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Sul senso del vivere

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Lilli Carmellini – Tante Strade   http://www.lillicarmellini.it/Tante-strade.html

“Ritengo che la Verità sia una terra senza sentieri e che non si possa raggiungere attraverso nessuna via, nessuna religione, nessuna scuola. Questo è il mio punto di vista, e vi aderisco totalmente e incondizionatamente. Poiché la Verità è illimitata, incondizionata, irraggiungibile attraverso qualunque via, non può venire organizzata, e nessuna organizzazione può essere creata per condurre o costringere gli altri lungo un particolare sentiero….” Krishnamurti

Vari e articolati studi sulla società riguardanti i “nuovi valori” concordano tutti nel dire che ad occupare il primo posto nella gerarchia dei valori non sono né la famiglia, né i figli, né il successo, il denaro o la salute, bensì il SENSO.

Per la maggior parte degli individui la questione più importante a cui dare una risposta è quella del senso della propria vita.. Dove trovare quindi la soluzione a questo interrogativo???

Il saggio Krishnamurti dice: “la verità è una terra senza sentieri”. Se si leggono queste parole con attenzione, all’inizio si rimane un po’ confusi, perché in realtà, cercando la verità, ci farebbe piacere sapere quale strada dovremmo imboccare. Ma è proprio questa scelta ad apparire sbagliata al filosofo, che era invece convinto che ogni uomo dovesse trovare una sua “propria strada verso la verità”.

E’ vero che per ogni uomo valgono le leggi della matematica o della gravità, quindi per così dire la “verità oggettiva”, ma accanto a questa, e non meno importante, c’è anche la “verità soggettiva”, la verità del proprio cammino di vita.

Questo non è affatto prestabilito, ma si snoda davanti ai nostri occhi nel momento in cui lo si percorre.

La risposta alla domanda sul senso della vita non si trova quindi in dogmi imposti, dottrine salvifiche o prescrizioni, ma nel proprio cuore.

Altre “verità soggettive” possono essere meravigliose ispirazioni per il proprio cammino, tuttavia questo non sarà mai sovrapponibile agli altri progetti ed esperienze di vita. La propria vita rimane un’avventura!!!

E per poter iniziare il “grande viaggio” è necessario armarci di una buona dose di coraggio per far piazza pulita del vecchio e metterci in una condizione di ascolto interiore per cogliere quelle ispirazioni (vedi il post precedente sull’Intuizione) che possono illuminarci il cammino.

L’individuazione di un senso conferisce alla vita stabilità e radici robuste a cui ancorarsi, che donano allo stesso tempo forza e chiarezza. Chi desidera realizzare con successo la ricerca di un senso, si renderà presto conto che quest’ultima non prevede un termine. Essa ha luogo “qui e ora”, senza, tuttavia, che si giunga ad un termine. La Vita prosegue il suo cammino in eterno. C’è sempre qualcosa di nuovo da scoprire.

Il modo migliore per iniziare la ricerca di un senso è porsi questa domanda: “Che cosa voglio?”

Se ci porremo questa domanda in maniera sincera e profonda non si tratterà di piccole questioni materiali esteriori, ma vi riconosceremo una prospettiva. Vedremo scintillare nuovi orizzonti, anche se questi sembreranno essere lontani ancora anni luce. Rivolgiamo lo sguardo a questi orizzonti lontani trovando la connessione con il nostro cuore……

Un autore sconosciuto ha espresso questo con parole che trovo particolarmente ispirate

“ La vita non dovrebbe essere un viaggio organizzato verso la tomba,

che raggiungiamo sicuri e senza contrattempi in un corpo attraente e ben conservato.

E’ piuttosto un percorso per vie traverse,

con un bicchiere di champagne in una mano,

una manciate di fragole nell’altra,

il corpo scrupolosamente consunto dall’uso,

il cuore aperto,

lo spirito libero da vincoli,

l’anima pronta a librarsi in alto,

gridando esausti: … “Wow, che viaggio !!!!!

Sopravvivere o vivere?

vivere o sopravvivere

Il Giudice Interiore o Super-Io, come abbiamo visto in questo post, è un meccanismo di sopravvivenza e, se ben strutturato assolve in modo molto efficace a questo compito, ma allo stesso tempo non è capace di vivere.

Sopravvivere e vivere sono due cose molto diverse: la prima è semplicemente la capacità di mantenere in funzionamento il nostro sistema corporeo, la seconda è la capacità di creare il nostro presente e di esserne consapevoli.

Sopravvivere è l’espressione della nostra animalità mentre vivere è il culmine più alto della nostra umanità!

Quando lasciamo che la sopravvivenza occupi il posto della nostra umanità, anche quando non c’è minaccia, permettiamo che il nostro Giudice Interiore detti le leggi del nostro vivere, del nostro relazionarci e dei nostri comportamenti, noi allora non siamo veramente umani, bensì ricadiamo in uno stato infantile ma senza la bellezza e l’innocenza dell’infanzia.

La nostra vita quotidiana è allora dettata e rinchiusa dentro una rete di pregiudizi che, impedendoci di vedere la realtà, ci obbligano a comportamenti meccanici e a re-agire. Dove, in questo caso, re-agire vuol dire agire nello stesso modo del passato, vuol dire mancanza di creatività, spontaneità, e consapevolezza.

Proviamo ad osservare quanta della nostra energia è continuamente impegnata nel fare la cosa giusta. Non solo, ma anche di fare la cosa giusta che ci permetta di stare bene e di essere riconosciuti e apprezzati.

