scegliendo se stesso, sta cercando, in un mondo difficilissimo e spesso tragico, di diventare se stesso, non una marionetta, non uno schiavo, non una macchina, ma il proprio sé, unico, individuale” (C.Rogers – opera citata).

Questa concezione di un soggetto attivo, libero, autonomo,responsabile, e corredato delle potenzialità auto direttive necessarie per risolvere i propri problemi dopo averne maturato piena consapevolezza, costituisce dunque l’antropologia che sta alla base di quelle caratteristiche di autonomia, responsabilità e libertà del cliente che sono le fondamenta del Counseling, che non si pone l’obiettivo di fornire soluzioni o consigli direttivi, bensì il suo scopo è quello di porre la persona nelle condizioni dapprima di esaminare la situazione problematica in tutta la sua complessità e quindi di uscirne in maniera autonoma, libera e responsabile.

La condizione affinchè ciò sia possibile passa attraverso la prioritaria capacità, schiettamente umana, relazionale o “artistica” del Counselor, di creare quello che Rogers definiva il “clima” facilitante la relazione o una particolare “atmosfera” empatica che sappiano esaltare la forza tendente al miglioramento e all’autorealizzazione presente, almeno potenzialmente, in ogni persona.

Rogers illustra tale forza con l’espressione “tendenza attualizzante” per esprimere l’idea secondo cui “ogni organismo è determinato da una tendenza intrinseca a sviluppare tutte le sue potenzialità e il suo arricchimento”. Si tratta di una forza essenzialmente positiva per lo sviluppo di sé e il miglioramento della propria situazione, che non è insita solo negli esseri umani bensì in ogni organismo vivente qualora sia posto nelle giuste condizioni “ambientali”.

Rogers la scopre ad esempio in alcune alghe che riescono a crescere sugli scogli della California, resistendo all’impeto delle onde con la flessibilità del loro fusto. In quelle alghe, come in ogni essere vivente, è riposta una tenace e virulenta volontà di vivere, di conservare e di migliorare l’organismo, e di esplorare l’ambiente al fine di modificarlo in base alle proprie necessità.

L’uomo stesso possiede dunque tale energia o forza personale che lo spinge naturalmente verso ciò che è o considera il suo bene, ovviamente qualora essa non venga ostacolata da impedimenti dell’ambiente esterno o dalla propria interiorità.

Proprio perché ogni individuo ha la tendenza attualizzante alla realizzazione e alla crescita, ed è dotato, almeno in maniera latente, della capacità di comprendere se stesso e delle risorse per uscire dalle situazioni di difficoltà attraverso una auto-risoluzione dei propri problemi , a patto che sia posto nelle condizioniate a favorire tale sviluppo e crescita personale., il primario compito del Counselor consiste proprio nel ri-creare tali condizioni facilitanti il suo sviluppo e la sua crescita personale attraverso la creazione di un ambiente favorevole.

La creazione di un “atmosfera empatica” facilitante la relazione e l’alleanza, che il cliente percepisce e che crea il miglior ambiente possibile per il “setting”, costituisce la quintessenza del counseling rogersiano in quanto permette la realizzazione delle condizioni stesse che danno al cliente la fiducia nelle sue capacità risolutive, e che gli consentono di poter ricorrere alla sua forza motivazionale al fine di dispiegare la sua tendenza alla crescita personale e all’autorealizzaizone.

Scrive ancora Rogers: “Le condizioni che creano questa atmosfera non sono la cultura, la preparazione intellettuale, l’orientamento ideologico o le tecniche del “terapeuta”. Sono sentimenti e atteggiamenti che devono essere vissuti dal counselor e percepiti dal cliente” (C.Rogers – opera citata).

Un altro importante punto di partenza del counseling e soprattutto di quello Rogersiano è quello di essere “centrato sulla persona del cliente”.