Questo desiderio intrinsecamente umano, rappresenta la nostra volontà di essere allineati con l’esistenza, connessi, capaci di rispondere in modo vivo alle situazioni che la vita ci propone.

Ma la vera questione non è fare la cosa giusta, bensì giusta secondo chi? Quali sono i criteri che definiscono cosa è giusto e cosa è sbagliato?

Se guardiamo con un minimo di attenzione e soprattutto di sincerità non è difficile realizzare che il criterio è definito dal nostro Giudice Interiore e quindi dai nostri genitori interiorizzati. E se questo è quello che accade è anche vero che stiamo cercando di trovare la scelta adatta al momenti attuale attraverso qualcosa che ha nulla o poco a che fare con questo momento.

La vera questione, allora, è come fare a fare scelte che riflettano la nostra consapevolezza, libertà, originalità ossia tutte quelle caratteristiche che definiscono il vivere.

L’unico modo per farlo è ridirigere la nostra energia vitale al qui e ora che ci troviamo a vivere distogliendola dal gravoso compito di sostenere la dinamica con il Giudice Interiore, vincendo la paura per la sopravvivenza alla scoperta del nostro potenziale personale.

Tutto ciò significa semplicemente CRESCERE: crescere oltre la dinamica che caratterizza il nostro rapporto con il nostro Giudice Interiore. Che poi vuol dire capire come questa dinamica ci tenga rinchiusi in uno stato infantile dove ancora, indipendentemente dagli anni che abbiamo, facciamo i conti con i nostri genitori, e come questa dinamica sia proiettata all’esterno in ogni nostra relazione.

Questo comporta, quindi, assumerci la responsabilità di fare scelte non dettate dal passato e da valori altrui, ma basate sulla nostra capacità di sentire chi siamo realmente, cosa vogliamo e come intendiamo impegnarci per realizzarlo.

Da ciò sembra ormai chiaro che dobbiamo imparare a difenderci consapevolmente dagli attacchi del Giudice Interiore imparando a sviluppare la capacità di essere presenti nell’esperienza, mentre, il più delle volte, avviene di essere risucchiati nel continuo dialogo/conflitto interiore tra bambino e genitori.

Quando l’energia vitale viene di nuovo resa disponibile alla nostra crescita cominciamo a vivere una vita non più costantemente tesa verso come “dovremmo essere” bensì illuminata dalla scoperta quotidiana della nostra individualità e unicità.

Succederà allora che invece di spendere quantità incredibili di energia e attenzione nel cercare di mantenere una pace precaria tra Io e Giudice Interiore, cominciamo a scoprire chi siamo al di là del condizionamento ricevuto e quali sono le nostre capacità. Cominciamo a sentire che apparteniamo a questa vita e che questa vita ci appartiene e il nostro sopravvivere si trasforma piano piano in VITA VERA!

Ma perché la crescita avvenga avviando il processo del Vivere è necessario riconoscere che ciò che proviamo, ciò che possiamo esprimere e ciò a cui aspiriamo ha valore. Diventa quindi una parte fondamentale del nostro viaggio l’esplorazione onesta e coraggiosa, senza falsi pudori, del nostro valore.

Per molte persone il valore personale è dipendente dal riconoscimento sociale: se gli altri danno un giudizio positivo, se c’è accettazione, se c’è successo, se si riceve attenzione, allora si ha valore.

Questa dinamica con l’esterno va di pari passo con una interna dove ognuno di noi è impegnato a misurare il proprio valore con il Giudice Interiore. Così come da bambini abbiamo imparato a misurare il nostro valore a seconda della risposta che ci veniva data dai nostri genitori, così da adulti la misura del nostro valore viene dal Giudice. Abbiamo quindi imparato e continuato a credere di non avere un valore intrinseco, espressione di quello che siamo, anzi, abbiamo imparato a nascondere ciò che siamo in modo da avere riconoscimento e quindi valore.

Quando impariamo a essere presenti e a difenderci dagli attacchi del nostro Giudice Interiore, allora la nostra consapevolezza comincia a rilassarsi e a risiedere nel presente invece che nel passato o nel futuro e questo ci permette di riconoscere e valutare aspetti della nostra realtà precedentemente nascosti. Saremo in grado allora di riconoscere la presenza in noi di emozioni e comportamenti e desideri a lungo considerati “inaccettabili” dal Giudice Interiore e respinti nell’inconscio. Questo riconoscimento aprirà la porta alla libertà personale di decidere quali di questi contenuti hanno valore per noi e se valga la pena esplorare queste nuove possibilità assumendoci la responsabilità dei possibili errori e conseguenze.

Sfidando i confini imposti dal Giudice Interiore cominciamo ad allargare il nostro territorio riappropriandoci di parti di noi stessi a lungo evitate. Fiducia, senso di capacità e direzione cominciano a crescere in noi mentre ci liberiamo dalla vergogna e dai sensi di colpa e incominciamo finalmente a VIVERE !

Cosa è il Giudice Interiore.

GIUDICE INTERIORE

Cosa è questa presenza dentro di noi di cui siamo a volte vagamente, a volte acutamente  consapevoli e che chiamiamo Giudice Interiore? Presenza che ci crea non pochi disagi nella nostra mission di vivere la vita piùfedelmente possibile in accordo con la nostra natura.

Il nome che Freud dà al Giudice “SuperEgo” o “Super-Io”, esprime bene il suo ruolo: il Giudice è sopra l’Ego e il suo nome richiama immagini di controllo e di dominio, immagini di genitori sovrastanti il bambino, immagini del triangolo con l’occhio di Dio che scruta e giudica i peccatori sulla terra.

Ma da dove nasce? Come mai si è formato? Perché abbiamo un Giudice dentro di noi?

Soprattutto nei primi anni la sopravvivenza di un bambino dipende totalmente dalla madre. Essa svolge una funzione insostituibile nel provvedere al nutrimento e a tutti gli altri bisogni del bambino intervenendo laddove il bimbo non riesce a regolare se stesso spontaneamente.

Ma soprattutto la madre è la figura principale che crea un momento dopo l’altro, l’atmosfera dell’ambiente dove vive il bambino. Una madre, come ci tratteggia mirabilmente Massimo Recalcati nel suo saggio “Le mani della madre”, che non è solo “madre del seno” ossia colei che soddisfa i bisogni più elementari del bambino ma diventa “madre del segno”, dove il seno diviene segno del proprio amore.

Il modo in cui la madre lo culla, lo sostiene, lo tocca, lo guarda lascia un’impronta indelebile nella psiche e nel corpo del bambino.

La presenza della madre e soprattutto la qualità di questa presenza, la sua emozionalità generano variazioni spesso significative in quello che viene chiamato “ambiente di sostegno”. Il bambino risponde in maniera diretta e immediata alle variazioni dell’ambiente di sostegno; vediamo quindi come l’armonia e la sostanziale continuità affettiva dell’ambiente di sostegno siano fondamentali per una crescita non traumatica e per lo sviluppo del bambino.

E’ importante quindi notare come la mancanza di continuità o armonia nell’ambiente di sostegno e la carica di emozioni negative da parte della madre si riflettano istantaneamente nel bambino come pericoli a livello di sopravvivenza. La paura di morire, che ne scaturisce, non è un qualcosa a livello emozionale ma una vera e propria esperienza fisica a livello cellulare: la mancanza di calore, contatto, attenzione, una voce alterata o distante, tutto questo raggiunge il bambino come minaccia alla propria vita.

Ad esempio, si potrebbe creare nel bambino un’associazione tra pianto “eccessivo” e reazione di distacco e insofferenza da parte della madre, oppure una in cui il controllo delle feci è gratificato da sorrisi e calore, o un’altra per cui il non gridare viene associato ad un tono di voce calmo e rassicurante e il gridare ad uno secco e sferzante, e così via.

Cominciano, quindi, a delinearsi comportamenti “negativi” dolorosi, in quanto implicano una diminuzione o scomparsa dell’affettività e comportamenti “positivi” che vengono premiati con certe qualità di amore, cura e affetto.

La naturale tendenza del bambino verso la sopravvivenza e lo sviluppo lo porterà allora a cercare e trovare modi per ristabilire un senso di armonia ed equilibrio nell’ambiente di sostegno attraverso azioni che gli permettano di ovviare alla disfunzione affettiva. Tutto questo avverrà attraverso l’inibizione di tutti quei comportamenti giudicati “inaccettabili” da coloro facenti parte l’ambiente di sostegno, a scapito della spontaneità del bambino “costretto” per la sua sopravvivenza a reprimerli.

Le azioni, gli impulsi e le idee indesiderabili saranno quindi inizialmente rifiutati e soppressi e, successivamente, repressi, diventando non più disponibili alla consapevolezza.

Questo processo non è indolore. Di fatto il bambino è obbligato a rifiutare e nascondere delle parti di sé prima ancora di avere la capacità di sperimentarle, conoscerle e capirle in maniera personale.

Sulla base di convinzioni, pregiudizi e valori esterni imposti dalle figure di accudimento egli deve accettare e soccombere o rischiare la punizione, l’umiliazione e l’isolamento.

E’ a questo punto che il bambino svilupperà un meccanismo coercitivo interno che, rappresentando i valori imposti, mantenga il controllo facendo sì che i comportamenti inaccettabili rimangano nell’inconscio e quelli accettabili vengano espressi in modo da ricevere attenzione e riconoscimento.

Il Giudice Interiore, il Super-Io, è l’interiorizzazione di tutte le figure di autorità rilevanti nei primi anni di vita, dei loro valori, giudizi, pregiudizi, divieti, comandamenti. Il Giudice guida la nostra vita creando un sottofondo di valutazioni e ammonizioni costantemente presenti con i quali dobbiamo misurare noi stessi e le nostre azioni in ogni aspetto della vita quotidiana.

A livello subconscio siamo sempre impegnati in un dialogo interno tra una parte di noi che dà consigli e ci spinge affinchè ci si comporti in un certo modo e un’altra parte che reagisce a questi consigli. La dinamica di questo dialogo è molto simile a quella tra genitori e bambino: il Giudice ci tratta come se fossimo ancora quei bambini completamente dipendenti, incapaci di sopravvivere e bisognosi di guida.

Tuttavia il Giudice interiore ha anche un suo perché e avere un Super-Io ben strutturato ci permette di navigare nella vita quotidiana con una relativa facilità fornendoci criteri di comportamento sociale che, pur obbligandoci alla conformità, ci permettono di sopravvivere.

Naturalmente gli imperativi, le ammonizioni, i pregiudizi limitano molto il contatto con la nostra vera natura. Di fatto è come se all’età che abbiamo, venti, trenta, quaranta o più anni, ci vestissimo ancora con gli abiti che vestivamo a sette, otto anni; inevitabilmente ci vanno stretti, inevitabilmente ci portiamo appresso un grosso senso di insoddisfazione e la sensazione di non essere veri.

Ecco che, a questo punto, diventa di fondamentale importanza interrogarci su cosa vogliamo fare della nostra vita: sopravvivere o vivere?