In epoca precedente il soggetto da aiutare veniva considerato passivamente come colui che doveva limitarsi ad attendere e ricevere l’aiuto offerto dall’altro, da colui che “sa” come risolvere la situazione problematica alla luce di un certo sapere, trattando quindi la situazione problematica in astratto senza far riferimento al “vissuto esistenziale” del cliente e travisando il fatto che ogni problema di natura psicologico-esistenziale si genera sempre nel contesto di vita di una singola e unica persona che vive in una determinata situazione esistenziale, e che per risolverlo non è sufficiente guardare al problema in sé bensì alle modalità nelle quali è vissuto dalla persona coinvolta nella situazione.

Da ciò consegue che una situazione non è mai “oggettiva” né analizzabile oggettivamente, in quanto è sempre connotata da significati personali e appunto soggettivi attribuiti dal soggetto alla unica e singolare situazione concretamente vissuta.

Alla luce di questo è chiaro che alla base di ogni intervento di counseling deve sempre esserci la capacità dell’operatore di contestualizzare il vissuto del cliente all’interno della situazione vissuta.

Per fare questo è necessario acquisire una facoltà chiamata “flessibilità cognitiva” che induce ad essere “centrato” sulla situazione vissuta dalla persona che richiede il nostro aiuto piuttosto che sul nostro modo di vedere le cose; è la capacità di focalizzare l’attenzione sulle modalità esistenziali attraverso le quali l’altro vive, pensa e sente le cose, le persone, i fatti e i problemi narrati.

Tali fatti sono sempre osservati e vissuti dal punto di vista del cliente e generati dalla sua visione del mondo, la quale determina le modalità stesse di percepire e quindi vivere i fatti e le difficoltà, che assumono un significato particolare a seconda delle proprie esperienze passate, dei propri pensieri, valori ,atteggiamenti ed emozioni, ovvero, ancora dalla propria visione del mondo quale medium tra ciò che siamo e il mondo nel quale viviamo.

E’ necessario quindi che il counselor metta da parte la naturale tendenza a conformare l’esperienza di un’altra persona al proprio modo di pensare e assumere empaticamente il punto di vista dell’altro, il “suo” unico e peculiare modo di vedere i problemi al fine di cogliere i fatti o problemi come strettamente determinati dalle circostanze, situazioni o esperienze individuali come sono interpretate e vissute dal cliente.

Il Counseling è “centrato sul cliente” perché quest’ultimo è considerato realmente come la persona più al corrente del problema, la più informata della situazione e praticamente la sola a sentire il caso in tutta la sua profondità esistenziale; perciò solo lui sa esattamente di che cosa parla.

Essendo l’unico a riconoscere fino in fondo il suo vissuto, deve essere messo nelle condizioni di comprendere la sua unica e singolare situazione di difficoltà al fine di trovare una soluzione o una prospettiva risolutiva in completa autonomia e libertà.

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Per approfondire:

Carl R. Rogers

La terapia centrata sul cliente

Ed Psycho

Interruzioni del Contatto ….

INTERRUZIONI CONTATTO

M.C. Escher – “Relativity”

Nel post precedente abbiamo visto come la consapevolezza di un bisogno spinga l’individuo ad organizzarsi in un’attività volta alla soddisfazione di tale bisogno secondo un processo che è definito “ciclo del contatto”. Segue poi la fase di ritiro, che corrisponde alla assimilazione e al dissolvimento della figura sullo sfondo.  A questo punto l’individuo è pronto a dare inizio ad un altro “ciclo di contatto”, ad un’altra fase di ritiro, e così di seguito. Ogni volta che la persona non riesce a soddisfare un bisogno si interrompe il ciclo.

L’interruzione del contatto avviene quando l’eccitazione che dovrebbe sostenere l’azione nell’intero ciclo viene bloccata e l’energia che dovrebbe  reggere il processo viene utilizzata per arrestarlo ed evitare così il contatto.