Ma questa è un’altra storia e se ti va puoi seguirmi nel prossimo post ….

Il Giudice silenzioso

ESSERE7

” Voglio arrivare, quanto posso, lontano, attingere la gioia che ho nell’anima, e cambiare i limiti che conosco, e sentirmi crescere la mente e lo spirito. Voglio VIVERE, ESISTERE, ESSERE, e udire le verità che sono dentro di me ” W.Dyer

E’ così difficile dire : “IO SONO!” . E’ così difficile darsi il permesso di ESSERE. Teoricamente siamo convinti che non ce ne sia bisogno , anche solo nel momento in cui lo penso “io sono” , in realtà essere pienamente, coscientemente , emotivamente, fisicamente ESSERE è la cosa più difficile che esista ….. troppe voci nella testa ci impediscono di sentire questa verità.

E allora ……..

Immagina come sarebbe se una mattina mentre sei a letto e ti stai svegliando ti accorgessi all’improvviso che c’è silenzio nella tua testa. Niente avanti e indietro di cosa devi e non devi fare, niente pressione a far progetti ed essere pronta.

La percezione del tuo corpo è diretta e semplice, priva di concetti e giudizi a cui sei abituata.

Ti accorgi anche che senti il corpo non a pezzi ma come un’unità, qualcosa che esiste tutto insieme senza parti … è come se non ci fosse confine tra la tua pelle e il materasso. Porti più attenzione al fianco che è appoggiato sul materasso e noti che senti pressione, calore, un senso di densità ma non trovi un confine, una separazione tra materasso e corpo. Che strano …

Eppure non è la pelle la mia casa? Non è la pelle il confine che delimita ciò che sono io, quello che è dentro, e ciò che non sono io, quello che è fuori? … il pensiero arriva ma scorre via lasciando silenzio .

Senti le gocce di pioggia che cadono sul balcone e la musica della chitarra suonata dal vicino e il tuo respiro che entra ed esce. Tutto è così nitido!

All’improvviso vedi che la nitidezza è data dal fatto che ogni cosa è come immersa ma anche accentuata dal silenzio e dallo spazio che c’è tra un evento e quello successivo.

Qualcosa manca …. Cosa??? Certo, non ci sono giudizi, non ci sono valutazioni!! Tutto compare e scompare nella sua purezza: un pensiero, una sensazione, un’immagine, un respiro, una emozione ….

Ti accorgi anche che le tensioni sono sparite: non dovendo afferrare niente, non volendo definire e inscatolare, non c’è sforzo, non c’è bisogno di sforzarsi.

Semplicemente SEI ….. sei la vita che scorre … la vita non è in tè , la vita E’ TE!   Stai meravigliosamente facendo l’esperienza di te stessa. ….

Quando per la prima volta il nostro Giudice tace è una tale meraviglia ….

Finalmente sei sola, senza papà, senza mamma, senza guardiani, senza grilli parlanti, senza consigli e ammonimenti. Senza pregiudizi da sostenere e difendere…..

Sei sola ma quella mancanza di voci e giudizi ti permette di sentire per la prima volta d’essere finalmente con te stessa, a casa …

Nello spazio lasciato  libero dal Giudice si manifesta un’incredibile creatività, un esplodere continuo di possibilità e un mistero stupefacente.

E finalmente puoi dire … IO SONO !

Il teatro interiore: rifiuto, accettazione, ascolto …

TEATRO INTERIORE

Il teatro interiore è il luogo dove si svolgono le scene della vita che chiedono di essere viste e sentite, per poter star bene con noi stessi e con gli altri.

Nell’ascolto della “voce interiore” si dona una casa alle nostre cose, si dona il giusto linguaggio al nostro bisogno di espressione per accettarsi e per essere accettati.

E nel teatro interiore a volte c’è molto disordine ed è proprio questo groviglio di sensazioni e di emozioni, di immagini e di suoni, che ci ferma e, indicandoci la fermata, fermata necessaria, non tanto per pensare, vuole dare valore a quel preciso momento della vita, affinchè si possa uscire dai luoghi comuni, da situazioni stagnanti, da proiezioni inutili, per raggiungere così dimensioni più rispettose del nostro modo di essere.

Siamo noi i registri del nostro teatro interiore e con ciò dobbiamo avere chiaro che siamo responsabili dei nostri atti, delle nostre scelte, del nostro modo di vivere, ma ciò presuppone anche il fatto che ogni atto, ogni scelta, ogni modo di vivere, dipendono dalle nostre possibilità e che queste presuppongono dei limiti.

Nel teatro interiore si mettono in scena le nostre identità, le nostre molteplicità, i nostri sentimenti, rendendoci immagini che viviamo come reali e che,ci offrono suggerimenti di senso e tutti chiedono di essere ascoltati.

E nel teatro interiore si mettono in scena, anche, i “sintomi” e i simboli: gli uni e gli altri strettamente intrecciati per indicare il nostro stato interiore attuale e per dare la possibilità di ri-soluzione dei dolori scatenati dai “sintomi” attraverso cui ildolore parla.

Accettazione o rifiuto dipendono quindi dalle nostre possibilità e dai nostri limiti: possibilità e limite ci sono dati non solo come strumenti cognitivi e volontari, ma soprattutto come elementi che dipendono dalla nostra capacità di porci in contatto con lcon la nstra parte più profonda. Allora si anima in noi quella capacità di trasformare radicalmente la visione della vita e la nostra prospettiva esistenziale prenderà nuove forme e nuovi colori.