Il ciclo di contatto ha una durata  e si sviluppa in una dimensione temporale secondo  le seguenti fasi:

  • Pre-contatto fondamentalmente una fase di sensazioni, durante la quale la percezione di fronte ad uno stimolo diventa quella figura che sollecita l’interesse e il bisogno di soddisfazione. In questa fase il Sé funziona in modalità “es”: “che cosa sento ora?”
  • Contatto costituisce una fase attiva durante la quale l’organismo si prepara ad affrontare l’ambiente. In questo stadio il Sé funziona in modalità “io”, consentendo una scelta o un rifiuto delle diverse possibilità e di conseguenza un azione responsabile sull’ambiente: “che cosa voglio e cosa non voglio?”
  • Contatto pieno è un momento di confluenza sana, di indifferenziazione tra organismo e ambiente, un momento di apertura o perfino di abolizione del confine contatto. C’è il pieno soddisfacimento del bisogno.
  • Post-contatto, in cui si godono i benefici del contatto. E’ una fase di assimilazione che favorisce la crescita. In essa si “digerisce” l’esperienza. Il Sé funziona secondo la modalità “personalità”, integrando l’esperienza nel bagaglio della persona: “chi sono io? – cosa sono diventato?”

Infine, si torna alla fase di ritiro, nel “vuoto fertile” da cui potrà emergere un nuovo bisogno.

Nella realtà le cose non si svolgono così semplicemente: sono numerosi i cicli interrotti da un disturbo al confine-contatto. Questi meccanismi di difesa o di evitamento del contatto possono essere sani o patologici a seconda della loro intensità, flessibilità e del momento in cui si attivano. Essi sono nella maggior parte dei casi una sana reazione di adattamento. E’ solo la loro rigida persistenza in momenti inappropriati che costituisce un comportamento nevrotico.

Le principali modalità di interruzione del contatto sono:

  • Confluenza: dove viene a mancare la percezione del confine, si produce una identificazione tra organismo ed ambiente, tra Io e Tu. La persona confluente non sa chi è, non conosce le proprie possibilità né quelle degli altri, non sa prendere la necessaria distanza dalle cose e dagli altri e, dunque, non riesce a diventare autonomo. Sul piano sociale, la confluenza impedisce qualsiasi confronto e qualsiasi contatto autentico che implica invece la differenziazione tra due persone distinte. Qualsiasi rottura brutale della confluenza comporta un ansia intensa spesso associata a senso di colpa. Le persone confluenti hanno difficoltà a separarsi, a dissentire, tendono a rinunciare alla responsabilità personale, usano molto il “noi”. In questo caso l’interruzione nel ciclo di contatto avviene prima di una nuova eccitazione.
  •  Introiezione: colui che introietta fa ciò che gli altri vorrebbero che lui facesse; egli impiega la propria energia incorporando passivamente ciò che l’ambiente gli fornisce,“ingerisce”, senza discriminazione, norme, valori, atteggiamenti, pensieri altrui. La persona che introietta tende a muoversi come l’interlocutore, a dire sempre di sì, a ricercare delle regole (“dimmi come devo fare”, “dammi un consiglio”); i suoi verbi più comuni sono “devo”, “non posso”. L’interruzione nel ciclo di contatto avviene durante l’eccitazione. L’atteggiamento verso l’ambiente è rassegnato, infantile e disposto ad accettare.
  •  Proiezione: in questo caso è l’organismo che oltrepassa il confine, invade l’ambiente, attribuisce all’altro ciò che è suo. L’individuo che proietta fa agli altri ciò che egli rimprovera loro di fare a lui; egli non può accettare i propri sentimenti e le proprie azioni, perché “non dovrebbe” sentire né agire in un certo modo. L’attenzione delle persone che proiettano è molto spostata sull’esterno. Esse hanno un carico emotivo enfatizzato, spesso sono soggetti istrionici e borderline, hanno spesso un linguaggio valutativo (attribuire etichette), estremizzante, polarizzante. L’interruzione nel ciclo di contatto avviene solitamente nella fase di mobilizzazione dell’energia: la persona sente l’emozione ma essa è libera e dal momento che non scaturisce da lui stesso, essa viene attribuita all’ambiente.
  •  Retroflessione:  consiste nel rivolgere verso se stessi l’energia mobilitata, nel fare a se stessi ciò che si vorrebbe fare agli altri oppure nel fare a se stessi ciò che vorremmo che gli altri ci facessero. Coloro che retroflettono tendono a rimuginare, riflettere, trattenere, tendono a essere autoreferenziali, hanno una modalità relazionale irrigidita, chiusa. L’interruzione nel ciclo di contatto avviene solitamente durante il contatto pieno e post-contatto. La retroflessione cronica è all’origine di diverse somatizzazione ad esempio : mi provoco dei crampi allo stomaco e perfino un’ulcera a forza di padroneggiare la mia collera o il mio rancore.
  •  Deflessione: consente di evitare il contatto diretto, deviando l’energia. Si tratta di un atteggiamento di fuga, di evitamento. Colui che deflette riduce il contatto attraverso l’uso di circonlocuzioni, il parlare troppo, il ridere su ciò che si dice, il non guardare direttamente la persona con cui si parla, l’essere astratti piuttosto che specifici, il non arrivare al dunque, il parlare del passato quando il presente è più rilevante, il parlare “su” piuttosto che parlare “a”.
  •  Egotismo: in questo caso si tratta di un deliberato rinforzo del confine-contatto, di una ipertrofia dell’Io, una consapevolezza incessantemente vigile sui propri processi di adattamento creativo. Esso è  fondamentale durante il processo di crescita dell’individuo, come elemento motore affinchè la persona si faccia carico di se stessa e conquisti l’autosufficienza. Può , tuttavia, evolversi in negativo allorchè si produca un atteggiamento cronico ed irrigidito di chiusura al mondo esterno con perdita della funzione Io, della possibilità cioè di discriminare gli stimoli ed attuare le scelte più idonee all’individuo