In questo teatro interiore, con i suoi personaggi e nelle diverse scene, si costruisce l’identità che non è costituita solo dall’Io, ma dal Sé, quell’istanza che è così difficile da definire e da afferrare, ma è quella totalità così misteriosa e grande, così pregnante e inafferrabile, ma così vicina a noi, se sappiamo “vedere” e “sentire”.

Questa totalità è percepibile quando si crea il ponte tra ciò che pè visibile e comprensibile e ciò che non lo è ma vive nelle nostre profondità, quando diventiamo consapevoli delle nostre fatiche e sappiamo ascoltare la nostra vera e intima natura riuscendo a portare avanti percorsi di vita che non sviliscono i nostri progetti e non tradiscono le nostre spinte più interne.

Il senso delle cose si attua e si apre alla vita in diversi rivoli che si preparano per abbracciare le nostre inclinazioni, le nostre attitudini, il nostro sentire: qui sta il senso.

Vivere significa dare senso a ciò che si vive e, per vivere pienamente, ci vuole passione: con questa nascono anche il dolore e la gioia, ma senza la passione viene a mancare la linfa necessaria al dispiegamento della nostra Anima.

E il senso delle cose, a volte, anzi più spesso, si trova nelle piccole luci quotidiane, nei frammenti di vita, nei significati reconditi di sottili gesti, nelle visioni di forme impalpabili.

Certamente la vita è fatta di concretezza, ma luci e suoni, emozioni e sentimenti, sensazioni e intuizioni, possono sembrare poco concreti, invece sono il sale e il sole della vita.

Entrare nella concretezza della vita significa porsi in ascolto di sé e questo è l’unico modo possibile per attuare una vera vita, piena e gratificante che valga veramente la pena di essere vissuta …..

Nuove Armonie

farfalle barattolo

Sei tutta qui , in questo tempo che ti stuzzica romantiche follie e ti chiede un gioco nuovo, ora che sei rientrata nel ciclo della vita….

Buttati, organizza, inventa e dai un buongiorno alla vita, anche a chi ami ….. e sai che non puoi vivere senza questo amore che non è un sogno ma tutta la realtà …

Sfarfalleggia un poco, concedi spazio alla tua voglia di leggerezza … Buttati nella vita, puoi farlo …ora ….

Se pensi che l’equilibrio sia qualcosa di stabile, ricrediti, negheresti la vita. L’equilibrio è dinamico, sempre nuovo punto di partenza per una nuova trasformazione.

La vita è movimento, continua espansione ma non è una fatica, è una danza, lasciati fluire senza volerla controllare …

Il nuovo che ora matura in te non sarà un porto definitivo, ma la nuova tappa di un eccitante viaggio. Quando viaggi ti fermi per un po’ e intanto visiti tutto con entusiasmo, curiosità e passione, non ti chiudi in casa o in albergo, sotto alle coperte per tutto il tempo. Non avrebbe senso. E poi arriva il moment o di ripartire. Così è l’equilibrio, un continuo spostamento, aggiustamento, godimento per poi ripartire.

Vivi fru fru, respira aromi, bevi un po’ di vino … attiva la tua energia, falla vibrare, crea la tua realtà ..

Espanditi in tutte le direzioni, nella grappa e nella filosofia, nella sensualità, nel patè, nelle passeggiate, nel ballo sfrenato e nella fisica quantistica ….

Celebra la vita, sentiti ovunque VIVA e non farti troppe domande, ora, plana ad ali spiegate là dove il vento ti porta e goditela fino in fondo questa strana e pazza vita ……

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liberamente tratto da:

S.Garavaglia

365 Pensieri per l’anima

Ed.Tecniche Nuove

Bravi ragazze e bravi ragazzi non abbiamo imparato a dire né a sentirci dire “NO”

dire no

Il titolo espone un’altra grande trappola che troviamo sulla strada per arrivare alla felicità. Ci siamo abituati a credere che fossimo amati per ciò che facevamo e non per ciò che eravamo. Così abbiamo preso l’abitudine di dire sì anche quando pensiamo no e di fare tante cose per comprare l’affetto e la riconoscenza.

Non abbiamo imparato a dire “No” quando lo volevamo, ed ancora meno adirlo con disinvoltura e senza aggressività. Di conseguenza, abbiamo spesso accumulato così tanti “Sì” insinceri, che finiamo, come una pentola a pressione sul fuoco, per esplodere, strillando un aggressivo “No!” in faccia al primo che capita, oppure implodiamo cadendo in preda allo sfinimento, al burn-out o alla depressione, o ancora ci assestiamo nella lamentosa litania della vittima, credendoci sfruttati da tutti e senza nessuna colpa.

E ci ritroviamo infelici! Innanzitutto, perché non siamo riusciti a dire “No” al momento giusto, né alla persona giusta; poi perché siamo esplosi così aggressivamente, spesso riversando le nostre frustrazioni accumulate, sulla persona sbagliata, che diventa il nostro capro espiatorio. Infine, perché noi stessi ci condanniamo senza pietà e senza appello.

Imparare a dire “No” non è facile per riuscire a dirlo in modo affermativo e non aggressivo, si tratta innanzitutto di ascoltare il bisogno dell’altro senza credersi immediatamente obbligati a soddisfarlo. Possiamo certamente contribuire alla sua soddisfazione per piacere, per desiderio, per amore, ma rimanendo consapevoli del fatto che l’altro è pienamente responsabile dei suoi bisogni.

Si tratta poi di ascoltarsi, per riconoscere i propri bisogni e, tra questi, le proprie priorità. Questa operazione consiste nel concedersi tempo e spazio. E non c’è niente che faccia così paura alle persone! Infatti, fare, agire, rispondere “sempre pronta!”, correre da tutte le parti per provare a guadagnarsi o mantenere l’approvazione degli altri, è molto spesso, inconsciamente, un modo di evitare di rimanere soli con se stessi. E’ un modo corretto, sul piano sociale e familiare, di essere nella fuga e non nell’incontro, e questo, sotto la più lodevole denominazione di dovere o di attenzione verso gli altri.

In fondo, non si tratta tanto di imparare a dire “No”, quanto di imparare a non fuggire né a rifuggire la relazione autentica. Con questo voglio sottolineare che si può andare incontro agli altri e dedicarsi alle proprie occupazioni e allo stesso tempo prendersi cura di sé e del proprio essere, senza cercare in ogni modo di fuggire e trascurare i propri bisogni.

Se poco alla volta ci sentiamo sempre più a nostro agio nel dire “No” quando vogliamo, può darsi che ci resti ancora da sviluppare la capacità di accogliere il No dell’altro, quando ci confrontiamo con esso.  La vita nel momento in cui decidiamo di VIVERLA non ci risparmierà questo disagio:nessuno ci dirà Sì tutte le volte, e questo potrebbe essere spesso difficile da vivere.

Il pericolo è quello di rinunciare a noi stessi quando l’altro dice No, per sottometterci alle sue aspettative, oppure di interpretare il No come un rifiuto e quindi di ribellarci contrattaccando. Si crea così fuga o aggressione, di certo non l’incontro.

Quando l’altro ci dice No raramente ascoltiamo tranquillamente i suoi bisogni, ciò a cui dice di Sì, quando pronuncia un No.

Facciamo poi fatica a far valere i nostri bisogni per trovare una soluzione equa per entrambi. Ascoltare l’altro e trovare una soluzione rispettosa dei bisogni di entrambi, non sempre è comodo. Può volerci molto tempo, e costringerci a rinunciare a quello a cui teniamo o a lasciare la presa.

Abbiamo spesso la tendenza a privilegiare la facilità di argomentazioni, espresse come una raffica di proiettili del tipo “Ho ragione perché ….. Hai torto perché …..”; come in guerra, questo scambio di proiettili mira a spostare l’altro dalla sua posizione con la forza. Oppure preferiamo la facilità della rinuncia, con propositi del tipo “ Ok, ok, d’accordo, hai ragione. Lascio perdere e non ti chiedo più niente”, che puntano a trovare la pace attraverso la diserzione. In entrambi i casi siamo infelici per la nostra aggressività o per la nostra passività.

Negoziare o convivere con il No dell’altro, con determinazione e assertività, è tutta un’altra storia!

Così riuscire a dire “No”, in modo cosciente e non telecomandato dall’inconscio, come accettare il “No” dell’altro, presuppone il disagio di conoscersi nelle proprie fragilità e contraddizioni, di accogliersi nella propria impotenza e frustrazione, di sentirsi combattuti o lacerati tra scelte difficili.

Assumersi la responsabilità dei propri “No”, come dei propri “Sì”, accettando anche quelli degli altri, ci rende allo stesso tempo liberi e responsabili delle proprie scelte. Ecco secondo me la fonte di una delle più grandi gioie: il decidere della propria vita osando anche il rifiuto . E non vedo come potremmo vivere questo senza attraversare con coraggio ogni tipo di disagio.

 

Isolare la sensazione

SENSAZIONI

Eccoci all’ulteriore passo necessario per liberarsi dai nostri “blocchi emozionali”.

Ogni volta che ci troviamo in uno stato emozionale, siamo bloccati in una particolare sensazione e, se tentiamo di decifrarla, dobbiamo sempre ricordare che essa viene dal passato, non dal presente. Anche se la situazione attuale è caratterizzata da una sensazione, l’intensità, il tipo, la portata e la profondità di quest’ultima sono determinati dal passato.

A volte è , tuttavia, relativamente facile riconoscere la causa emozionale principale, sovente mascherata da numerose altre. Siamo, del resto, soliti “bendare” la ferita originaria con vari strati di sensazioni, in modo da proteggere il sé lesionato nella vita passata così da evitargli altro dolore.

In genere, quanto più è intensa l’emozione che provoca disagio, tanto più vecchia è la sensazione e tanto più giovani eravamo quando subimmo un danno emozionale. E’ importante tornare all’età in cui siamo stati feriti ed in cui si è formato il sentimento che oggi ci nuoce; il sé chiede aiuto, anche se potrebbe simultaneamente rifuggirlo.

A questo punto il lavoro diventa molto delicato: si tratta di far emergere proprio quell’antica sensazione che nel “lì e allora” ha dato origine al blocco e al conseguente schema emozionale disfunzionale.

Portare per mano il cliente a toccare la ferita originaria, agevolandolo nella sua presa di consapevolezza, attraversando senza paura il territorio del dolore, sicuro di trovare dall’altra parte la libertà di “essere quello che è”.

In questo percorso di “presa di coscienza” è importante rispettare il proprio tempo ; ognuno ha il suo . Nulla va forzato, bensì accompagnato, ascoltando tutti i segnali che il corpo rimanda.

Potrebbe capitare di rimanere paralizzati dalla paura, OK, facciamola nostra alleata e sperimentiamola fino in fondo. Cosa ci sta dicendo?

Oppure essere invasi da una enorme tristezza, diamole il giusto rispetto vivendola fino in fondo, ascoltando quello che porta con sé.