L’obiettivo di un percorso di Counseling potrebbe essere quindi quello di ristabilire il naturale flusso della soddisfazione dei bisogni lavorando sulla presa di consapevolezza del bisogno che emerge dallo sfondo. Aiutare il cliente ad ampliare il suo sentire , accompagnandolo nel far emergere le risorse necessarie al superamento degli ostacoli che impediscono il libero e naturale scorrere dell’energia che porta all’azione responsabile del proprio benessere.

Accettare quello che è accaduto in passato

dolore ter

Un principe possedeva un enorme diamante di cui andava fierissimo. Questa pietra preziosa era costruita in una teca protetta.

Un giorno il principe chiese ad un suo servo di portargli il diamante, perché desidera ammirarlo più da vicino. Prendendolo tra le mani, quale non fu il suo stupore nello scoprire un enorme graffio sulla parte del diamante che di solito non vedeva!

Il principe divenne molto infelice; non riusciva a smettere di pensare a quella pietra preziosa e al difetto di cui non era stato consapevole. Decise di radunare il consiglio e di esporre il problema.

Alcuni consiglieri volevano avviare una grande indagine per trovare i colpevoli, quelli che avevano rigato il diamante. Altri intendevano creare una commissione scientifica per cercare di capire cosa potesse essere più duro del diamante e graffiarlo. Altri ancora suggerivano di rimettere il diamante nella teca e cercare di dimenticare che avesse un lato imperfetto.

Il consigliere più anziano e più saggio prese la parola: “Vostra maestà, credo che la soluzione migliore consista nell’utilizzare questo difetto nel diamante per farne qualcosa che ne aumenti il valore”.

Tutti i consiglieri si misero a ridere di questa proposta, che giudicavano stramba. Il principe fece loro segno di tacere e si rivolse all’anziano: “E come pensi si possa fare?”.

“Vostra maestà, conosco un orafo incredibilmente dotato che abita nei dintorni. Potremmo farlo venire”. “E sia – disse il principe – lo si vada a chiamare”.

Si vide allora arrivare un artigiano vestito con semplicità, dallo sguardo caloroso e dal  sicuro. Quando gli fu presentato il problema, rispose che poteva fare qualcosa. Il principe non si sentiva molto rassicurato, ma ripose fiducia nell’orafo.

Tre giorni dopo, l’artigiano andò dal principe reggendo su un vassoio coperto di velluto il diamante, che scintillava di mille luci. Dal graffio l’uomo aveva ricavato lo stelo di una splendida rosa che aveva inciso nel diamante; era riuscito a creare il fiore in modo tale da aumentare la bellezza e lo splendore del diamante.