O ancora potremmo avere voglia di arrabbiarci, senza però riuscire a farlo. Anche la rabbia porta con sé un messaggio , evitiamo di reprimerlo, anzi proviamo ad amplificarlo sentendo quale parte del corpo è coinvolta dandole voce.

Per trovare “La Sensazione” che ci crea il blocco è necessario eliminare tutte le altre, strato dopo strato , senza mai perdere la speranza, accogliendo le nostre difficoltà e lo stato “in-panicato” della bambina (o bambino) ferita, finchè giungeremo a quella “giusta”, proprio quella, causa primigenia della nostra sofferenza per liberarcene così da poter VIVERE pienamente ….

 

Dai parole al dolore;

la pena che non parla sussurra il cuore sovraccarico

e lo spinge a spezzarsi…” W.Shakespeare

 

Chi sono io?

JOHARI

“Tutto ciò che ci irrita negli altri, può portarci a capire noi stessi…” Carl Gustav Jung

Per uscire dal tunnel della “sopravvivenza” e darsi il permesso di VIVERE è necessario correre un rischio Il rischio di scoprire e conoscere qualcosa di se stessi di cui non si aveva consapevolezza, affrontando l’eventualità che ciò che si teme sia reale almeno in parte .Il rischio di rivelarsi, di essere conosciuti scoperti e quindi conseguentemente poter essere anche rifiutati.

Noi percepiamo noi stessi in aspetti e situazioni diverse e rare volte, nella vita, in modo unitario. La percezione che abbiamo di noi stessi molte volte è il risultato di autopresentazioni del proprio IO e presentazione del nostro IO ricevuto dell’IO degli altri.

Non sempre abbiamo le idee chiare sul “chi sono io”o sul “come sono”. Tanti sono i fattori che ci possono influenzare e che ci portano a modellare il nostro IO.

Analizzare se stessi, dare significato al proprio IO è una vera avventura fatta di momenti euforici ed esaltanti e momenti di difficoltà.

Vuol dire aprire una finestra, lasciando che anche gli altri buttino uno sguardo dentro e ci aiutino a fare luce su certi aspetti per noi avvolti nel buio e per gli altri, al contrario, in piena luce …..

“ … Johari voleva conoscere se stesso, ma trovava sempre porte chiuse. Nessuno gli voleva aprire. Nessuno gli voleva dire chi era e perché esisteva. Le porte rimanevano chiuse. “Quando sarai grande, capirai”, gli dicevano.

“Perché ti preoccupi, pensiamo noi ai tuoi bisogni, quando sarai grande, allora…”, “se giovane, goditi la vita…”, “sta con tutti, non legarti a nessuno, poi un domani incontrerai…”.

Così Johari, non riuscendo ad aprire le porte della conoscenza e della responsabilità, cominciò a piangere, a soffrire, a disperarsi.

Chiuso tra quelle mura del “non pensare”, “non fare”, “non preoccuparti”, “non temere”, sentiva aumentare la disperazione dentro di sé con la paura di soffocare e di impazzire.

Poi, una mattina, alzò gli occhi e vide la finestra: fuori, per metà di essa, c’era pioggia, neve vento, tempesta e freddo; l’altra metà, sereno, sole, calore, luce, azzurro e colori meravigliosi.

Allora Johari si alzò piano piano e quasi tentennando per la gioia e per il mistero, andò verso di essa e lentamente e timidamente, la aprì.

Aveva trovato una finestra sul mondo della conoscenza di se stesso….”

Tutto questo lungo preambolo poetico per introdurre un modello per studiare le interazioni sociali molto efficace anche per una maggiore conoscenza di se stessi: la Finestra di Johari,che prende il nome da un gioco di parole ottenuto mescolando alcune parti dei nomi di battesimo di Joseph Luft e Harry Ingham, ricercatori dell’università della California.

Essa offre uno strumento capace di rilevare come la personalità viene espressa, osservando il rapporto tra noi e gli altri. I due ricercatori osservarono che ci sono aspetti della personalità che sono noti sia a noi stessi che agli altri ed aspetti che invece ci teniamo solo per noi. Ci sono cose che gli altri notano di noi e delle quali non siamo consapevoli (o forse non le accettiamo) ed un lato oscuro a tutti.

La finestra è divisa in quattro zone. Le informazioni contenute nelle quattro zone sono dinamiche e possono passare da una zona all’altra al variare del tipo di relazione interpersonale che si instaura tra le persone. Se aumenta il livello di fiducia grazie all’apertura personale e al corretto uso del feedback reciproco, allora diversa sarà l’ampiezza delle zone all’interno della finestra.

  1. L’area PUBBLICA (talvolta chiamata anche ARENA) contiene i fatti e le emozioni che volutamente mostriamo, che mettiamo “in piazza” e di cui parliamo in modo disinvolto. Può esprimere sia la nostra forza che le nostre debolezze, ma è quella parte di noi che scegliamo di condividere con gli altri.
  2. L’area NASCOSTA (o cieca) è quella che contiene le cose che gli altri osservano di noi e che ci sono ignote. Di nuovo si può trattare di feedback positivi o negativi e comunque incide sul modo in cui gli altri si relazionano a noi e anche sul livello della nostra disinvoltura in determinate situazioni.
  3. L’area PRIVATA (o Facciata) contiene quegli aspetti che ben conosciamo di noi stessi, ma che teniamo nascosti agli altri.
  4. L’area IGNOTA contiene quegli aspetti totalmente sconosciuti, a noi stessi e agli altri perché è sepolta nel subconscio che si rivela solo in situazioni particolarmente emozionali

 

I rapporti formali e razionali avvengono fra gli “io aperti”. I rapporti manipolatori sono una combinazione fra io aperto e io occulto. L’io inconscio si rivela in situazioni emotive (amore, paura, timore). L’io ignoto può venir fuori inaspettatamente, con sorpresa di noi stessi e degli altri. Può essere un improvviso atto di coraggio o di violenza.

Le interazioni fra i quattro quadranti determinano quattro tipi di rapporti: comunicazione aperta, informazioni che trapelano o rivelazioni inconsapevoli, confidenze o sfoghi, contagio emozionale.

Conoscersi significa man mano estendere il quadrante in alto a destra, riducendo gli altri……

Ora prova tu … come è la tua “finestra” ? ….

 

 

 

 

Permettete a voi stessi di essere l’essere che siete ….

amare se stessi 2

Che cosa è esattamente l’amore verso se stessi? Secondo la mia esperienza è qualcosa di molto più sottile e profondo di un tonificante discorso di incoraggiamento, senza togliere nulla neanche a questo, portato avanti da vari guru dell’autoaiuto che proclamano: “Credi in te stesso, sei fantastico, e accidenti a te, piaci alla gente!!”

L’amore per se stessi è qualcosa di molto più sacro e misterioso di così. E’ una luce interna o un’atmosfera di calore che gradualmente ci attraversa man mano che impariamo a dire di sì a noi stessi come siamo proprio ora. La cosa più amorevole che possiamo fare per noi stessi è permettere a noi di essere. Essere cosa? Quelli che siamo, naturalmente.

Questa è la definizione di amore che vi propongo per voi stessi: permettere a voi di essere l’essere che siete ….

L’amore per se stessi comporta un sì a me stesso in ogni esperienza di vita, anziché una visione rigida di cosa o come dovrei essere. Qualunque idea abbia su chi io sia o su chi dovrei essere non è mai perfetta perché è sempre inferiore alla mia presenza vivente, che si manifesta in modo nuovo in ogni momento. Chi sono non è un’entità fissa ma una corrente dinamica di esperienza viva in ogni momento: ogni volta che mi lascio essere.

Provate a fare questo esperimento: che cosa accade quando permettete a voi stessi soltanto di esistere, proprio in questo momento, senza fare affidamento su nessuna delle immagini familiari e delle convinzioni immagazzinate sull’hard disk della memoria per sapere chi siete? All’inizio si può provare un senso di disorientamento. Se siete in grado semplicemente di rilassarvi in questa esperienza per un attimo, ci può essere un istante in cui sentite voi stessi in modo nuovo, come una presenza viva, un essere misterioso e insondabile che è aperto e sveglio e pronto a rispondere alle mutevoli correnti di ogni momento.

Lasciatevi aderire a questo essere anche se all’inizio sarà per un momento, ogni tanto. Vi aiuterà ad entrare in contatto con voi stessi, facendovi immediatamente assaporare la vostra dignità e il vostro valore intrinsechi.

Momenti come questi rendono possibile la felicità per il mero fatto di essere vivi.

Un ulteriore passo nella crescita dell’amore di sé consiste nell’essere in grado di apprezzare ciò che solo noi possiamo offrire. Ognuno di noi ha uno speciale contributo da dare al mondo, soprattutto quando veniamo fuori come gli esseri che siamo.

L’abitudine di paragonarsi agli altri o di provare ad assomigliare a loro è uno dei maggiori ostacoli all’amore per sé. La preoccupazione di essere come gli altri, o migliori o peggiori di loro, è un modo di rifiutare se stessi. Ognuno di noi ha un talento proprio ed esclusivo: una persona può essere una madre di tipo speciale, un’altra un efficace comunicatore, un’altra un ascoltatore sensibile. La bellezza di questi talenti può brillare soltanto quando apprezziamo ciò che vuole passare attraverso di noi senza cercare di essere all’altezza di uno standard prestabilito nella nostra mente.

Vado oltre: anche tale descrizione dei talenti della persona fallisce il bersaglio perché il dono più speciale che abbiamo da offrire è la qualità viva della vostra esperienza, la scintilla indescrivibile che fa di noi Noi ….

Ogni anima ha il suo carattere pieno di sfaccettature come una pietra preziosa. Anche se nessuno può stabilire cosa sia questo “qualcosa di speciale”, è ciò che le persone amano in noi.

Specificità significa “proprio così”. Tu sei proprio così alla tua maniera, io sono proprio così alla mia. Noi tutti siamo quello che siamo e alla fine dei conti non possiamo essere altro che ciò che siamo. E questa è una ragione per rallegrarsi.

Amare se stessi per come si è potrebbe sembrare egoismo. In realtà fornisce la base più forte di tutte per amare gli altri. Lasciare noi stessi l’essere che siamo ci aiuta a riconoscere di lasciare che anche gli altri siano quello che sono. Uno dei più grandi atti d’amore è di permettere agli altri di essere diversi da noi e liberarli dalle nostre richieste e dalle nostre aspettative. Quando capiamo che gli altri hanno le loro leggi e devono seguire la propria strada nello stesso modo in cui lo facciamo noi, il bisogno di controllarli o di renderci più importanti di loro svanisce.

Allentare i concetti di sé, permettere a noi stessi di fare la nostra esperienza, permettere a noi stessi di essere l’essere che siamo, dire di sì a noi stessi, essere benevolmente comprensivi verso le nostre debolezze sono tutti modi di aprire a noi stessi il nostro cuore. Quanto più gustiamo di trovarci interiormente in contatto con noi stessi, tanto più sorge una luce interiore che è l’esperienza diretta e immediata dell’amore per noi stessi.

 

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