Il principe era meravigliato. Ricompensò l’orefice e ordinò di riporre nuovamente il diamante nella teca, con il lato inciso in evidenza, per poterlo ammirare. Non c’era più nulla da nascondere, il graffio “della vergogna” era diventato il supporto di una splendida rosa…

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Questa metafora riassume bene quanto può succedere quando accettiamo quello che è stato in passato.

Alcuni, come i consiglieri del principe, vogliono trovare i colpevoli, smascherarli, punirli … farlo tuttavia non cambia ciò che è.

Altri vogliono capire il perché, perché io, da dove deriva? Si arriva a risalire nel tempo, magari per trovare l’origine del problema alcune generazioni prima. Questo non cambia ciò che è.

Infine, come i consiglieri del principe, un gran numero di persone preferisce “dimenticare”: è passato, è finito, non parliamone più. Neanche questo cambia ciò che è. Tutte queste strategie seguitano ad alimentare una sofferenza non accettata.

L’unica via che permette di andare verso la serenità consiste nel confrontarsi con il proprio dolore, i rimpianti, il rancore, l’odio, la paura, accettarne l’esistenza e il fatto che spesso abbiano buoni motivi per esistere,

E’ poi necessario esprimerli, parlandone a qualcuno (un percorso di Counseling può aiutarti a fare questo), mettendoli per iscritto, disegnandoli, dipingendoli, scolpendoli, interpretandoli, cantandoli … insomma, dando loro una forma al di fuori di noi.

Occorre poi guardarli in faccia, considerarli come materiale da costruzione e cercare di capire cosa farne.

Una volta trovato il modo di procedere a questa sublime alchimia che consiste nel trasformare la sofferenza in compassione, il dolore del passato può essere accettato pienamente e la nostra vita essere finalmente vissuta per intero ….

A proposito di Assertività

ASSERTIVITA

 

” La differenza di fondo tra l’essere assertivo e l’essere aggressivo sta nel come le nostre parole e il nostro comportamento intaccano i diritti ed il benessere degli altri” S.A.Bower

L’assertività viene definita prevalentemente come una competenza sociale che caratterizza colui che realizza se stesso manifestando le proprie doti ed esprimendo le proprie esigenze nel contesto relazionale.

Tra le varie definizioni di assertività proposte questa mi sembra la più completa:

“capacità individuale di riconoscere le proprie esigenze (o i propri diritti) e di esprimerle con efficacia, mantenendo, nel contempo,una positiva relazione con gli altri; legittima e onesta espressione dei propri diritti, sentimenti, convincimenti e interessi, evitando la violazione o la negazione dei diritti degli altri”.

L’assertività viene descritta da vari autori lungo un continuum  comportamentale  che va dalla “passività” all’”aggressività”nella zona intermedia ed è fondata sul rispetto e l’autoresponsabilità.

Il soggetto con un comportamento assertivo è colui che è capace di avere un atteggiamento positivo verso se stesso e verso gli altri e di riconoscere, rispettare ed esprimere i propri bisogni nel rispetto di quelli degli altri.

La persona assertiva si esprime in modo efficace e autentico, sa ascoltare e chiedere chiarimenti. Si assume la responsabilità di quanto dice o fa, accetta le critiche costruttive, rifiutando quelle manipolative o svalutanti. Rifiuta di fare ciò che non desidera e persegue coerentemente i propri obiettivi. Entra in contatto con le sue emozioni, sa accettare le sconfitte. Tutto questo assicura una maggiore consapevolezza e serenità nell’affrontare le situazioni quotidiane problematiche facilitando le relazioni aumentando così la soddisfazione e il ben-essere personale.

La filosofia di vita della persona assertiva è la seguente:

•  Non mi aspetto che gli altri si comportino come io vorrei

•  È un diritto dell’altro fare richieste

•  È un nostro diritto rifiutare

•  È un diritto comunicare le emozioni.

 

Relazionandoci agli altri avendo ben in mente questi principi, evitiamo di sentirci frustrati ogni qual volta le nostre aspettative non sono soddisfatte, impariamo a fare serenamente delle richieste, ad esprimere i nostri desideri accantonando la paura del rifiuto, a rispondere all’altro con empatia anziché con amarezza o aggressività. Dobbiamo partire dal presupposto che non possiamo cambiare gli altri ma possiamo cambiare noi .

Essere assertivi, dunque significa avere un comportamento efficace ed adeguato per ottenere il risultato desiderato, comunicarlo con autenticità, rispettando il proprio interlocutore.

Il Counseling può aiutare a sviluppare la propria assertività in modo da poter comunicare ed avere un comportamento che consenta di affermare se stessi, pur rispettando l’altro. Inoltre aiuta a trovare strategie efficaci per la soluzione dei problemi e ad acquisire maggiori competenze utili a risolvere i conflitti con una comunicazione adeguata nelle varie situazioni che le relazioni quotidiane ci propongono.

 

Durante il percorso di Counseling verranno infatti potenziate tutte quelle strategie che conducono all’acquisizione di un “sano” comportamento assertivo quali:

  • Migliore conoscenza di se stessi e capacità di osservazione dei propri comportamenti manifesti e nascosti;
  • Costruzione di una buona immagine di sé superando paure ed inibizioni
  • Apprendimento di una comunicazione sicura ed efficace, potenziando le proprie capacità interpersonali;
  • Realizzazione di un comportamento equilibrato e costruttivo che non sia connotato da passività o aggressività e che sia frutto di scelte responsabili.

 

Ricordiamo sempre che l’ Assertività non è un modo di imporsi sugli altri bensì una forma di Autoaffermazione.

 

 

 

Come si svolge il Counseling

counseling help

La maggior parte di noi ha talvolta sperimentato degli eventi e delle sensazioni spiacevoli che sembrano non avere termine, momenti dell’esistenza in cui nessuna soluzione sembra essere in vista.

A volte sappiamo che i nostri sentimenti sono dovuti a circostanze particolari, come dispiaceri matrimoniali, lutti o malattie, mentre altre volte non abbiamo alcuna idea di ciò che ci fa sentire così in tensione, sfiduciati e perplessi, tutto ciò che sappiamo è che la nostra vita è diventata scomoda, difficile o anche apparentemente intollerabile.

Se la nostra ansia diviene troppo grande, possiamo essere spinti a prendere decisioni frettolose, spesso ad esserne dispiaciuti, o ad agire sotto un consiglio che non condividiamo completamente e a dover poi convivere con le conseguenze.

Il counseling può aiutare le persone a chiarire i loro pensieri e sentimenti, così da giungere a prendere le proprie decisioni o, anche, ad operare grossi cambiamenti nella loro vita.

L’incontro avviene quasi sempre a richiesta del cliente. Ascoltando attentamente il counselor può iniziare a percepire le difficoltà del cliente e può aiutarlo a vedere le cose più chiaramente, possibilmente da un’angolatura un po’ diversa.

Il counseling è, quindi, un modo per facilitare le scelte o i cambiamenti, o per ridurre la confusione. “Non so che strada prendere, cosa fare, cosa è meglio per me!”; queste sono le frasi più frequenti in apertura della seduta.

Nelle sedute di counseling il cliente viene messo in grado di esplorare i vari aspetti del suo malessere e delle sue difficoltà, parlandone liberamente ed apertamente in modo diverso (cosa che sarebbe quasi impossibile fare con familiari o amici) con una persona che NON GIUDICA.

I sentimenti repressi come la rabbia, l’ansia, il dolore, l’imbarazzo possono sovente diventare molto intensi. L’opportunità di esprimerli ed esplorarli in un contesto sicuro, può aiutare a dissolverli integrandoli riducendo così il dolore provato e rendendo più semplice la loro com-prensione. Il counselor incoraggerà l’espressione di questi sentimenti e, grazie alla sua preparazione, sarà in grado di accettare il loro manifestarsi senza sentirsi oppresso da questi. In tal modo il cliente riguadagnerà l’autorispetto e la sensazione di valere qualcosa grazie anche a quei vissuti e, quindi, si sentirà accettato e rispettato come persona che ha propri diritti.

Un counselor non cercherà di minimizzare i problemi e rispetterà qualsiasi sforzo fatto nel tentativo di far funzionare le cose. Qualunque sia la natura del problema non verrà dato alcun giudizio e sarà mantenuta un’assoluta confidenzialità. Compito del counselor è di assistere il cliente, ed inoltre, di indicargli altre possibili fonti di aiuto, se dovessero mostrarsi necessarie.

Il counseling è diverso da altri tipi di aiuto in cui si diventa, a volte, oggetto di diagnosi o accertamenti e nei quali viene poi suggerito il comportamento da tenere. Il raggiungimento di un buon obiettivo è alla base dell’intero percorso di counseling. Avere qualcuno che ascolta tutti gli aspetti della nostra situazione, può aiutare a scoprire qualcosa in più per se stessi. Per esempio la propria forza e la propria debolezza, i propri valori, le priorità, non solo cercando le proprie soluzioni, ma anche realizzandole.

La relazione tra il cliente e il counselor costituisce la parte essenziale del processo. Perciò, dopo aver instaurato un rapporto di fiducia, il counselor incoraggerà il cliente ad osservare se stesso, gli aspetti della sua vita, le sue relazioni, quelle cose alle quali potrebbe non aver mai pensato precedentemente o che non si sentiva in grado di affrontre. Il cliente con l’aiuto del counselor potrà iniziare ad esplorare le relazioni in cui si trova coinvolto, scoprire come ha reagito con alcune persone o in certe situazioni, capire le proprie difficoltà.

A tutto ciò seguirà poi la considerazione dei modi attraverso i quali cambiare. Il counselor potrà proporre al cliente delle opzioni, ma lo incoraggerà a seguire qualunque cosa lui abbia scelto. Egli potrà inoltre aiutare il cliente ad esaminare in dettaglio la situazione o il comportamento che gli crea problemi, trovare il piccolo ma cruciale punto di partenza, dal quale sarà possibile iniziare ad operare dei cambiamenti.

Qualsiasi approccio userà il counselor sarà rispettoso dell’autonomia del cliente, autonomia che dovrà essere la meta per quest’ultimo: essa infatti, lo renderà capace di fare le sue scelte, di prendere delle decisioni e di metterle in pratica.

Le tecniche usate dal counselor sono flessibili e la profondità di lavoro adeguata alle capacità emotive di ogni cliente. Lo scopo è quello di far capire al cliente stesso i suoi reali sentimenti e permettergli di sperimentarli. In seguito potrà compiere delle “scelte” e, quindi “agire” per raggiungere i propri obiettivi. Il tempo necessaria la cambiamento varierà da cliente a cliente e sarà in accordo sia con le sue capacità emotive che con la sua adattabilità al cambiamento.

Il processo di counseling concerne essenzialmente la crescita e il cambiamento. Non è compito del counselor far cambiare direttamente il cliente: è il cliente che cercherà di cambiare e di sviluppare se stesso; il ruolo del counselor è quello di agevolare questa evoluzione non prendendo decisioni al posto del cliente, ma aiutando l’individuo ad osservare chiaramente i suoi sentimenti, le su emozioni e le sue mete, finchè potrà assumere fiduciosamente l’auto-direzione e, come ha detto Rogers “e lasciarlo Essere”

Infine il counseling non pretende di essere la risposta alle difficoltà umane, ma offre l’opportunità alle persone di esplorare vari modi di vedere la propria vita e conduce verso strade più efficaci per raggiungere il Ben-Essere.

Se pensi che questo possa fare al caso tuo, contattami al 388 73 87806 per prendere un appuntamento (assolutamente gratuito e non vincolante) in presenza, se abiti a Roma, o via Skype ovunque tu sia …..

Il Counseling…. istruzioni per l’uso : dedicato ai “possibili” clienti

counseling snoopy

“..la sofferenza è una specie di bisogno dell’organismo

 di prendere coscienza di uno stato nuovo…” M.Proust

 

Ho deciso di scrivere questo post per informare i “possibili” clienti e tutti coloro che sono incuriositi dal counseling su che cosa esso sia e in quali casi possa essere utile sperimentarlo.

Inoltre penso che in questo preciso momento di grande fermento e confusione sui vari ruoli delle professioni di aiuto, essere ben informati possa contribuire a mantenere adeguatamente alti i livelli delle prestazioni di coloro che offrono con serietà il Counseling.

La maggior parte di noi ha talvolta sperimentato degli eventi e delle sensazioni spiacevoli che sembrano non avere termine, momenti dell’esistenza in cui nessuna soluzione appare all’orizzonte.

A volte sappiamo che i nostri sentimenti sono dovuti a circostanze particolari, come crisi matrimoniali, lutti o malattie, mentre altre volte non abbiamo alcuna idea di ciò che ci fa sentire così in tensione, sfiduciati e perplessi, tutto quello che sappiamo è che la nostra vita è diventata scomoda, difficile o anche apparentemente intollerabile.

Se la nostra ansia diviene troppo grande, possiamo essere spinti a prendere decisioni affrettate, spesso ad esserne dispiaciuti, o ad agire sotto un consiglio che non condividiamo completamente e a dover poi convivere con le conseguenze.

Il Counseling può aiutare le persone a chiarire i loro pensieri e sentimenti, così da giungere a prendere le proprie decisioni o, anche, ad operare grossi cambiamenti nella loro vita.

Si tratta principalmente di una esperienza umana e personale fra due persone. E’ quindi un percorso che richiede impegno di tempo e sforzo da entrambe le parti. Lo scopo è quello di aiutare a trovare le proprie risposte, le proprie risorse momentaneamente seppellite e a divenire più responsabile della propria vita ; il counseling aiuta il cliente a VIVERE la propria vita invece di farsi vivere.

Il Counseling è diverso dagli altri tipi di aiuti in cui si diventa, a volte, oggetto di diagnosi e nei quali viene poi suggerito il comportamento da tenere. Il raggiungimento di un buon obiettivo è alla base dell’intero counseling.

Avere qualcuno che ascolta tutti gli aspetti della nostra situazione, può aiutare a scoprire qualcosa in più di sé. Per esempio la propria forza e la propria debolezza, i propri valori, le priorità, non solo cercando le proprie soluzioni, ma anche realizzandole.

Il Counseling aiuta ad agire per se stessi ad essere pro-attivi nei confronti della propria vita e di conseguenza favorisce e chiarisce anche i rapporti interpersonali.

Può essere utile concepire un percorso di counseling come un’opportunità per imparare ad assumersi dei rischi che, di solito, non siamo in grado di accettare facilmente nella vita di tutti i giorni perché potrebbe essere difficoltoso, strano, se non addirittura incomprensibile.

Qualsiasi tipo di approccio userà il counselor, sarà rispettoso dell’autonomia del cliente, autonomia che dovrà essere la meta per quest’ultimo: essa, infatti, lo renderà capace di fare le sue scelte, di prendere delle decisioni e di metterle in pratica.

Il Counseling non pretende di essere la risposta alle difficoltà umane, ma offre l’opportunità alle persone di esplorare vari modi di vedere la propria vita e conduce verso strade più efficaci per andare avanti.

Un counselor non cercherà di minimizzare i problemi e i disagi e rispetterà qualsiasi sforzo fatto nel tentativo di far funzionare le cose. Inoltre qualunque sia la natura del problema, non verrà dato alcun giudizio e sarà mantenuta un’assoluta confidenzialità.

Quindi: chiunque tu sia, di qualsiasi età, qualsiasi situazione o disagio tu stia affrontando, anche se sei preoccupato, confuso, se devi affrontare un cambiamento inaspettato,una crisi, una difficoltà relazionale, o se vuoi solo fare dei cambiamenti nella tua vita, può esserti utile parlare di queste cose con un operatore “estraneo”, comprensivo e ben preparato.

Un percorso di Counseling è essenzialmente un processo di crescita. Non è compito del counselor far cambiare direttamente il cliente: è il cliente che cercherà di cambiare e di sviluppare se stesso; il ruolo del counselor è quello di agevolare questa evoluzione, non prendendo decisioni al posto del cliente, suggerendo o pilotando il suo cammino, ma aiutando l’individuo ad osservare chiaramente i suoi sentimenti e le sue mete, finchè potrà assumere fiduciosamente l’auto-direzione e , come ha detto Carl Rogers … “e lasciarlo Essere…..”

e quindi ……..

counseling 6 BIS

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